MEDICINA DIGITALE: «VA RIVISTO IL METODO DI EROGAZIONE DELLE CURE»

La medicina digitale rappresenta il nuovo paradigma nella gestione della sanità e dei rapporti tra medici e pazienti, ma i riferimenti normativi non sono ancora completi e sanciscono una sostanziale frammentazione nel suo utilizzo. Che è comunque triplicato durante la pandemia, arrivando al 39%. E se per la televisita e il teleconsulto sono arrivate in questi mesi indicazioni chiare dal ministero della salute, lo stesso non è avvenuto per la teleriabilitazione, il telemonitoraggio e la telecertificazione, lasciate ancora alle gestioni autonome delle regioni.

«L’accelerata di quanto si è fatto fino ad ora è dipesa ovviamente dall’emergenza sanitaria», dice Chiara Sgarbossa, Direttrice dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità. «A partire dall’aprile del 2020 diverse regioni hanno iniziato a normare queste prestazioni definendo protocolli e tariffe, la cui poca chiarezza era il motivo principale per cui i livelli pre emergenza di utilizzo erano estremamente bassi, prossimi al 10%. Il 17 dicembre 2020 sono state approvate dal ministero alcune indicazioni finalmente nazionali e non più locali. Diverse regioni, come Lazio, Toscana e Lombardia, ad oggi stanno erogando alcuni di questi servizi pagati dal sistema sanitario nazionale. La visione è sempre più diretta verso un’integrazione della medicina tradizionale con le nuove opportunità offerte dal digitale»

Il PNRR contiene precise indicazioni sui fondi da destinare alla telemedicina. Rappresenteranno una svolta concreta?

«Sì, gli stanziamenti ci sono. Nella missione 6 del PNRR si parla di 7 miliardi per la riorganizzazione delle reti del territorio, lo sviluppo di reti di prossimità e le strutture di telemedicina per assistenza sanitaria territoriale. Poi si parla di 8,6 miliardi per la parte di innovazione e ricerca del sistema sanitario nazionale, che riguarda la raccolta e la valorizzazione dei dati da parte del ministero. Per utilizzare questi fondi si dovrà prima finire di normare tutto. La cosa importante non risiederà tanto nell’affinare le tecnologie, quanto nel rivedere i processi di erogazione delle cure in una modalità diversa da quella tradizionale, attraverso l’utilizzo degli strumenti digitali. Insomma, indipendentemente dai fondi dedicati agli strumenti, prima bisognerà pensare al processo, poi all’abbinare la tecnologia giusta».

Le strutture private sono avvantaggiate rispetto alle pubbliche nel costruire una rete di digitalizzazione?

«In qualche modo è lo stesso tema che valeva anche prima dell’emergenza. Ma non generalizzerei troppo sul fatto che il privato ha più possibilità. Dipende dalla realtà. A fare la differenza sono le persone che si dimostrano innovative e che sanno portare avanti progetti interessanti. Sul privato le iniziative in tema di medicina digitale non mancano, ma ci sono casi di aziende pubbliche che in questi mesi hanno fatto innovazioni rilevanti».

Quindi la missione dei soldi del PNRR sarà di riuscire a portare tutte le strutture allo stesso livello di digitalizzazione?

«Esatto, è la nostra speranza. E ci riusciranno se saranno usati correttamente, se ci sarà una visione per garantire equità per tutti i cittadini sull’intero territorio. Si dovrà investire maggiormente su quelle realtà che ad oggi sono più indietro. Anche il metodo di stanziamento dei fondi impatterà sul punto di arrivo. All’estero ci sono esempi più virtuosi da seguire. In Germania si è svolto una sorta di assessment per analizzare il livello di maturità degli ospedali tedeschi e in base ai risultati si faranno dei finanziamenti per consentire a tutti di arrivare a un certo livello di sviluppo del digitale. Da noi non c’è ancora qualcosa di paragonabile».

Quali sono i limiti, se esistono, nella trasformazione digitale della sanità?

«I limiti risiedono, in realtà, nel non-utilizzo di queste risorse. Non bisogna evidenziare tanto i problemi insiti nella medicina digitale in sé, quanto quelli della non-adozione di nuovi servizi innovativi. Noi vediamo solo opportunità, sono modalità integrative rispetto ai servizi standard. Di sicuro questa emergenza ha creato più cultura digitale e una delle barriere principali da superare, oltre a quella delle risorse economiche, è proprio quella di tipo culturale. Si prenda ad esempio il Fascicolo Sanitario Elettronico: fino ad oggi non ha avuto molto successo (noto solo al 38% della popolazione) soprattutto perché i cittadini non sono stati informati e non è di immediato utilizzo. I medici non ne hanno diffuso l’uso come avrebbero potuto».

L’uso della telemedicina è triplicato negli ultimi mesi, stiamo parlando di modalità che si manterranno anche in futuro?

«Sì, queste opportunità che si sono create resteranno. Ovviamente l’uso dei servizi a distanza si ridurrà, ma si prevede che forse addirittura il 20% delle visite rimarranno svolte da remoto. Il futuro va verso un ibrido e un’integrazione. Quelli digitali si riveleranno servizi utilissimi per alcuni tipi di pazienti, ma meno per altri. Sarà semplicemente uno strumento in più».

L’utenza del sistema sanitario è composta soprattutto da persone anziane, la digitalizzazione riesce a venire incontro alle loro necessità?

«Come detto, il digitale deve essere un mezzo integrativo. Nel caso degli anziani il ruolo del caregiver nel supportare il paziente per l’accesso dei servizi è sempre fondamentale. È poi il medico che valuta se con un paziente ha senso fare una televisita o fare attività in presenza. I dati dicono comunque che molti anziani hanno imparato a comunicare con gli strumenti digitali nell’ultimo anno, sempre utilizzando strumenti relativamente “facili”, prerogativa fondamentale di questi servizi».

Circa un terzo dei pazienti afferma di consultare app per il monitoraggio della propria salute, ma l’offerta è molto variegata e non tutte sono affidabili: è un altro settore che andrebbe ripensato?

«Ci sono luci e ombre su questo argomento. Le app per la salute disponibili sugli store sono anche troppe, ma non è ben chiaro quanto molte di queste siano affidabili. Il loro livello di utilizzo al momento è abbastanza moderato, siamo intorno al 15% di uso tra i cittadini e un po’ di più per i pazienti, circa il 36%. Avviene perché non sono ancora visti come strumenti per migliorare la salute ma più come dei gadget. Le app dovrebbero essere individuate, certificate come dispositivi medici e consigliate dal medico al paziente. Qualcosa di simile in generale deve avvenire con le informazioni prese dal web: bisogna indirizzare verso informazioni certificate, anche questa è medicina digitale».