sabato, 15 Giugno 2024

Industria di nuovo a regime. E le aziende ritornano

Sommario

L’industria italiana tiene botta e recupera i transfughi. La nostra manifattura si rivela capace di reggere alla crisi, mantenendosi salda alla settima posizione nella classifica delle economie industriali più importanti. Recupera infatti tutto il volume produttivo perso con la pandemia. Un dato importante, se si pensa che Francia e Germania, ad oggi, mantengono livelli di produzione nettamente inferiori a quelli pre-pandemici (-5% e -10% rispettivamente).

IL “FRONTE INTERNO” COMPENSA IL CALO DELLE ESPORTAZIONI

Questo recupero è stato reso possibile da una domanda interna solida e da un tessuto economico ancora sano. In breve tempo si sono riattivate produzioni del settore primario che negli ultimi anni erano state trasferite all’estero. Il generale calo di importazioni ed esportazioni resta in questo momento il principale problema dell’economia. Una diminuzione degli scambi economici con l’estero evidenziata anche dal crollo del 35% degli FDI (Foreign Direct Investments) globali nel 2020. Si tratta di uno degli indicatori più rilevanti sul concreto interesse delle aziende ad investire all’estero. In compenso però, numerose sono le aziende italiane delocalizzate che decidono di riportare nel Paese produzioni e forniture.

BACKSHORING IN CRESCITA

Secondo i dati pubblicati da un paper del Centro Studi di Confindustria, il 23% delle imprese ha avviato negli ultimi anni processi di rimpatrio. Lo studio in questione è il primo in Italia a trattare delle strategie di offshoring e reshoring delle imprese. Tradotto, i processi con cui le aziende spostano parti della loro produzione da un paese all’altro. Nello specifico, il fenomeno osservato è soprattutto di backshoring, cioè il vero e proprio ritorno al Paese d’origine. Il Centro Studi lo ha definito «non marginale», e non a caso. Infatti è realistico aspettarsi che sia destinato a durare anche negli anni a venire. Le cause, da rintracciare fino a prima della pandemia, sono state esasperate dall’avvento della crisi. Innanzitutto, il crescente costo del petrolio e la lentezza e la difficoltà dei trasporti: questioni logistiche rilevanti, per aziende che avevano optato in passato per una delocalizzazione delle forniture. In più, l’aumento del costo della manodopera nei Paesi, come Cina e India, tipicamente scelti da chi trasferiva la produzione, a fronte di una manodopera italiana di qualità indubbiamente maggiore.

PERCHÈ POTREBBE DURARE

Sono tutte circostanze che sembrano destinate a permanere nei prossimi anni. Infatti, come evidenziato in un rapporto dalla società di analisi Drewdry, citato da SupplyChainItaly, nel 2022 bisognerà attendersi nuovi “colli di bottiglia” nelle forniture mondiali. Le cause scatenanti verranno da parti diverse: tra le più rilevanti, le tensioni sociali nei porti della West Coast americana, che rischiano un vero e proprio blocco generalizzato. Ma anche le eventuali nuove chiusure e lockdown di Paesi come la Cina, che adotta una zero-Covid policy. In generale, come sottolinea l’ultimo rapporto sugli Scenari industriali di Confindustria, gli ultimi rivolgimenti sociali, politici ed economici potrebbero segnare l’avvento di un momento storico diverso. Un clima in cui «il cambiamento del contesto economico nei Paesi emergenti, il mutamento del paradigma produttivo, la crescente incertezza, la necessità di una transizione verso un sistema produttivo più sostenibile dal punto di vista sociale e ambientale, fanno da acceleratore della rilocalizzazione delle attività produttive e delle forniture». ©

Marco Battistone

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Foto di Janno Nivergall da pixabay

Studente, da sempre appassionato di temi finanziari, approdo a Il Bollettino all’inizio del 2021. Attualmente mi occupo di banche ed esteri, nonché di una rubrica video settimanale in cui tratto temi finanziari in formato "pop".