• venerdì, 1 Luglio 2022

La fuga dei giovani ci svuota le tasche: persi 16 miliardi

giovani

Calcoli alla mano, i costi legati alla formazione fino ai 25 anni di età, tra quanto investe la famiglia e quanto fa lo Stato, ammontano a circa 125 mila euro. Le ragazze e i ragazzi che nell’ultimo decennio hanno lasciato la nazione sono più di 250 mila. E in dieci anni da questo “esodo” abbiamo perso 16 miliardi, l’equivalente di un punto di PIL. «Non voglio esagerare ma corrispondono a una manovra di bilancio. È un dato che deve fare riflettere», dice Giuseppe Arnone, docente, imprenditore, presidente della Fondazione “Italiani in Europa” e autore del libro Italiani nel cuore.

Quanto fatturato genera il turismo di ritorno?

«Gli italiani residenti all’estero (e tutti i discendenti) corrispondono a circa 80 milioni di persone. E la stragrande maggioranza è originaria del Mezzogiorno. Cavalcare questo trend per costruire un turismo di “accoglienza” per i figli e i nipoti di coloro che 30, 40 o 50 anni fa hanno lasciato l’Italia, sarebbe una strategia per rivalutare i piccoli borghi, specie quelli del Sud, facendoli riscoprire agli oriundi. L’ENIT, l’ente italiano del turismo, sostiene che dal solo continente americano, ogni anno arrivino nel nostro Paese circa 670mila turisti d’origine italiana, generando un fatturato che si avvicina ai 700 milioni di euro (dato ovviamente pre-pandemia). La portata di un’offerta turistica dedicata sarebbe veramente vigorosa. Questa potrebbe essere facilitata dai tanti contatti che ci sono ancora tra i parenti in Italia e gli emigrati di seconda o terza generazione. Molti di questi hanno voluto mantenere un’abitazione nel Paese di origine, spesso semplicemente per ragioni affettive, per non recidere definitivamente il legame con il territorio di nascita».

In che modo si può rafforzare il legame tra expat e madrepatria?

«Abolendo in modo totale o parziale l’Imu: nel 2015 era stata introdotta l’esenzione totale del pagamento del balzello per i cittadini italiani iscritti all’Aire e titolari di pensioni estere; con questa misura, il Parlamento riconobbe il valore morale dei sacrifici dell’emigrazione per mancanza di valide alternative occupazionali in patria. Nel 2020 però l’esenzione è stata cancellata e, in questo caso, l’Ue ha segnalato all’Italia che essa non rispettava il principio di non discriminazione, poiché agevolava solo i cittadini italiani residenti all’estero e non quelli comunitari in possesso di unità immobiliari nel nostro Paese. Credo che occorra prendere una decisione forte a livello politico, favorendo il settore immobiliare e l’arrivo di nuovi capitali, detassando chi, straniero, compra una casa in Italia. In questo modo attrarremmo investimenti dai cittadini dell’UE e tuteleremmo quegli italiani residenti fuori confine».

Quali politiche occorre adottare per attenuare la fuga dei cervelli?

«La fuga dei cervelli può essere attenuata solo contrastando il mismatch, avendo soggetti formati sulla base delle esigenze del mercato del lavoro. Va inoltre valorizzato il merito e soprattutto costruire offerte formative diverse, migliorando da un lato istituti tecnici sulla scia degli ITS e dall’altro potenziando le università allocando molti più “danari” sulla ricerca e sui dottorati. Da ultimo è necessario che le lingue straniere, in primis l’inglese (ma anche francese, tedesco o spagnolo), vengano insegnate bene sin dalla scuola dell’infanzia. In un mondo globalizzato saper parlare benissimo le lingue straniere è un prerequisito per essere competitivi con gli altri ragazzi europei».

Come è cambiato l’emigrato tipo italiano negli anni e perché si parla di expat?

«Nel mio libro ho voluto analizzare come si siano evoluti gli italiani anche nell’emigrazione. Più che emigrati oggi li definirei “expat”, rifacendomi alla visione anglosassone del termine che designa quei cittadini che si trovano all’estero con un alto livello di skill, know how e professionalità, che, grazie ai sacrifici della prima generazione di emigrati, hanno potuto studiare, affermandosi come professionisti, o aprire un’attività economica e consolidarla nel tempo».

Si parla molto di “rientro dei cervelli” e smart working. In che modo si potrebbero agevolare a livello fiscale?

«Una strategia sarebbe detassare chi rientra dall’estero per ritornare a lavorare in Italia, magari andando a vivere in borghi che, grazie alla presenza di questi giovani, si ripopolerebbero, innescando anche virtuosismi che possono rilanciarli economicamente e turisticamente».

Qual è il ruolo dei patronati per gli italiani all’estero?

«I patronati sono fulcro della socialità e punto di riferimento per approcciarsi alla complessa burocrazia italiana. La loro attività all’estero costituisce, infatti, un importante punto di riferimento e fornisce un rilevante contributo alle nostre collettività, grazie alle strutture di patronato presenti in numerosi Paesi meta di emigrazione dei nostri connazionali. In questo senso i patronati hanno svolto, e continuano a svolgere tutt’ora, un ruolo di «ponte» tra le strutture che caratterizzano la presenza dell’Italia all’estero e gli italiani non residenti, fornendo un’assistenza e una consulenza assai utili in materia di lavoro e previdenza, soprattutto adesso che la rete consolare è stata funestata da tagli e restringimenti».

La Comunità Europea si allarga sempre più a Paesi: come immagina la futura politica economica nel continente nel post pandemia?

«Serve un bilancio comune che sia capace di far deficit. Il parametro del 60% di debito/Pil è ormai obsoleto: la pandemia ce l’ha dimostrato. Lottare contro la disoccupazione e favorire la felicità (più che la crescita economica). Questo dovrebbe fare l’UE. Negli anni ’90 si riteneva, subito dopo la caduta del muro di Berlino e con l’ampliamento verso est della CE, che fosse la solidarietà l’elemento cardine per lo sviluppo dei popoli europei. Dobbiamo ritornare a quel concetto». ©

Giuseppina Di Maio

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