martedì, 23 Aprile 2024

LONGEVITY ECONOMY, UN MERCATO IN ASCESA

L’Italia è il secondo Paese più vecchio del mondo dopo il Giappone, ma in Europa detiene il primato, seguita da Spagna e Germania. Gli over 65 sono il 23% della popolazione ma detengono il 40% della ricchezza in Italia. «Questo è il risultato di tre fattori», spiega la dott.sa Emanuela Notari, esperta di Longevity Economy. «Il primo è costituito dalla grande massa dei baby boomers, la generazione più numerosa della storia nata nel dopoguerra, in età da pensione. Il secondo dalla longevità, visto che nell’ultimo secolo abbiamo raddoppiato l’aspettativa di vita, arrivando oggi in Italia a oltre 80 anni circa per gli uomini, oltre 85 per le donne. Il terzo infine è rappresentato dal drastico calo delle nascite. Il nostro attuale tasso di fertilità a 1.2 figli per donna non riesce a rimpiazzare i due genitori e quindi abbiamo sempre più anziani, sempre più longevi».

Com’è cresciuta in questi ultimi anni la figura dei caregivers?

«Questo è un tema molto delicato. Grazie ai progressi medico-scientifici, alla prevenzione, al miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, viviamo molto più a lungo e arriviamo in condizioni migliori all’età cosiddetta di inizio dell’anzianità, per convenzione i 65 anni. Ma la parte più estrema di questa longevità è inevitabilmente condizionata da situazioni di malattie e disabilità, non autosufficienza, demenza e Alzheimer. Per giunta le nostre case non sono state disegnate per accogliere e proteggere persone così anziane e spesso anche se sono in salute finiscono per cadere o avere incidenti domestici che, alla seconda o terza volta, portano alla necessità di assistenza continuativa. I caregiver di oggi sono la generazione X o la parte più giovane dei baby boomers stritolati tra i propri impegni, la crescita della propria famiglia e l’assistenza ai genitori anziani. Domani, quando l’effetto della denatalità sarà più evidente, sarà ancora più difficile: coppie di genitori con un’aspettativa di vita di oltre 90 anni e un solo figlio a sostenerli. Ecco perché bisognerebbe cominciare a parlare di ristrutturazioni leggere delle case esistenti per rendere più adeguate a ospitare residenti anche molto anziani e incentivare la creazione di senior living, condomini e residenze dove un anziano in buona salute possa vivere in una situazione protetta nel massimo rispetto dalla privacy, di fatto in casa propria, ma con occasioni di socialità e assistenza, ove necessario. In Francia ce ne sono centinaia, da noi pochi primi esempi. Manca una normativa per accogliere, inquadrare e regolare questo nuovo settore e manca la visione o il coraggio di incentivarlo. Il 20% degli ospiti delle RSA, le case di riposo per anziani non autosufficienti, potrebbero benissimo risiedere in una situazione meno ospedalizzata, con una maggiore qualità di vita».

Sempre più donne sono costrette a lasciare il lavoro non soltanto per prendersi cura dei figli ma anche dei genitori anziani. Di che numeri parliamo?

«Non esistono cifre esatte, perché trattandosi di un lavoro volontario e non professionalizzato, non emerge con chiarezza. Gli over 65 oggi sono 14 milioni, di questi 2,8 non sono autonomi e, guarda caso, l’Istat nel 2018 ha quantificato in 2,8 milioni i caregiver familiari che si prendono cura di persone con più di 15 anni non autosufficienti. Secondo altri si parla di 7 milioni di persone. Resta il fatto che è difficile quantificarli anche perché In Italia, salvo la regione Emilia Romagna, non esiste una legge che stabilisca diritti e doveri dei caregiver. A parte rifinanziare il fondo per il periodo 2021-2023 con 90 miliardi di euro, non è ancora riuscita risolvere il problema del riconoscimento, che è fondamentale per tutelare i caregiver con benefici economici e contributivi, come accada in diversi stati europei».

E tutti quegli anziani che non possono fare affidamento su figli e nipoti a chi si possono rivolgere?

«Il PNRR sta spingendo gli investimenti sulla medicina e sull’assistenza di prossimità. Nelle grandi città ci sono servizi sociali gratuiti e a pagamento un po’ ovunque, è nato persino il nipote in affitto. Ma il problema è grave perché la solitudine rema contro il benessere fisico e cognitivo degli anziani. E il Covid-19 ci ha mostrato cosa può succedere quando li si parcheggia nelle RSA. Ecco perché devono esistere soluzioni intermedie tra RSA e la casa privata, e soluzioni di RSA più piccole, dove il rapporto anziano non autonomo e persona che lo assiste conservi caratteristiche umane».

Che ruolo giocano oggi gli anziani nel panorama economico italiano?

«Questo è il tema spesso sottovalutato. Gli over 65 oggi pesano per il 23% della popolazione (tra 30 anni raggiungeranno il 33%) ma detengono il 40% della ricchezza nazionale. Diverse sono le ragioni: pensioni per lo più calcolate ancora con il vecchio sistema di calcolo retributivo, più vantaggioso; esaurimento dei debiti; casa di proprietà nell’80% dei casi, risparmio accumulato in un’epoca in cui ciò era ancora possibile. Quindi gli “anziani “in Italia stanno mediamente meglio, dal punto di vista economico, delle altre fasce di età, insieme con le persone tra i 55 e i 65. La ricchezza del nostro Paese è concentrata nelle mani degli over 55, eppure per il marketing e la pubblicità, per il design e lo sviluppo produttivo, dopo i 50 non esisti».

Che ruolo gioca la digitalizzazione nel settore della longevity?

«Grandissimo. Gli ospedali devono fare gli ospedali e tenere fuori i malati trattabili diversamente. Così le tecnologie digitali che già ci permettono di accedere a tutti i nostri dati sanitari in un click permetteranno di parlare con il medico anche a distanza. Quante volte ci spostiamo dal medico per essere davvero visitati fisicamente? Molte volte si tratta di essere rassicurati, di cambiare il dosaggio di una medicina, di chiedere un consiglio, di misurare la pressione. Tutte cose che la tecnologia ci permetterà di fare a distanza, risparmiando risorse e denaro».

I fondi stanziati dal PNRR possono costituire una valida risorsa di aiuto?

«Il PNRR prevede 300 milioni di euro destinati alla riconversione di  RSA e case di riposo in strutture ad appartamenti per migliorare il grado di autonomia delle persone con disabilità, seppur con gli stessi livelli di assistenza medico-sanitaria; 2 miliardi destinati alle cosiddette Case di Comunità per anziani malati cronici; 1 miliardo agli Ospedali di Comunità per l’offerta di cure intermedie e 4 miliardi all’assistenza domiciliare con l’obiettivo di prendere in carico il 10% degli over 65 entro il 2026. Sacrosanti finalità e stanziamenti, ma la strada per una anzianità sostenibile è lunga.Gli over 65 sono il 23% della popolazione ma detengono il 40% della ricchezza in Italia».

Che rapporto c’è tra finanza e benessere della vita?

«Il rischio maggiore della longevità è quello di sopravvivere ai propri risparmi.

È vero che dopo una certa età si può risparmiare in spese futili, anche se i dati dicono che gli anziani spendono molto volentieri per intrattenersi con prodotti e servizi di qualità, però è anche vero che aumentano esponenzialmente le spese per la sanità e le cure. Il rischio maggiore è di arrivare nella fase più fragile della vecchiaia senza sufficienti risorse per garantirsi cure, benessere e compagnia. La tenuta cognitiva dipende da queste cose, e la tenuta fisica spesso da quella cognitiva. Il rapporto tra finanze e benessere è strettissimo».

Quali possono essere i pro e i contro della longevity per l’economia italiana?

«I contro, sul piano economico, sono dei conti dello Stato a causa di una forza lavoro sempre più esigua e una massa sempre maggiore di pensionati da sostenere e di questi una quota sempre maggiore di ultra ottantenni bisognosi di assistenza. Sono anche delle famiglie che si accollano il ruolo di care giver. I pro sono nel valore dell’esperienza, sia in generale nella vita sia nel lavoro, nelle potenzialità di un nuovo mercato di prodotti e servizi disegnati e pensati per i senior, nell’insegnamento che la longevità ci sta offrendo di una rilettura del ciclo di vita: se la vita per chi è nato dopo il 2000 durerà 100 anni, dovrà essere ridisegnato, non potrà più essere diviso in 3 fasi lineari: fanciullezza/studi – lavoro e carriera – pensionamento. Ciò che ho studiato 40 anni fa non può essere sufficiente per i prossimi 40. Allora forse si potrà gestire lavoro e apprendimento nel modo in cui qualcuno ha cercato di gestire lavoro e vita durante l’esperienza dello smart working: più flessibile, più interconnesso, meno a compartimenti stagni».

Entro il 2030 il numero di ultrasessantenni è destinato ad aumentare del 42%. Come si ripercuoterà questo invecchiamento su Borse e mercati?

«Gli investimenti nell’e-heatlh, nella stessa residenzialità senior (cresciuta del 36% nei primi 6 mesi di quest’anno a livello europeo) e nella medicina anti-aging continueranno a crescere finché la tendenza sarà quella di maggiori anziani e maggiore longevità. Per quanto riguarda invece il cittadino, sarà necessario che la consulenza finanziaria impari a guidare i propri clienti nella pianificazione della propria longevità: sia sul piano degli investimenti – con un orizzonte temporale alla pensione di 20/30 anni e i tassi a zero, anche la logica che voleva concentrare gli investimenti senior in bond lasciando le azioni non vale più – sia sul piano della organizzazione del proprio tempo: dove e con chi invecchiare, in quale casa o in quale struttura, come tutelarsi attraverso polizze assicurative dal rischio di malattia e non autosufficienza o da quello che il proprio reddito pensionistico non sia sufficiente al tenore di vita cui si aspira, come pensare alla propria successione e al passaggio generazionale davanti a una vita così lunga da rischiare di bypassare i figli arrivando direttamente ai nipoti».

La longevity economy è destinata a far aumentare tassi e inflazione?

«Non credo si possa stabilire un nesso tra longevità e macroeconomia. Almeno non è nelle mie competenze vederlo. Quello che ho capito è che presto le banche centrali ridurre i propri aiuti, e quindi i tassi risaliranno verso livelli meno dopati, per far fronte all’inflazione che sta superando velocemente quel 2% che tutti si auspicavano e negli Usa è già oltre il 6%. L’inflazione, al contrario, può avere effetti sulla longevità e in particolare sul rischio che i risparmi tesi a sostenere la vecchiaia non siano sufficienti: la gittata di un’aspettativa di vita così longeva rende molto pericoloso l’effetto di un’inflazione anche minima, ma non tutti lo percepiscono».

Quale sarà il futuro della longevity economy?

«Gli over 65 sono il 23% della popolazione ma detengono il 40% della ricchezza in Italia. Sono un’ottimista e mi auguro che si cominci a riconoscere nella nostra longevità un grande tesoro e a trattarlo come tale. Però sono del segno dei gemelli e ho anche una forte parte realista: se non lo facciamo noi, diventeremo il Klondike della corsa all’oro dei longevi e i cercatori saranno i grandi gruppi stranieri…».                                   ©

Matteo Martinasso