domenica, 3 Marzo 2024

Gas: le tre strategie per sopravvivere

Gas

Obiettivo: riempire gli stoccaggi entro il prossimo inverno e, nel giro di 2 o 3 anni, liberarsi dalla dipendenza del gas del Cremlino. Le carte da giocare sono tre: nuovi accordi esteri di approvvigionamento; investire sui rigassificatori, accelerare la transizione energetica puntando sulle rinnovabili. Nel primo bimestre del 2022 il nostro Paese ha versato a Mosca 3,5 miliardi per prodotti dell’estrazione. Solo dodici mesi fa erano meno di 1 miliardo. Metà dell’energia che arriva da Mosca potrebbe essere sostituita entro un anno da quella importata da: Algeria (un terzo), Congo, Angola, Mozambico, Egitto e Qatar. Tra gli accordi già chiusi, quello con il ministro congolese per gli idrocarburi, Bruno Jean Richard Itoua. L’intesa Roma-Kinshasa prevede l’accelerazione e l’aumento della produzione di gas nello Stato africano, in primis tramite lo sviluppo di un progetto di gas naturale liquefatto (GNL) con avvio previsto nel 2023 e capacità a regime di oltre 3 milioni di tonnellate all’anno (oltre 4,5 miliardi di metri cubi/anno). L’Eni ha firmato anche un accordo con Il Cairo per tre miliardi di metri cubi di Gnl. Dall’Algeria arrivano valori comparabili con quelli del Cremlino (4,5 miliardi di euro, pari al 22,8% dell’import settoriale italiano), seguono, Azerbaijan e Qatar (1,8 miliardi di euro ciascuno) e Libia (circa 600 milioni di euro). L’Italia è quella con la quota più elevata di gas nel mix energetico complessivo, il 40% (dato 2020) a fronte di una dipendenza dalle importazioni del 93-94% rispettivamente nel 2020-2021. Nel Def approvato il 6 aprile scorso si parla di una possibile carenza di gas fino al 18% delle importazioni totali nel 2022, se non si riuscirà a sostituire il gas oggi proveniente da Mosca diversificando le rotte di approvvigionamento.

Le energie rinnovabili giocheranno una partita importante. Ma oggi solo il 17% dell’energia proviene da fonti pulite e questa percentuale dovrà salire al 78% entro il 2050. L’energy transition non è solo una questione ambientale ma anche economica. Se oggi avessimo la produzione di energia da rinnovabili prevista al 2030, spenderemmo 45 miliardi di euro invece di 75.

Considerati i tempi lunghi degli iter autorizzativi nel nostro Paese, già si pensa a una figura tecnica di “semplificatore”. Legambiente calcola che per l’autorizzazione a realizzare un impianto eolico nel Belpaese servono 38 passaggi e, finora, ci vogliono in media 5 anni contro i 6 mesi previsti dalla normativa europea. «L’ostacolo più grande per chi vuole investire in rinnovabili è la burocrazia, oltre a una certa mentalità», dice Edoardo Garrone, Presidente ERG – Green Energy Makers, tra i precursori della transizione energetica, commentando la bocciatura del ministero della Cultura alla realizzazione del parco eolico sulla diga foranea del porto di Genova.

In ballo c’è anche l’ipotesi di “ripescare” il progetto del rigassificatore a Porto Empedocle, nell’agrigentino, accanto ai due impianti galleggianti già annunciati. Presentato 18 anni fa, è rimasto accantonato. Attualmente in Italia sono attivi tre impianti: Olt in Toscana; Panigaglia, in Liguria (3,5 miliardi di metri cubi all’anno) e Adriatic Lng, in provincia di Rovigo, in Veneto (8 miliardi di metri cubi all’anno). La capacità totale di questi tre rigassificatori è di circa il 20% del fabbisogno nazionale. Ma ci sono progetti in corso, come quello di Gioia Tauro: prevista la costruzione di un impianto con una capacità di 12 miliardi di metri cubi annui di Gnl, con un valore di investimento tra 1,3 e 1,8 miliardi.

Il fattore tempo però gioca un ruolo determinante. I beni energetici continuano a salire. Nel primo trimestre 2022 l’energia elettrica ha fatto registrare un aumento del 131% rispetto ai primi tre mesi del 2021. ©

Mario Catalano