Per ripartire bisogna cambiare mentalità e puntare sull’istruzione. Abravanel: «Serve un nuovo capitalismo che sostituisca la vecchia classe dirigente»

Il nostro è un Paese che non ama i valori del merito, della competizione e dell’aspirazione all’eccellenza, ma se la nostra economia è ferma da 40 anni non è certamente casuale. È questo il pensiero di Roger Abravanel, Director Emeritus McKinsey e saggista autore di “Aristocrazia 2.0 – Una nuova élite per salvare l’Italia”, edito da Solferino. «È opinione diffusa che la stagnazione si debba alla mancanza di investimenti pubblici, all’austerità, al ritardo del Sud. E così il rilancio punta sul Recovery Fund. In realtà le cause sono altre e così pure le strade da percorrere. Abbiamo bisogno di un nuovo capitalismo che sostituisca la vecchia classe dirigente 1.0, alleata con l’egualitarismo e la furbizia anti-regole, con un’aristocrazia 2.0. Le economie sviluppate hanno conosciuto la trasformazione da industriali a post industriali e poi a economie della conoscenza. Da noi tutto questo non si è verificato».

Aristocrazia e meritocrazia sembrano termini antitetici, ma forse c’è qualcosa di più

«L’aristocratico 2.0 è un giovane che riceve in eredità non il privilegio di beni immobili, un conto in banca o la proprietà di una impresa, ma la preparazione per competere con successo per l’ammissione alle migliori università. Una delle ragioni per cui ho scritto questo saggio è che ho capito che il significato di meritocrazia non è ben capito neanche dove è nata, nel mondo anglosassone».

Che cosa intende precisamente?

«La meritocrazia si è sviluppata nel secolo scorso e milioni di giovani si sono impegnati nell’educazione superiore per accrescere il loro status economico e sociale. Nel 1933 il rettore di Harvard ha rivoluzionato l’accesso rendendolo possibile ai più bravi, misurati secondo un test standard il SAT, anche se con pochi mezzi con l’aiuto di borse di studio e, nell’arco di 40 anni, l’acceso alle migliori università d’America è cambiato completamente: prima solo rampolli, maschi, che giocavano a polo e dopo i migliori giovani della borghesia. Alla fine del secolo è arrivata l’economia della conoscenza che ha premiato enormemente questa nuova élite: gli uomini più ricchi degli Usa di oggi hanno studiato tutti nelle IVY League. Una nuova aristocrazia dell’istruzione e del talento che, oltre a essere iper ricca favorisce in mille modi i figli nell’accedere alle migliori università. Eppure, se la meritocrazia ha fallito nelle “pari opportunità”, ha però creato milioni di “buone opportunità” per i giovani che, emulandoli, investivano nella migliore istruzione e facevano carriera nelle grandi imprese».

E da noi? 

«Non si è capita neanche in Italia. Per gli italiani “merito” significa una specie di “minimo sindacale”, una laurea in legge in una mediocre università e poi un posto fisso. Invece significa competizione, ambizione e ricerca dell’eccellenza. Preferiscono il termine “merito” a “meritocrazia” percepito come più legato a una forma di selezione. Per questo, nonostante che due delle 4 proposte che feci 10 anni nel libro “Meritocrazia”, quote rosa nei CDA e INVALSI siano state accettate, da noi la meritocrazia non è mai davvero decollata. È nata solo una  “meritocrazia delle carte bollate”, pura forma ma nessun impatto. Siamo il fanalino di coda in numero di laureati. Siamo tra i Paesi con più donne nei CDA, ma pochissime donne nel top management e i test non servono per valutare la qualità delle scuole e selezionare chi merita davvero di andare nelle Università migliori o per dare le borse di studio ai veramente meritevoli invece che ai mediocri figli di evasori fiscali come spesso avviene ancora oggi. La meritocrazia dell’istruzione è il vero motore dello sviluppo economico. Ciò è avvenuto in occidente e avviene sempre più in Asia, dove l’investimento di una sempre migliore istruzione è il nuovo motore dello sviluppo. In Corea il 70% dei giovani è laureato e ha un reddito due/tre volte quello dei loro genitori». 

Nel saggio lei sostiene che è stata la mancanza di meritocrazia del valore del merito a causare il ritardo del paese. Descrive una diagnosi dei problemi dell’economia radicalmente diversa dall’opinione corrente che sostiene che la colpa della stagnazione sia la mancanza di investimenti pubblici, l’austerità, il ritardo del Sud.

«Il Paese è in crisi da 40 anni per colpa di un paradigma economico incapace di evolvere da un modello economico di piccole aziende industriali a uno di grandi imprese dell’economia post industriale e poi a quello dell’economia della conoscenza. Il Nord si è fermato e non è il Sud la “palla al piede” del Paese».

Dall’uscita del suo libro ha avuto l’impressione di riuscire a scalfire questi credo così profondi? Per esempio, l’idea dell’economia della conoscenza che viene accelerata dal post covid inizia a essere accettata?

«Si accetta l’idea ma non se ne capiscono le implicazioni. Per esempio riguardo alle dimensioni delle aziende necessarie per competere. Anche se neanche Confindustria sostiene più che “piccolo è bello”, dal “piccolo” si è passati soltanto al “Medio”, ma sempre di PMI si parla. Ci si lamenta che si spende poco in ricerca e sviluppo, ma si dimentica che chi fa la ricerca sono le grandissime aziende o le startup per le quali “piccolo è brutto”. I vaccini contro il Covid-19 non li fanno le piccole e medie imprese, ma i colossi come Pfizer e Astra Zeneca e una ex startup, Moderna, ormai divenuta un colosso dei vaccini». 

Per gli italiani, però, le grandissime imprese multinazionali continuano a essere un demone corruttore che non paga le tasse…

«A breve termine le uniche che potranno aiutare a ottenere una ripresa del lavoro in Italia offrendo occupazione ben retribuita nei settori del futuro, saranno solo loro, ma il PNRR è fatto solo di investimenti pubblici e non di incentivi per attrarre gli investimenti privati delle grandi aziende multinazionali. Quanto alla accelerazione del cambiamento post covid, siamo lontanissimi dal capirlo: tutte le aspettative sono sulla protezione dei posti di lavoro e delle aziende nell’attesa che “tutto torni come prima”. Ma non succederà: i viaggiatori di business hanno scoperto che Zoom è molto più comodo, efficace e a buon mercato di un viaggio e l’e-commerce continuerà a crescere. Le aziende grandi hanno scoperto l’enorme potenziale della digitalizzazione per la competizione e non si torna più indietro». 

Lei sostiene che responsabile di quella che ha chiamato un’“ecatombe delle imprese industriali italiane”, della vendita del made in Italy e del fallimento di grandi imprese di servizio come Generali e Telecom, sia l’ecosistema capitalista italiano, che privilegia i “salotti” chiusi e racconta che “l’Italia non è un paese per manager”. Ha l’impressione che questa idea inizi a fare breccia? Come sta reagendo la business community?

«A parte un imprenditore presidente di una Confindustria del Nord Est che mi ha sorprendentemente invitato a un webinar, il capitalismo famigliare italiano non mi è sembrato molto interessato alle idee del saggio. Non mi stupisce sennò non lo avrei chiamato sistema “familista”. Piuttosto mi colpisce il silenzio dei rappresentanti di quel capitale “smart” che ho suggerito di incentivare in vari modi per attrarre capitale che aggiunga valore alle imprese italiane. Non si sono mobilitate, come speravo, le communities dei fondi di Private equity o di Venture capital, né le loro associazioni. Quanto allo statalismo di ritorno è un rischio ogni giorno di più. Capisco sia inevitabile quando ci sono 200 miliardi di fondi pubblici per investimenti pubblici, ma mi preoccupa l’iperattivismo della CDP, Cassa Depositi e Prestiti, con nuovi fondi avviati dal governo precedente. Vedo sempre di più il rischio di trovarci con 400 Alitalia tra qualche anno».

Nel saggio lei descrive come secondo motore inceppato nella corsa alla economia della conoscenza, la mancanza di Università eccellenti

«Le nostre università si sono chiamate fuori dalla competizione globale del sapere e le migliori languono nelle classifiche globali. La migliore, il Politecnico di Milano veleggia al 149esimo posto della classifica QS World University Rankings. E, mentre nel mondo, gli atenei sono i templi della meritocrazia, da noi sono spesso i bastioni del nepotismo. Ai webinar al Politecnico, Bocconi, Ca’ Foscari si è avviato un dibattito, ma siamo ancora agli inizi. Purtroppo il Recovery Fund sta dimostrando quanto è difficile attaccare il tabù che ci sono Atenei migliori che dovrebbero ricevere più fondi e ottenere più autonomia per assumere e retribuire in modo interessante ricercatori eccellenti italiani e stranieri, come ha fatto l’IIT (Istituto Italiano di tecnologia). Ma la “riforma” non affronta questo grave problema». 

Mentre il credo comune pensa che la colpa sia dei troppi burocrati e delle troppe leggi, lei dà la colpa a un potere giudiziario che paralizza le decisioni della Pubblica Amministrazione, per esempio gli appalti pubblica, terrorizzando chi deve prenderle. Suggerisce quindi, per dare l’empowerment alla burocrazia, piuttosto che nuove regole per stanare i fannulloni, una trasformazione della giustizia. Ma le riforme della P.A. e della Giustizia affrontano il problema con questa nuova ottica?

«In due mesi non potevano affrontarla che con gli occhi del passato. La riforma della P.A. parla di “nuove competenze” digitali del personale e non si preoccupa del problema chiave: che la motivazione che porta a non decidere è dovuta dalla paura della Corte dei Conti, del TAR, dalla magistratura penale. Si parla di nuovo di “semplificazioni” di leggi che non si è mai riusciti a semplificare. E per quanto riguarda la riforma della Giustizia, si focalizza sulle vecchie idee di aggiungere cancellieri ai tribunali, anche se si è dimostrato che i migliori ne hanno meno e di puntare sugli uffici dei processi digitalizzandoli, anche se si sa che non funzionano da anni. Invece, si dovrebbe rendere trasparente la performance dei 140 tribunali civili, combattere la cultura del sospetto degli italiani verso gli amministratori pubblici e le grandi imprese multinazionali, eliminare favoritismi e protezioni delle piccole aziende, rendere la giustizia “accountable”, responsabile, verso i cittadini».