• venerdì, 30 Settembre 2022

DONNE E IMPRESA: «Solo 1 attività su 5 è in rosa»

Poche le imprenditrici in Italia, solo il 20%. Le attività a conduzione non maschile che pre Covid stavano crescendo di numero, seppur lentamente, hanno subito una battuta d’arresto non indifferente. Il Governo si muove, crea un Fondo a sostegno solo per l’imprenditoria femminile da elargire tra il 2021 e il 2022, ma non sembra essere abbastanza, perché «c’è bisogno d’altro, come i servizi, il supporto formativo, gli incentivi finanziari e i processi di evoluzione socio-culturale» dice Valentina Picca Bianchi, presidente nazionale delle Donne Imprenditrici di Fipe.

«La legge di bilancio per il 2021 ha istituito questo supporto all’avvio e al rafforzamento della struttura finanziaria e patrimoniale delle imprese condotte da una donna, vero, ma lo stanziamento è di soli 20 milioni di euro per gli anni 2021 e 2022. Non mi sembra esattamente entusiasmante. Inoltre, non si conosce nemmeno il decreto che disciplinerà le modalità per attuare gli interventi previsti. Miglioriamo un po’ con il meccanismo gestito dal MEF, decisamente più virtuoso, visto che prevede il coinvolgimento del Ministero delle Pari Opportunità e la costituzione di una task force femminile con compiti di indirizzo, analisi e raccomandazioni. Ma siamo molto lontani dal rispondere adeguatamente alle vere esigenze del settore».

Perché di cosa avreste bisogno davvero?

«Investire sulle donne è strategico per la crescita dell’intero Paese. E ci aspettiamo con nonostante tutto il bel parlare, una fetta sostanziosa dei fondi del Recovery Fund sia a supporto dell’occupazione femminile e delle infrastrutture sociali (asili nido, incentivi, servizi di cura e assistenza, investimenti in Stem, nuovi organismi di parità).  Il nostro Gruppo è stato firmatario della lettera promossa dall’associazione del Giusto mezzo e che ha raccolto più di 36 mila firme proprio a tal fine. È necessario mettere in campo azioni concrete».

Torniamo ai numeri.

«Nel complesso, le attività produttive a conduzione femminile hanno superato la quota di 1 milione e 33mila unità, pari al 21,86% del totale delle imprese. Un numero poco esaltante, visto che in pratica solo un’attività su 5 è guidata da una donna. Ma l’arrivo della pandemia ha fatto emergere ancora di più problemi affrontati parzialmente o non affrontati come ad esempio il disinteresse per l’infanzia, la mancata conciliazione famiglia/lavoro, l’insufficienza del welfare sociale sui servizi alla persona ed ha rivelato l’urgenza di intervenire su questi aspetti».

Per quanto riguarda invece le imprese femminili nei pubblici esercizi, che sta succedendo?

«Secondo i dati dell’Osservatorio Unioncamere nel III trimestre del 2020 le imprese del settore gestite da donne, erano 100.043 pari al 29,4% del totale. La dinamica delle imprese tra il 2019 e il 2020 evidenzia come, dopo anni in cui le imprese femminili segnavano crescite superiori alle imprese maschili, questa maggiore velocità si sia praticamente annullata.

A livello di mortalità delle imprese del settore Pubblici Esercizi si delinea uno scenario drammatico, la Fipe stima in circa 60.000 le imprese di pubblico esercizio che saranno costrette a chiudere nel 2020. E nel quadro generale di questa perdita, circa 11mila riguardano le imprese gestite da donne».

La presenza delle donne nei pubblici esercizi è importante per il settore. In che modo si valorizza questa componente e come si sviluppa una nuova sensibilità sindacale alle problematiche della categoria (per dirne una la flessibilità)?

«Rafforzando la loro identità individuale e professionale, portando valore nei contesti in cui operano. Creando condizioni perché le donne acquisiscano maggiore consapevolezza del proprio ruolo, ma anche l’importanza della libertà decisionale sui processi gestionali e finanziari delle proprie imprese».

Quali sono le sfide più importanti che il mondo dell’imprenditoria femminile si trova a dover affrontare?

«Se il mondo dell’impresa sta affrontando una crisi epocale di cui si fa fatica anche solo a delinearne confini e futuri risvolti, l’imprenditoria femminile, così come tutto il mondo del lavoro femminile e giovanile, è stato travolto in modo amplificato dalla crisi pandemica aggiungendo carico oltre le dinamiche da sempre complesse e correlate al mondo del fare impresa al femminile».

Quali sono i pilastri su cui si basa il vostro lavoro per cercare risposte adeguate?

«Le imprese guidate da donne sono molto spesso socialmente più responsabili, più attente alla sostenibilità aziendale ed hanno ampi margini di crescita. Questo è certamente un importante motore su cui puntare per uno sviluppo equilibrato e innovativo dei nostri territori, come ci indica anche l’Unione europea con il Recovery Fund». 

Quali sono i punti forti della leadership femminile?

Le donne imprenditrici riescono a comprendere meglio quando è il caso di prendere decisioni rischiose; le donne manager ostentano di meno i successi delle loro imprese, sono capaci di gestire il lavoro in modo diverso rispetto ai colleghi e sono più propense a reinvestire gli utili per supportare la crescita dell’impresa».

Quali sono le prospettive di sviluppo e di rilancio delle imprese dei Pubblici esercizi?

«La pandemia ha portato alla perdita di posti di lavoro, ma sul numero di donne e giovani colpiti è drammatico. La crisi ha investito il mondo dei servizi, delle piccole imprese e del lavoro autonomo delle donne, determinando un calo occupazionale di 44mila unità nel 2020 (di cui il 70% donne). Nel solo mese di dicembre 2020 la cifra è 101 mila, di cui quasi tutte lavoratrici indipendenti. L’imprenditoria femminile ha bisogno di servizi, di supporto formativo, di incentivi finanziari e di processi di evoluzione socio-culturale. Confido che questo governo metta in campo azioni concrete per il superamento del gender gap, l’empowerment femminile, il riconoscimento sociale ed economico dei lavori di cura e la loro condivisione, la parità salariale, le pari opportunità di lavoro e carriera».

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