giovedì, 23 Maggio 2024

Startup: l’importanza della formazione ai settori “giovani”

Sommario

Investire nei giovani e nella loro formazione è la via della ripresa. Una via che non può non tenere conto dei nuovi paradigmi tecnologici come Blockchain e Web3. «Sono tecnologie che adesso si trovano in un periodo difficile, ma è inevitabile che riemergeranno e avranno il loro corso. Come è successo nel 2000 esploderanno e cambieranno i modelli, con l’avvento di economie basate sulla tokenizzazione», dice Riccardo Donadon, fondatore e chairman di H-FARM, già a capo della task force incaricata nel 2012 di redigere il rapporto Restart, Italia! sullo “stato dell’arte” del mondo dell’innovazione. A distanza di dieci anni, torna sull’argomento e accenna un paragone. «I momenti di crisi sono importanti e necessari perché resettano i paradigmi e aprono a pensieri nuovi. Allora era la crisi del debito, oggi è la pandemia, ma ciò che hanno in comune è il lanciare sfide e spunti per un’innovazione che deve essere concepita in modo completamente diverso dal passato».

Riccardo Donadon, fondatore e chairman di H-FARM
Si è fatto abbastanza per rendere l’Italia un Paese più “ospitale” per gli innovatori e l’innovazione?

«Negli ultimi anni è stato fatto un percorso importante, con un notevole salto in avanti dell’ecosistema. Però facendo un confronto con altri Paesi che partivano più indietro di noi, la fotografia non è esaltante. Il caso della Francia è emblematico perché evidenzia una grande capacità di fare sistema, ciò che a noi è mancato finora. L’anno scorso l’Italia ha generato un solo “unicorn”, mentre la Francia 24. Parliamo di una scala non paragonabile e non accettabile, bisogna fare di più. Questo passa per una serie di passaggi: sicuramente c’è necessità di un quadro normativo adeguato, che dia impulso a queste cose e favorisca la formazione di aree nel Paese che se ne occupino. Poi c’è bisogno di tanta formazione, a qualsiasi livello. Tutti devono essere consapevoli dell’importanza di queste cose. Stiamo parlando di un tema che riguarda il futuro del Paese, ma soprattutto quello dei giovani. Renderli consapevoli di queste tematiche per permettergli di immaginare cose innovative è fondamentale per non farsi portare via il talento».

Eppure l’Italia resta nettamente al di sotto della media OCSE per quanto riguarda la performance in materie scientifiche e sopra la media per il numero dei cosiddetti NEETs, cioè i giovani non impiegati né impegnati in alcuna modalità di formazione. Che cosa si dovrebbe fare per cambiare la situazione?

«Come H-FARM stiamo cercando di seminare dal profondo grazie a tutto l’investimento che abbiamo fatto in formazione. Purtroppo, possiamo risolvere i problemi solo per una piccolissima parte del sistema. Però stiamo comunque cercando, con un percorso formativo completamente ridisegnato, di mettere i ragazzi nella traiettoria di affrontare il nuovo mondo con le competenze giuste. Abbiamo messo in piedi un percorso scolastico, che va dai tre ai diciassette anni, che nei primi anni li educa alla tecnologia e insegna loro come fare le cose e negli ultimi mostra loro le opportunità che la tecnologia fornisce per far nascere cose nuove, che possano in qualche modo creare un beneficio per gli altri e un’economia positiva. Nell’università li prepariamo con corsi che possono offrire loro la possibilità di interpretare questi nuovi lavori e inserirsi nel contesto economico con una certa attrattività. Dopodiché, i numeri sono bassi, però già il fatto che una cosa del genere esista può costituire un precedente».

Come pensa che bisognerebbe intervenire a livello scolastico, per creare un ambiente educativo che sia anche fucina di talenti?

«È una materia pericolosa. Parlare di scuola è come una bomba atomica, perché ci sono tanti interessi attorno ed è una macchina colossale. Farla girare non è banale: al suo interno ci sono tante persone in gamba, che stanno facendo di tutto per mantenersi al passo coi tempi, ma il mondo cambia alla velocità della luce. Per questo, credo che le difficoltà sistemiche che stiamo incontrando noi saranno un po’ lo standard nei prossimi anni per tutti. Gli anglosassoni, che si focalizzano di più sulle discipline STEM, sono sicuramente più avvantaggiati. Eppure, noi abbiamo avuto un riscontro positivo negli ultimi anni, perché è stato dato più spazio alle soft skills, però dovrebbe essere armonizzata in questo contesto una maggiore consapevolezza delle materie tecnologiche. Io non credo che il sistema che c’è dall’altra parte sia perfetto, però bisogna trovare il giusto mix delle cose per ottenere il meglio».

Ultimamente si parla sempre di più di open innovation. Ma le aziende italiane sono già aperte a rinnovarsi seguendo quest’idea?

«Si stanno timidamente aprendo, anche perché devono assolutamente farlo per non perdere posizioni rispetto al mercato, che sono i giovani. Il ricambio generazionale del consumatore apporta dinamiche differenti, soprattutto oggi che i ragazzi sono esposti a una cultura più globale. Penso insomma che sia un processo in atto, ma l’Italia è comunque fatta di piccole e medie imprese, che hanno una cultura differente verso questi temi. Li capiscono, li affrontano, ma non hanno la formazione imposta nelle grandi aziende e che consente di affrontarle adeguatamente».

Ma un tessuto produttivo fatto di piccole e medie imprese non presenta elasticità maggiore?

«Assolutamente sì. Sulla carta, può essere più facile intervenire se parte un’ondata di pensiero innovativo e di riscrittura dei modelli. Certo, è un tema difficile perché non c’è un’omogeneità completa. Dipende dall’area geografica e dal settore di riferimento. Nel food e nell’ospitalità, per esempio, l’impatto della pandemia è stato forte e ha portato anche a un cambio di modelli. Nel manifatturiero, invece, lo shock di materie prime impone a sua volta nuove letture delle cose. In generale, è importante prendere coscienza delle evoluzioni forti in corso. Ad esempio, il Web3 e la Blockchain sono innovazioni molto sofisticate, che necessitano un’adeguata comprensione».

Voi siete a Roncade, nella provincia trevigiana. Siete riusciti a valorizzare il territorio che vi sta intorno e a collaborare, o rimane impermeabile all’innovazione?

«Metà e metà. Da un lato siamo fortunati perché siamo localizzati in un territorio particolarmente frizzante dal punto di vista imprenditoriale, dove c’è molta attenzione verso questi temi. D’altra parte, spesso si trova poca apertura ai temi dell’innovazione, visti come aspetti folkloristici: dei “nice-to-have”, ma non dei “must-have”. Questo fa parte di una scarsa consapevolezza generalizzata sull’innovazione dei modelli di lavori o infrastrutturali sulla base delle esigenze dei ragazzi di oggi».

Il campus di H-FARM, a Roncade
Quali sono le prospettive dell’innovazione in Italia?

«Il momento di oggi propone grandi sfide, come quella energetica, che impongono di staccarsi dalle tradizionali logiche economiche e lobbistiche per concepire nuovi modelli di vita dell’umano sul pianeta, cercando di sviluppare soluzioni differenti. Le start-up sono quelle che portano l’innovazione sul mercato, da sempre, e quello resta l’elemento caratterizzante. Da qui la loro importanza e l’importanza della formazione per il sistema. Noi facciamo tutto quello che possiamo, ma se tutti ci mettessimo a lavorare su questo fronte, l’Italia potrebbe veramente diventare un luogo magico per i giovani, anche grazie alla grande qualità della vita. Dovremmo essere noi il luogo dove vengono a formarsi i giovani nel mondo. Ma per farlo bisogna crederci, formando anche le generazioni precedenti, come la mia».                        ©

Studente, da sempre appassionato di temi finanziari, approdo a Il Bollettino all’inizio del 2021. Attualmente mi occupo di banche ed esteri, nonché di una rubrica video settimanale in cui tratto temi finanziari in formato "pop".