LAVORO, COSTI ALLE STELLE: 11,4 PUNTI SOPRA LA MEDIA OCSE

Il cuneo fiscale nel nostro Paese è sceso, dal 47,9% al 46%, ma rimane di 11,4 punti sopra la media Ocse, che è del 34,6%. Il costo del lavoro lordo in Italia è di circa 49.000 mila euro per ogni singolo lavoratore (sopra la media dell’area Ocse che è di circa 45.000 mila euro) e ci pone al diciannovesimo posto tra i Paesi più avanzati. Il peso maggiore del costo occupazionale poi è sulle spalle delle imprese: per ogni 100 euro netti di retribuzione, se ne pagano 32 di tasse e 75 di contributi previdenziali, dei quali 61 a carico del datore di lavoro e 14 a carico del lavoratore, per un totale di 207 euro. La media dell’eurozona è pari a 179 euro: per ogni 100 euro netti di retribuzione, se ne pagano 24 di tasse e 55 di contributi previdenziali, dei quali 38 a carico del datore di lavoro e 17 a carico del lavoratore. Il che significa che assumere è costoso sempre, ben al di là del tema della stagionalità e del dibattito che attribuisce la responsabilità alle retribuzioni troppo basse o alla scarsa voglia di lavorare, specie dei giovani. «Ma hanno ragione un po’ tutti… Per capire veramente la situazione e superare davvero il problema bisogna spostare l’attenzione su altri fattori: per esempio la produttività del lavoro è stagnante o decrescente in Italia e il rapporto tra costo del lavoro e remunerazione è assolutamente eccessivo», spiega Marcello Messori economista e professore di Economia presso la Luiss di Roma.

Partiamo dal costo del lavoro. Insostenibile?

«Il rapporto tra quanto costa il lavoro e quanto entra nelle tasche dei lavoratori è certamente un problema. Il cuneo fiscale, che pure è stato attenuato attraverso vari interventi, è ancora eccessivo purtroppo. Sarebbe necessaria una misura più radicale che semplificasse il quadro e riducesse il cuneo, ma per ottenere questo bisogna allocare delle risorse a questo fine e naturalmente è incompatibile con altri interventi sussidiari e, soprattutto, con l’attuale fiscalità».

Assumere in Italia ha un costo eccessivo?

«Spesso di parla di un rapporto di uno a due, paghi 100 costa 200.  Ma se si tiene conto del costo effettivo il rapporto è anche più alto. Non possiamo dare un valore assoluto medio perché sarebbe fuorviante, le varianze sono molto forti. Andrebbe sottolineato che pure in termini di dinamica della produttività siamo il Paese con la variabilità più forte tra impresa e impresa. Abbiamo un piccolo nucleo di realtà con dinamiche molto positive, alcuni nostri soggetti medio-grandi sono migliori dei Paesi avanzati dell’area dell’euro, ma in media abbiamo un andamento pessimo».

Il problema, dunque, è strutturale

«Negli ultimi anni, anche prima della pandemia, il mondo del lavoro ha registrato incrementi non sostanziali nella produttività. Ma è dalla metà degli anni ’90, nell’aggregato, che abbiamo un dato davvero sconfortante: una produttività del lavoro stagnante che nel nuovo secolo addirittura ha avuto un andamento negativo. Questo fa sì che l’Italia abbia una dinamica molto peggiore di quella degli altri Paesi economicamente avanzati. È evidente quindi che imprese che in media hanno dati così negativi facciano fatica a corrispondere salari adeguati e, quindi, sono molto reticenti a incrementarli e ad aumentare il costo del lavoro».

Di fatto è un pericolosissimo circolo vizioso. Meno investimenti, più costi e meno competitività

«Anche per ragioni più profonde di quelle che appaiono perché per aumentare la produttività del lavoro bisogna innovare i processi, effettuare investimenti in tecnologie avanzate e avere risorse umane di qualità che devono essere formate. Allora è evidente che è davvero un gatto che si morde la coda, perché con una bassa produttività si remunera poco il lavoro e non valorizzandolo si punta a rapporti non stabili che disincentivano la formazione. Se lei è un imprenditore, e si trova ad offrire un lavoro per tre mesi, è evidente che non ha convenienza a formare queste unità di lavoro. Ma se non le forma, avranno bassa produttività e se poi queste unità di lavoro si combinano con una tecnologia inadeguata lei avrà bassa produttività. Quindi ecco che si alimenta il circolo vizioso. Ma non è tutto qui…».

A cosa si riferisce?

«Gli ammortizzatori sociali che sono stati particolarmente necessari in questa fase di pandemia – e quindi di shock così drammatico sul funzionamento del mercato del lavoro – sono anche forme di protezione che finiscono per spiazzare il mercato del lavoro. Se un disoccupato, a seguito della pandemia, ha una copertura e riceve un’offerta di lavoro per tre mesi a bassa remunerazione… è evidente che non abbia alcuna convenienza a rinunciare alla copertura per un lavoro temporaneo. Quindi anche quelli che sono ammortizzatori sociali necessari a difendere la popolazione dalla caduta in povertà possono diventare distorsivi rispetto a un funzionamento del mercato del lavoro, ci sono delle grosse inefficienze».

Quindi il reddito di cittadinanza…

«Io penso che il reddito di cittadinanza abbia avuto una buona funzione in termini di ammortizzatore sociale. Non è stato efficientissimo ma meno male che c’è stato, soprattutto in un periodo come quello della pandemia. Ma come strumento di azione positiva per politiche attive del lavoro, di fatto non è servito a nulla».

Che cosa fare per invertire questa tendenza?

«Ci vuole una migliore qualità nell’offerta di lavoro in modo da uscire dal circolo vizioso di cui si parlava. E per ottenere questo ci vogliono risorse per politiche attive e investimenti in innovazione».

Le risorse del PNRR possono fare la differenza?

«Ci sono elementi positivi. La dinamica della produttività è uno dei capisaldi del nostro piano nazionale ma naturalmente perché funzioni è necessario che la forte componente di investimenti nel digitale abbia successo e quindi abbiano successo sia gli investimenti pubblici, che servono a creare un’infrastruttura favorevole all’operare delle imprese, sia gli incentivi agli investimenti privati e che questi siano davvero allocati in strumenti innovativi. È necessario poi che la componente un po’ più sacrificata del piano nazionale, cioè educazione e formazione, sia davvero attuata in modo efficiente. La chiave sta nell’attuazione: sulla carta il PNRR sostanzialmente affronta il problema, dovremmo verificare se in fase di attuazione avrà successo nel superare quel circolo vizioso che veramente è drammatico e dura da molti anni».

Situazione complicata, quindi

«Se andiamo a disaggregare il dato nazionale, vediamo che la ragione fondamentale per cui siamo così arretrati in termini di innovazione è perché il peso delle piccole e delle piccolissime imprese in Italia è assolutamente fuori linea rispetto all’Europa, siamo un caso estremo. Noi diciamo sempre di avere piccola e media impresa ma è sbagliato: se usiamo i parametri europei noi abbiamo piccolissima e piccola impresa. Ne abbiamo pochissime medio e medio grandi, che spesso hanno anche buoni livelli di efficienza».

Spesso si parla di misure shock. Ma potendo scegliere, quale misura adotterebbe immediatamente?

«Penso a due: la prima è abbassare il cuneo fiscale, quindi alleviare l’incidenza del fisco sul costo del lavoro utilizzando questa riduzione per innalzare i salari e aumentare la quota di remunerazione che entra nelle tasche dei lavoratori, soprattutto di chi ha reddito medio e medio-basso. Poi punterei sulla formazione delle risorse umane. Il PNRR promette di investire molto nell’innovazione digitale, in cui l’Italia è in situazione arretrata rispetto alla media dei Paesi europei che sono a loro volta arretrati rispetto a Stati Uniti e Cina. Ma se noi avessimo successo, nel breve termine le conseguenze sul mercato del lavoro sarebbero traumatiche. Per poter utilizzare davvero questi investimenti in innovazione digitale, infatti, avremmo bisogno di una domanda di lavoro che si concentri in competenze più elevate e l’offerta di lavoro non sarebbe adeguata ora per queste competenze. Quindi se noi non combiniamo investimenti nel digitale con educazione e formazione davvero rischiamo di peggiorare anziché migliorare il funzionamento del mercato del lavoro».

C’è un modello virtuoso a cui ispirarsi?

«Il solito modello dei Paesi del nord Europa, in particolare la Svezia. Bisogna essere sempre cauti quando si fanno questi riferimenti perché le situazioni sono molto diverse però la Svezia è all’avanguardia dell’innovazione tecnologica nell’unione europea e ha una formazione e una qualificazione delle risorse umane che è incomparabilmente più alta di quella italiana».

E ha un sistema di welfare decisamente migliore al nostro

«Esattamente. Un welfare state che protegge nella fase di adattamento dell’offerta di lavoro all’evoluzione della domanda. Naturalmente per raggiungere questo modello o per avvicinarsi la strada è lunga, è necessario porre mano a tutti gli strumenti. C’è una discrasia tra ciò che il welfare state offre e ciò che costa in termini di incidenza sul lavoro».

E in Italia rimane forte la piaga del lavoro nero

«Una questione molto complicata che ha a che fare anche con la criminalità organizzata, con il controllo e l’applicazione delle regole in vaste aree territoriali del Paese. Considerato poi che le coperture sociali rendono non conveniente lavori precari e a bassissima remunerazione, la soluzione che si trova è quella di sommare ai sussidi un lavoro non legale».

Ma in questo quadro a tinte fosche c’è un motivo per essere ottimisti? «Sì. Sempre di più noi dovremmo combinare digitale e basso impatto ambientale e al di là di quello che generalmente si pensa, l’Italia sul secondo aspetto è in posizione migliore rispetto all’Europa. Quindi siamo sopra la media dell’area più virtuosa, per esempio, in termini di energie sostenibili ed economia circolare. La vera sfida, visto che non tutte le innovazioni digitali sono a basso impatto ambientale, è combinare i due aspetti. Questa è la via dell’innovazione futura e possiamo partire già da una buona base. Ma se non riusciremo a innovare perderemo questa posizione di privilegio. E non possiamo permettercelo».