• sabato, 2 Luglio 2022

Ecologico e pratico: come l’idrogeno può sostituire il gas

Quello dell’idrogeno è un treno da non lasciarsi scappare. Sarà il 2023 l’anno che vedrà per la prima volta in Italia una tratta ferroviaria a idrogeno. Coradia iLint, il treno a zero emissioni progettato dalla francese Alstom, sostituirà i mezzi tradizionali in alcuni punti della tratta Brescia-Iseo-Edolo. Ma non è che una delle buone notizie dal più innovativo tra i vettori energetici, a fronte di un momento cruciale: ora che la guerra impone di ridurre le dipendenze dal gas russo, Italia ed Europa cercano alternative, e l’idrogeno potrebbe proprio fare al caso loro. Emission-free e facilmente trasportabile, molti credono sarà il carburante del futuro. Proprio per il suo status di energia pulita sembra essere uno degli strumenti più qualificati per raggiungere l’obiettivo della riduzione del 55% delle emissioni di gas serra che l’UE si è autoimposta per il 2030. E l’Italia potrebbe avere un ruolo non da poco, se saprà cogliere le giuste occasioni.

Un’energia “comoda”

Secondo le previsioni della European Hydrogen Backbone, entro il 2050 la domanda di idrogeno coprirà il 20-25% del fabbisogno energetico in Europa e Regno Unito. Ciò che fa pendere le valutazioni a favore dell’idrogeno è tipicamente il fattore di efficienza energetica: dalla sua combustione non si ottengono che energia e vapore acqueo, senza scarti di sorta. Un elemento che incide anche drasticamente sul suo impatto ambientale, riducendone nettamente le emissioni. In aggiunta a questo, si hanno le caratteristiche fisiche e strutturali: l’idrogeno può essere facilmente immagazzinato in forma gassosa, liquida o perfino in nanospugne. È dunque la soluzione più futuribile al problema delle batterie, cioè alla difficoltà e ai costi di “immagazzinare” l’energia elettrica. Un problema fondamentale, soprattutto per quelle rinnovabili che funzionano solo in determinati momenti del giorno, come il solare, e che dunque necessitano di stivare da qualche parte l’energia per poter coprire il fabbisogno dell’intera giornata. Non da ultimo, il vantaggio dell’idrogeno è nella facilità di trasporto, e soprattutto la compatibilità con le reti preesistenti. Secondo le stime del “Piano d’azione per l’idrogeno” di Confindustria, il 70% dei gasdotti presenti in Italia potrebbe essere convertito all’idrogeno.

L’ostacolo tecnologico

Eppure, per ora, i dati sembrano scoraggiare un eccessivo ottimismo: nel mix energetico globale, lo share dell’idrogeno è un esile 0,1%. Cosa sta frenando, dunque, un impiego più ampio? Innanzitutto, va precisato che non si tratta che di un vettore, e non di una fonte, di energia. In poche parole, serve per immagazzinare energia in una forma “comoda”, ma non a generarne. Questo perché, pur essendo l’elemento più comune dell’universo, non lo si trova quasi mai nella sua forma pura, ma in legami con altri elementi: per scioglierli, serve energia. È quindi cruciale il fatto che il suo status di energia pulita o meno dipenda dal processo con cui è prodotto. Tra i vari metodi di produzione, quello che al momento costa meno e va per la maggiore (il cosiddetto idrogeno grigio) lo ricava da combustibili fossili come il metano, ma producendo CO2. Di questo processo esiste una variante “green”, che cattura l’anidride carbonica prodotta, generando idrogeno blu. Infine, c’è l’idrogeno verde, prodotto per elettrolisi dell’acqua con energia da fonti pulite. Purtroppo, al momento, la sua incidenza non è che all’1% della produzione globale.

Investire sul futuro

Queste difficoltà non devono far dimenticare le opportunità di un’energia che potrebbe realmente essere chiave della transizione. La ricerca di soluzioni per questo ostacolo tecnologico sarà essenziale per riuscire a guadagnare un significativo vantaggio competitivo. E l’Italia ha un’occasione d’oro per assumere un ruolo fondamentale sul piano energetico, grazie a investimenti specifici in ricerca e sul territorio. La ferrovia non è che il primo step di una transizione che può essere più ampia, che dovrebbe estendere l’utilizzo ai settori “hard to abate” (le cui emissioni sono difficilmente riducibili) come la siderurgia. Nel PNRR è previsto un investimento di 3,19 miliardi per “promuovere la produzione, la distribuzione e gli usi finali dell’idrogeno”: ciò che manca è un più completo investimento in ricerca (al momento solo 160 milioni sul totale). Una mancanza che potrebbe rivelarsi fatale alle nostre chances di essere apripista nel settore.

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Marco Battistone

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Foto di trainspotterflo da pixabay

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