NASCE SOUTH ITALIAN FASHION: «IL 22,4% DELLE IMPRESE È NEL MEZZOGIORNO»

La moda al Sud muove l’economia. Il Made in Italy artigianale e di qualità – quello che piace soprattutto all’estero – trascina lo sviluppo e riflette l’immagine positiva dell’intera industria manifatturiera italiana. In questo contesto nasce a Salerno il consorzio South Italian Fashion, (S.I. Fashion). L’obiettivo è creare una rete di imprese che coinvolgano le migliori micro e piccole aziende della moda di otto strategiche Regioni del Sud. Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia. 

«Il Covid-19 è stato come una grande lente di ingrandimento sulla realtà in generale», spiega il presidente di Ifta, Independent Fashion Talent Association, Roberto Jannelli, imprenditore campano al timone del nuovo polo moda. «Uniti è meglio, l’idea di fare un Consorzio non è recente, ma il momento storico ne ha reso necessaria l’attuazione. Il distretto ha lo scopo di promuovere la moda italiana con un focus particolare sulle aziende che operano nelle regioni del Sud. E intende diventare crocevia di incontri, di scambi e contatti. Ma anche trait d’union tra domanda e offerta, tra aziende produttrici, buyer internazionali ed esperti di settore. Internazionalizzando e facilitando nella commercializzazione dei brand buyer oriented, nella ricerca e supporto di nuovi talenti, selezionati tra i giovani designer delle accademie moda italiane».

Il fashion è un settore trainante della nostra economia, lo dicono i numeri. 80miliardi di euro di fatturato (8,5% del Pil) e 500mila addetti (12,5% dell’occupazione manifatturiera in Italia), in gran parte localizzati in Toscana, Marche, Emilia Romagna, Veneto e Lombardia. Inoltre, il sistema manifatturiero italiano rifornisce al 60% il mercato globale della moda di qualità. L’industria tessile italiana rappresenta il 78% del totale delle esportazioni europee. Circa un terzo del valore generato dal sistema moda dell’Unione europea è italiano, circa 3 volte quello tedesco, 4 volte quello spagnolo, 5 volte quello francese. Il 70% dell’export di moda italiano si posiziona nella fascia di alta gamma».

Nel Sud Italia ci sono 20mila imprese e 100mila occupati. “L’abito” fa l’economia anche del Mezzogiorno?

«Sono noti sia per dimensione sia per tradizione i numerosi distretti tessili dell’abbigliamento e delle calzature presenti nelle aree del Sud dell’Italia. Rappresentano una voce importante dell’industria della moda a livello europeo. Il Mezzogiorno, nonostante la globalizzazione abbia interrotto in alcuni punti la filiera, affidando alcune parti di essa a Paesi emergenti con manodopera a basso costo, difende un’ottima posizione nella classifica dei 27. E se invece guardiamo all’Italia, vanta il 22,4% delle imprese della moda rispetto al territorio nazionale. Credo che sia un ottimo risultato».

Quali traguardi vi ponete?

«Da anni metto il mio impegno nella realizzazione di saloni e di manifestazioni che mettono al centro la moda. Questo mi ha dato la possibilità di conoscere produttori, artigiani, stilisti. Insomma i vari volti della moda e di raccogliere le loro istanze e talvolta anche le difficoltà. Tra noi è nata una sinergia, c’è talento e voglia di fare e il Consorzio è lo strumento ottimale. Il Made in Italy, poi, è diffuso e molto apprezzato nel mondo, ma si parla sempre dei grandi marchi, delle firme importanti che investono tantissimo in pubblicità, in testimonial e – negli ultimi anni – in sfilate spettacolari, mentre ai piccoli restano spazi marginali. Mettersi insieme invece apre alla partecipazione a saloni e a fiere internazionali, pensiamo all’Europa, all’Asia e al Medio Oriente». 

Il Covid-19 ha avuto un impatto devastante sul settore moda, lo Stato vi ha aiutato o sostenuto in qualche modo?

«La battuta di arresto del 2020 si conta di annullarla in buona parte entro il 2023, con le varie riaperture, la ripresa delle fiere e il ritorno alla normalità… Noi siamo giovani, siamo nati da poco come Consorzio, sebbene individualmente abbiamo la nostra credibilità, sugli aiuti ci stiamo lavorando».

La scure della pandemia si è abbattuta anche sull’occupazione, un problema di cui è necessario farsi carico

«Se immaginiamo il settore moda come una macchina, il guasto di una parte di essa ricade su tutto il resto. Dunque se c’è stata una perdita di ricavi nel 2020 la conseguenza sarà la riduzione di impiego di risorse umane. Sono necessari degli interventi immediati e funzionali al sostegno e allo sviluppo della filiera, partendo da quelli governativi. Ci vorrebbe una strategia che non ci facesse arretrare nei traguardi raggiunti e questo mi fa pensare a un sostegno all’export che vale 2,2 miliardi di fatturato. Essere sui mercati internazionali è di vitale importanza».

Ora ci sono il PNRR e tanti soldi a disposizione. Secondo Carlo Capasa, presidente della Camera Nazionale della Moda, il documento mostra una visione strategica a tutela di un asset di eccellenza del made in Italy, riconosciuto in tutto il mondo…

«Già a marzo del 2020 si invocava a gran voce un Piano Marshall come strumento di aiuti e ripresa, credo sia un’occasione da non sprecare e spero che la Commissione Europea sia pronta ad approvarlo».

Il made in Italy non è solo una ricchezza, è brand tra i più importanti a livello globale

«Il suo valore da un punto di vista culturale e ideale è inestimabile ed è grazie a questo valore che il mito si è diffuso nel mondo. Leonardo, la Ferrari, Valentino solo per citare alcuni capisaldi, hanno lasciato una impronta così forte da aver condizionato positivamente tutta la nostra economia, in tutti i settori. La moda e il food in primis, il design e l’arte in genere poi. I prodotti del tessile, dell’abbigliamento pensati e realizzati in Italia sono da sempre un’icona del nostro Paese ovunque. Il Made in Italy è un motore fondamentale dell’economia».

E quindi il rilancio da che cosa passa?

«Possiamo fare tantissimo. Nel Consorzio stiamo lavorando sui temi dell’innovazione e della produzione sostenibile con materie prime green. Ma anche sul marketing comunicativo, non solo digitalizzazione dei processi ma anche della comunicazione. Internazionalizzazione, vogliamo esserci per diffondere cultura della bellezza della moda tutta italiana, senza fare una moda che segue le mode ma che rispetta la sartorialità e la qualità del prodotto. Abbiamo bisogno di ricominciare a organizzare fiere e saloni, i buyer hanno bisogno di toccare con mano il prodotto da acquistare, la moda vive di emozioni, una sfilata dal vivo è insostituibile, la bellezza delle creazioni va goduta in prima fila».

Quanto è necessario promuovere investimenti nell’innovazione e nella trasformazione digitale del settore, lungo tutta la filiera?

«Nel mio piccolo con la mia organizzazione, prima ancora di mettere su il Consorzio ho investito molto nel digitale a livello comunicativo, le altre parti della filiera dovranno fare altrettanto già a partire dal progetto fino alla produzione, nella distribuzione e nella logistica». 

Quanto conta la promozione di investimenti delle imprese per la ridefinizione delle proprie filiere in chiave sostenibile?

«È molto forte il richiamo alla consapevolezza ambientale. L’inquinamento prodotto dall’industria tessile ha tassi vertiginosi. Produzioni responsabili a partire dalla scelta delle materie prime. Sono sempre più le etichette che investono su materie alternative di origine vegetale, come carta, cactus, ananas, sughero e canapa creando de prodotti di altissima qualità e resa senza mortificarne la vestibilità o la bellezza. Investire in questa direzione è il futuro della moda»    ©