martedì, 23 Aprile 2024

Il Sud investe in rinnovabili più della media nazionale

Sud

Sud capofila negli investimenti sostenibili e innovativi. «Oggi il meridione offre un importante contributo alla produzione di energie rinnovabili», dice Luca Bianchi, direttore dello Svimez (Associazione per lo Sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno). «Il 48,7% delle imprese meridionali manifatturiere ha realizzato oltre il 3% in più di questi progetti rispetto alla media nazionale».

In termini economici e di opportunità lavorative quanto può contribuire il Sud su sostenibilità e transizione ecologica?

«Nel Mezzogiorno nel 2018, il valore aggiunto della bioeconomia è stato pari a 23,6 miliardi, con una percentuale di oltre il 23% di quello nazionale (circa 100 miliardi): un dato notevole rispetto alla quota del manifatturiero meridionale sul totale italiano, pari a solo il 10%. Inoltre vanta il 97% della capacità eolica installata e il 40% di quella solare. Ma prospettive interessanti possono aprirsi anche con lo sviluppo della filiera dell’idrogeno».

Circa l’8% delle imprese manufatturiere meridionali è presente sui mercati asiatici, contro il 14% della media nazionale. Le agevolazioni concesse dal MISE per l’internazionalizzazione nel periodo 2014-2019 sono state solo il 5% di quelle totali concesse nel Paese (in media 33,1 milioni su 670,9)

«Non c’è dubbio che gli strumenti a oggi messi in campo non abbiano funzionato per le imprese del Sud. Ma un certo interesse rivestono i recenti interventi che hanno riguardato il Fondo rotativo come strumento fondamentale del “Piano straordinario per il Made in Italy”. Recentemente il Comitato agevolazioni del Fondo ha introdotto una riserva a favore del Sud, pari al 40% delle risorse disponibili».

Il 41% delle imprese manifatturiere del Mezzogiorno investe in efficienza energetica; il 7% in certificati green e il 37% in formazione dipendenti. La media nazionale è rispettivamente il 45%, l’11% e il 41%. Come recuperare il gap?

«Nel caso degli investimenti in efficienza energetica, occorrerebbe una vasta opera di riqualificazione urbana delle città meridionali, con interventi diffusi in grado di coinvolgere il tessuto delle PMI e delle numerose microimprese della filiera delle costruzioni e dell’energia, nella consapevolezza dell’importanza che una politica di rinnovamento del patrimonio edilizio esistente riveste sotto molteplici profili: economico, sociale e ambientale».

Solo il 29,7% delle imprese manifatturiere siciliane ha investito in digitale, la media nel Mezzogiorno è del 35,9%. Quanto possono essere importanti per evolvere i fondi del PNRR?

«Dalla Missione 1 ci si attende un impatto significativo sulla riduzione dei divari territoriali. Ciò soprattutto grazie agli interventi sulla connettività a banda ultra larga che per il 45% saranno destinati al Mezzogiorno. Maggiori perplessità sorgono, invece, sulla prevista accresciuta accessibilità delle imprese meridionali agli incentivi fiscali del Piano Transizione 4.0, cui è destinata una dote cospicua di risorse, pari a 13,38 miliardi. Si tratta di un intervento cui il Sud ha avuto accesso in misura molto limitata (circa il 10%), in quanto le misure di natura automatica, riguardanti tutto il territorio nazionale, tendono a favorire l’accesso delle imprese nelle aree più sviluppate».

I problemi derivanti dall’interruzione delle forniture di input essenziali al processo produttivo sono rilevanti per il 29% delle imprese del Mezzogiorno, contro una media italiana del 19%. Il 47% prevede una qualche forma di riconfigurazione mentre a livello nazionale, solo il 34% è intenzionato a intervenire sugli assetti attuali

«Bisogna ricorrere a filiere corte, il che è anche strettamente legato a processi di re-shoring di impianti delocalizzati all’estero. In quanto ai porti, le ZES-Zone economiche speciali del Sud e le ZLS-Zone Logistiche Semplificate del Centro-Nord potrebbero assumere anche una funzione decisiva nel processo di razionalizzazione e di accorciamento delle catene del valore, incentivato dall’esperienza della pandemia, dando impulso al rientro su territori nazionali di specifiche delocalizzazioni. Le ZES potrebbero in definitiva essere una delle modalità di intervento per governare anche i processi di re-shoring e di accorciamento delle catene del valore, la cui necessità si sta imponendo ai Governi nazionali a livello globale».

Nelle previsioni degli imprenditori al 2023, le vendite domestiche sono viste in crescita da parte di 1/3 delle imprese meridionali contro il 26% della media nazionale e quelle sui mercati europei dal 25%, contro il 20%

«Nel Mezzogiorno, in base alle stime del nostro modello econometrico, per i consumi delle famiglie si ipotizza una crescita del +3,2%, nel 2022, e del +2,7% nel 2023, più debole di quella del Centro-Nord, dove si prevedono rispettivamente il +4,5% e +3,4% (+4,2% e +3,2% in Italia). Per le esportazioni, si stima che la tendenza espansiva prosegua anche nel 2022 e 2023, anche se a ritmi più ridotti del 2021: rispettivamente +6,6% e +6,1% su scala nazionale, che si declina nel +6,7% e +6,1% nelle regioni centro-settentrionali e nel +4,7% e +5,6% al Sud». ©

Mario Catalano

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