• sabato, 2 Luglio 2022
nucleare

Mentre gli occhi del Mondo sono puntati sulla minaccia nucleare russa e sul risiko delle forniture di gas e petrolio, la Cina pensa a sé e avvia quasi silenziosa la costruzione di sei nuovi reattori. L’obiettivo? Raddoppiare la capacità del comparto entro la fine del decennio. La stabilità energetica è una priorità per il governo, deciso a raggiungere la neutralità carbonica entro il 2060. Tre centrali nelle province costiere dello Shandong, Zhejiang e Guangdong riceveranno ciascuna due nuove unità, per un costo complessivo stimato di 120 miliardi di yuan (18,7 miliardi di dollari). Il Partito, intanto, mette le mani avanti e pone l’accento sulla sicurezza. «Il settore deve essere sviluppato in modo ordinato e dietro il presupposto di una stretta supervisione e assoluta sicurezza», riferiscono i media governativi citando l’ultimo Consiglio di Stato. Pechino insiste sulla centralità dell’energia per sostenere la crescita economica e sociale. «Dobbiamo rispondere alle nuove sfide che arrivano dall’esterno rafforzando l’approvvigionamento, gettando le basi per progetti con condizioni ed esigenze di sviluppo mature e promuovendo l’ottimizzazione continua della struttura energetica. Questo stimolerà gli investimenti e l’occupazione, un vantaggio sia per il presente sia per il futuro», riporta l’agenzia di stampa statale Xinhua.

La Cina è al terzo posto al Mondo per capacità installata di produzione del nucleare (55 GW), dopo Stati Uniti (101 GW) e Francia (63 GW). Ciononostante, il nucleare rappresenta solo poco più del 2% del totale di energia generata dalla nazione e il 5% dell’elettricità prodotta lo scorso anno. Il progetto rientra nel piano del presidente Xi Jinping di trasformare il Dragone da primo produttore globale di CO2 a una società a emissioni zero entro il 2060. Per realizzare questa transizione, il governo è deciso a sostituire le centrali elettriche che utilizzano combustibili fossili – principalmente carbone – con il nucleare.

«Dopo anni di preparazione, valutazione e revisione, i tre nuovi impianti di Sanmen – nella provincia dello Zhejiang, Haiyang – nello Shandong – e Lufeng – nel Guangdong – inclusi nel piano nazionale, sono stati approvati», ha riferito Xinhua. Haiyang e Sanmen, controllate rispettivamente da State Power Investment Corporation e China National Nuclear Corporation (CNNC), ospitano già due unità AP1000 (quelle create dalla storica Westinghouse Electric) ciascuno. Due impianti ad acqua pressurizzata CAP1000 – la versione cinese dell’AP1000 – troveranno presto collocazione in ogni centrale. A Lufeng, gestito dal China General Nuclear Power Group, verrà installata una coppia di reattori ad acqua pressurizzata Hualong One di terza generazione. China General Nuclear Power e CNNC affermano di aver sviluppato insieme in modo indipendente gli impianti, basati su progetti statunitensi e francesi. La proposta di costruzione di altri quattro reattori CAP1000 nel sito è già stata approvata dalla Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme (NDRC), ma deve ancora ricevere l’avallo del Consiglio di Stato.

Nel suo “14° Piano Quinquennale per un Sistema Energetico Moderno”, la NDRC fissa l’obiettivo di aumentare il consumo di energia non fossile di circa il 20% entro il 2025, e la produzione del 39%. «La costruzione costante di strutture costiere con un’enfasi sulla sicurezza», è la direzione che emerge dal Piano. Alla fine del 2021, la Repubblica Popolare contava 53 centrali nucleari con una capacità di generazione totale di circa 55 gigawatt. Il governo mira a espanderla fino a 70 GW entro il 2025, per poi farla crescere ulteriormente a toccare 120/150 GW, nel 2030. Una quantità che potrebbe essere sufficiente per superare USA e Francia.

Per il Dragone il comparto offre grandi vantaggi anche in termini commerciali: i progetti di sviluppo di tecnologie nucleari autonome e performanti hanno una lunga storia nella Repubblica Popolare e ora Pechino punta alla leadership tecnologica per espandersi sui mercati e rafforzare i legami con i partner commerciali. Gli strumenti di certo non mancano: una volta entrati in funzione, gli impianti hanno alti rendimenti e costi operativi moderati. Il suo campione internazionale è il reattore Hualong One, entrato in piena funzione nel gennaio 2021 a Fuqing, nel Sud Est del Paese. Al 90% Made in China, per Pechino segnala il pieno dominio della tecnologia atomica di terza generazione, ma a due terzi del prezzo di quelli europei, statunitensi e giapponesi. Negli ultimi dieci anni la Cina ha accelerato la corsa al primato nelle tecniche nucleari. Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), oggi è il produttore di energia con il tasso di espansione e crescita più alto. A partire dal 2015 i principali operatori del settore hanno cavalcato l’onda dell’internazionalizzazione. Alcune grandi compagnie statali hanno siglato accordi milionari in tutto il Pianeta. I primi Hualong One d’esportazione sono entrati in funzione nella primavera 2021 a Karachi, in Pakistan, mentre altri arriveranno presto in Argentina per completare la quarta centrale del Paese. La tecnologia del Dragone sta dettando le regole del mercato proprio perché sembra risolverne i problemi – dai costi elevati, alle questioni di sicurezza, a governi sempre meno interessati a finanziarlo. Problemi che, di fatto, hanno creato enormi spazi di manovra per i nuovi arrivati. I reattori rossi di terza generazione hanno vita lunga – 60 anni contro la media dei 35-40 – e riescono a generare fino a 1,161 milioni di kilowatt, sufficienti per una comunità di un milione di persone. Ad attirare le nazioni meno avanzate è anche la ricerca cinese sugli usi alternativi del nucleare, non solo perché soddisfarebbe la domanda di calore delle nuove industrie pesanti: la potenza di un reattore è in grado di abbattere gli enormi costi della desalinizzazione dell’acqua, richiestissima dove l’acqua dolce è sempre meno reperibile. Russia e Stati Uniti rimangono i principali contendenti sul mercato, con clienti consolidati e accordi vantaggiosi per il ritiro del combustibile usato. In più, la firma di Pechino manca da alcuni accordi importanti promossi dall’AIEA: questo non la differenzia molto dagli USA, ma accresce l’incertezza degli acquirenti nei confronti di un attore ancora “giovane”. In compenso, spinta dalla forte domanda interna, la Cina sta facendo progressi nel riciclo del carburante, nella produzione di uranio-235 e nell’impiego del torio – più reperibile in natura – che, convertito in uranio-233, ha qualità migliore. Il ciclo del combustibile in fase di sviluppo farebbe risparmiare fino al 30% di uranio, in un Paese dove ne saranno necessarie almeno 35 mila tonnellate all’anno entro il 2030. Il torio sarebbe inoltre impiegato nei nuovi reattori a sali fusi, una tecnologia in grado di ostacolare reazioni a catena incontrollate e che potrebbe rivoluzionare il problema della sicurezza. Nella competizione con gli States, la Repubblica Popolare è l’unica che cerca di implementare questa soluzione, includendola nella propria strategia energetica di lungo termine. ©

Sara Teruzzi

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