INFLAZIONE, Togni: «Non è un rischio imminente. Temi d’investimento e Cina, per una strategia di lungo termine»

C’è un tema che sembra spaventare gli investitori più del Covid-19: l’inflazione. La possibilità che – dopo un periodo di crisi come quello che stiamo vivendo – il costo della vita possa risalire in modo importante pesa sui mercati e sui portafogli. «Ma l’inflazione oggi non rappresenta un rischio. L’attuale politica espansionistica delle banche centrali, in soccorso di chi è bloccato da mesi, non ne è la causa e il recente movimento sui prezzi è eventualmente riconducibile a una mancanza di competitività e flessibilità», dice Andrea Sacha Togni, partner e direttore generale di BCO Swiss Family Office di Lugano.

«L’attuale caos e la trasformazione della globalizzazione, che sta inducendo molte aziende a rivedere la loro strategia di delocalizzazione per ovviare ai recenti problemi di approvvigionamento di materiale e componenti, può minare la competitività. È vero che la complicata situazione nella logistica porterà a un aumento dei prezzi (un container dall’Asia che costava lo scorso anno 2.000 EUR, oggi può costare fino a 8.000 EUR), ma avrà un impatto relativo sui prezzi, e questa non è inflazione. Bassi livelli (0-3%) sono generalmente negativi per le obbligazioni e positivi per le azioni. Sopra il 3% invece la situazione è negativa per tutti, ma credo che siamo ancora molto lontani da questo scenario».

Su quali soluzioni di investimento si focalizza un Family Office?

«Gli indici azionari sono il modo più semplice e diretto per investire la liquidità in ciò che è correlato all’economia reale: le aziende. Gli indici si adeguano costantemente in base a un principio denominato “survivorship bias”: i perdenti dei mercati finanziari (e dell’economia reale), sono cancellati dagli indici e vengono regolarmente sostituiti con nuove IPO (nuove società, nuovi settori economici): riflettono unicamente i “vincitori”, e questo riflette nel mondo dell’economia finanziaria i cambiamenti fondamentali, che stanno avvenendo nel mondo dell’economia reale. Negli ultimi mesi l’MSCI World ha visto più di mille modifiche, molto di più di quello che accade normalmente».

Come si può costruire un patrimonio consistente e rivolto al futuro?

«Innanzitutto lavorando e facendo impresa. E poi investendolo, accompagnati da professionisti, in maniera oculata. Tenendo d’occhio principalmente due realtà fondamentali: la digitalizzazione e la diversificazione. La prima ci accompagnerà per il futuro: online education, healthcare system, financial services, shopping… le persone stanno cambiando le loro abitudini. Viaggiare e volare è diventato così difficile che ora si stanno spendendo i soldi, non utilizzati in viaggi e vacanze, principalmente per acquisti online. La seconda è un principio fondamentale per una strategia di investimento coerente e consistente: per evitare l’affollamento degli indici azionari, che sono una forma a lungo termine, è importante puntare, per chi può, su private equity e su temi specifici».

Quali?

«Per esempio la Cina è un’opportunità sulla quale gli Europei hanno generalmente un’esposizione residuale o nulla. Non si investe in Cina per questioni di principio, ma quando si parla di denaro non si esprime un’opinione politica. L’economia cinese è in espansione, ha dimostrato forte resilienza alle tensioni con gli USA, che in realtà stanno spingendo a un ulteriore rafforzamento della struttura economica interna. Il Paese asiatico rappresenta il mercato tecnologico più grande al mondo, nel quale si prevede un flusso di centinaia di nuove quotazioni nei prossimi anni e gli indici hanno ancora dei multipli di valutazione interessanti rispetto a quelli occidentali. Altro spazio interessante è tutto ciò che è collegato con la trasformazione digitale: edutainment (si calcola che 1.5 miliardi di studenti continuerà gli studi in un mix tra lezioni in presenza e online education), la digitalizzazione della sanità, medtech, biotech, cybersecurity, green infrastructures, energie rinnovabili, sostenibilità, ESG, idrogeno, micro-mobilità elettrica e altro ancora».

Però in molti preferiscono non rischiare e puntano sui beni rifugio…

«L’unico vero bene rifugio è la Strategic Asset Allocation, ovvero una politica di investimento di lungo termine prenda in considerazione tutti gli aspetti della vita privata e imprenditoriale dell’investitore (reddito, patrimonio, situazione familiare, professionale, aziendale). Il tempo passato nel mercato è molto più proficuo del cercare di capire quando entrarvi. Ovviamente c’è un come e un “in cosa” mettere i propri risparmi. Importante quindi enfatizzare temi d’investimento e private equity per diversificare la concentrazione degli indici di borsa ed essere seguiti da un professionista».

Che cosa si prospetta per i prossimi mesi?

«Sebbene probabilmente si sia raggiunto un “bottom” in quello che è il rendimento delle obbligazioni, passando dal 6% di circa 10 anni fa allo 0.6% di oggi sul decennale americano, e forse da qui si tornerà a salire, il paradigma generale è radicalmente cambiato. Viviamo molto più a lungo di anni fa e i fondi pensione si stanno ovunque focalizzando su come generare dei ritorni per finanziare le rendite del futuro. Molte casse pensioni stanno operando per modificare la loro SAA verso un’esposizione maggiore alla quota “equity” dei loro portafogli. Ci saranno momenti di volatilità? Certo. Ma TINA (“There Is No Alternative”), i programmi di espansione monetaria e di politica fiscali, volte a favorire gli investimenti in infrastrutture, energie alternative, sostenibilità, ecc., saranno presenti per lungo tempo. In ultimo, molti investitori sono tornati all’azionario, ma solo timidamente. Siamo lontani da una “full allocation” della quota equity dei portafogli e questo si riconduce a un altro acronimo: FOMO (“Fear Of Missing Out”)».