domenica, 26 Maggio 2024

Che importanza ha la Cina per la moda italiana?

Sommario
Cina

Vento favorevole per l’industria italiana della moda, che naviga verso un giro d’affari stimato di oltre 102 miliardi di euro nel 2023. La ripresa post-Covid, iniziata nel 2021 e poi proseguita nel 2022, smentisce le attese di una netta frenata per l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia. Durante lo scorso anno, il fatturato totale del settore è cresciuto del 18% a 98 miliardi di euro (DATI Fashion Economic Trends, Camera Nazionale della Moda Italiana), confermandosi stabile e non influenzato dalle pressioni inflazionistiche. In questa crescita, le esportazioni hanno giocato il ruolo di maggiore importanza. Basti pensare che su un turnover totale di 98 miliardi di euro, ben 80,87 miliardi derivano dall’export dei prodotti fashion Made in Italy.

Nella filiera di abbigliamento, pelle e calzature, l’incremento è stato particolarmente forte verso gli USA (+51,9%) e la Corea (+30,2%). I flussi di export verso la Cina, invece, hanno registrato un +17,7% , rallentati dalle varie restrizioni. Ma adesso che il Paese è stato “riaperto”, si attende un forte recupero. Anche grazie al ruolo chiave dell’ex Celeste Impero, quest’anno si prevede che le esportazioni italiane cresceranno ulteriormente, fino a sfiorare gli 87 miliardi di euro, compensando una leggera debolezza del primo semestre. Infatti le incertezze geopolitiche ed economiche internazionali consigliano una posizione prudente nelle previsioni per l’anno in corso, con un profilo di stagnazione per i primi sei mesi e una ripresa nel secondo semestre. Ma dando un’occhiata agli ultimi report finanziari delle principali società del lusso, internazionali e non, il rimbalzo è già visibile.

L’esempio più eclatante può essere quello di Lvmh, che dopo aver registrato un aumento delle vendite del 17% nel Q1 ha visto le sue azioni toccare i massimi storici fino a raggiungere nelle scorse settimane un market cap di 500 miliardi di euro. Il più alto in Europa. Un’ottima notizia non solo per il colosso di Bernard Arnault ma anche per tutta la moda di alta gamma, simbolo della forza e della resilienza dell’intero settore.

E fondamentale in questa crescita è stata proprio la ripresa del mercato cinese. Nonostante uno scenario internazionale incerto e, talvolta difficile, la Cina ha ancora un potenziale senza eguali per le imprese. Soprattutto a causa della sua rapida urbanizzazione, dell’espansione della classe medio-alta e dell’aumento delle metropoli cosmopolite. Il tasso di urbanizzazione nel Paese è passato dal 50% nel 2010 al 63% nel 2021, entro il 2030 questa cifra dovrebbe raggiungere il 70%. Inoltre, la crescita del reddito sta spingendo più famiglie nella fascia di reddito medio-alta, quella al di sopra dei 22 mila dollari di reddito annuo.

Nel 2021, la Cina aveva più di 100 milioni di famiglie a reddito medio-alto, circa quattro volte di più rispetto a un decennio prima. Entro il 2025 questa cifra dovrebbe salire a circa 200 milioni, con questa fascia a rappresentare più della metà del consumo totale della Cina (dati McKinsey & Company). I numeri non lasciano spazio a congetture, la regione e i suoi cittadini rappresentano un target dal valore inestimabile per l’industria fashion.

«La Cina è, e resta, il mercato più promettente per il Made in Italy di alta gamma. Rappresenta il primo Paese importatore verso l’Italia di prodotti tessili-abbigliamento con una quota del 57,1%, ed è il quinto esportatore, preceduto solo da Francia, Svizzera, Stati Uniti e Germania», conferma Mario Boselli, Presidente della Camera Nazionale della Moda Italiana dal 1999 al 2015 e attuale Presidente della Fondazione Italia Cina e dell’Istituto Italo Cinese. Certo, entrare o fare breccia nel mercato cinese non è privo di sfide, eppure, per ogni marchio che ha provato e fallito, altri hanno avuto successo. La vittoria di un’azienda dipende dalla conoscenza effettiva dei consumatori, delle dinamiche di mercato e dei concorrenti. Ma la moda italiana ha una marcia in più: «Il bello ben fatto».

Come si evolve il commercio di prodotti di lusso italiani in Cina, ora che anche le ultime restrizioni sanitarie sembrano allentarsi?

«Durante il periodo del Covid-19, le esportazioni dei prodotti luxury, di fascia alta, quelli che esportiamo per la maggiore d’altronde, non hanno subito contraccolpi negativi. Nonostante i cinesi non venissero a comprare in occidente, e quindi anche in Italia, hanno comunque continuato con gli acquisti online da casa loro. Questa situazione generalmente positiva ha avuto due uniche battute di arresto. La prima va da fine gennaio a metà marzo del 2020, il primo durissimo lockdown totale: un periodo breve e limitato ma, in ogni caso, molto difficile. La cosa si è poi ripetuta nel 2022, nello specifico da marzo a maggio con la serie di chiusure che si sono succedute nelle principali città del Paese.

Con i lockdown in Cina la gente davvero non usciva di casa e i negozi restavano totalmente chiusi. Ma nel restante periodo abbiamo sempre continuato a vendere. Senza contare che, anche nelle due fasi più complesse, le vendite online non si sono fermate. Adesso con le riaperture e i cinesi che tornano a viaggiare si potrebbe pensare che gli acquisti interni nel Paese diminuiscano: io non ne sono convinto. Continuerà una generale fase positiva. Dopo tutte le varie restrizioni c’è quella fase di reazione, che molti di voi conosceranno con il nome di revenge shopping, che comporterà comunque un incremento dei consumi».

Oltre ai grandi marchi, il consumatore cinese ha interesse anche per le piccole e medie imprese di moda?

«Parallelamente al revenge shopping, un altro effetto positivo delle riaperture e dei consumatori cinesi che tornano a viaggiare consiste nel fatto che questi ultimi andranno a comprare da quei brand che in Cina non ci sono. Mi spiego meglio, le piccole e medie imprese non hanno negozi o reti distributive in Asia, e quindi in questi tre anni hanno sofferto pesantemente. Quando parlo dei risultati generalmente positivi anche nel periodo covid mi riferisco infatti ai grandi gruppi internazionalmente conosciuti. Con queste riaperture, i cinesi torneranno a far visita in Italia e riscopriranno tutte quelle piccole realtà di grande eccellenza che però non sono presenti nel loro Paese. Anche perché parliamo di consumatori tendenzialmente curiosi e interessati a produzioni di Made in Italy di qualità.

Capita spesso che, nei periodi di crisi, le Pmi siano quelle che soffrono di più. Come andrebbero sostenute?

«Certamente ci sono stati degli aiuti nel momento della pandemia. Le istituzioni che possono sostenere le giovani realtà e le piccole imprese come l’ICE ci sono. Ma fondamentalmente non esiste la bacchetta magica. Poi c’è da dire che purtroppo in Italia il campanilismo nel campo moda è un fenomeno molto presente, più che in altri settori, e non aiuta le aziende a creare fenomeni di sistema, a unirsi tra loro e tanto meno a fondersi. Tutte cose che potrebbero tornare utili per far squadra comune e per resistere, soprattutto nei periodi di difficoltà».

L’inflazione e i rincari impatteranno sulle abitudini dei consumatori, compresi quelli cinesi?

«Probabilmente inflazione e rincari sono sentiti di più sui bisogni primari. Ma sulla catena moda, soprattutto quando si parla della fascia alta e dell’alto di gamma, non vedo particolari preoccupazioni. Generalmente quando una persona ha la disponibilità economica per comprare un capo o accessorio da migliaia di euro entra in un ordine di idee per il quale spendere qualche centinaio di euro in più non è rilevante, non è un problema per le sue tasche.

Diverso è invece quando si parla di prodotti moda/tessili di uso comune. In questo caso il consumatore non altospendente potrebbe rinunciare all’acquisto, reputandola una spesa non necessaria. Ma a parte questo, non credo il consumatore cinese cambierà le sue abitudini per via dei rincari. Anche perché come molti sapranno i prezzi che ci sono in Cina hanno delle logiche diverse da quelle europee. Vale a dire che nel Paese il prezzo di un capo è notevolmente più alto rispetto allo stesso prodotto venduto a Milano o a Parigi, giusto per fornirvi un esempio.

Sottolineo che questa differenza si è un po’ ridotta negli ultimi due/tre anni: da una parte è stata una scelta dei grandi brand. In parte, invece, è stato un esito della decisione del governo cinese di ridurre i dazi per far comprare di più all’interno dei confini nazionali e quindi non far uscire valuta dal Paese. D’altronde, anche per quanto riguarda i consumatori italiani, una serie di fattori che ci avevano inizialmente allarmato si stanno sgonfiando, a cominciare dal prezzo del gas ad esempio. Ma anche le materie prime, che si stanno abbastanza ridimensionando. In generale, mi sembra che il fenomeno sia in regressione».

La Cina è terra d’oro anche per alcuni dei colossi del fast fashion, mentre altre aziende vi spostano la produzione approfittando dei costi minori. Cosa ne pensa?

«In alcune regioni della Cina, delle produzioni che non erano più sostenibili sono state di fatto trasferite e, in molti casi, sono addirittura cessate. La Cina non è più un Paese in grado di fare battaglie di prezzo e guerre al ribasso, perciò diverse imprese hanno delocalizzato le loro attività produttive spostandole verso altri Paesi asiatici, come il Pakistan ad esempio. I tempi stanno cambiando. Oggi non vale più la pena recarsinella Regione per produrre cose da importare in Italia. Conviene invece andarci per produrre per il grande e importante mercato locale interno, spesso sottovalutato. Ma, ovviamente, questo discorso non vale per il lusso».

Qual è il valore aggiunto del Made in Italy, il punto di forza della filiera italiana?

«Il bello ben fatto. Quando ero presidente della Camera della Moda nel 2008, abbiamo definito così il prodotto italiano. Perchè parliamo di capi e accessori che prendono vita tramite sofisticate e pregiate tecniche di lavorazione, unite all’alta qualità delle nostre materie prime e alla creatività dei nostri stilisti. I designer italiani riscuotono un enorme successo, globalmente riconosciuto, perché hanno a disposizione un’industria tessile che è in assoluto la prima al mondo. Tant’è vero che molti stilisti esteri che vogliono fare un upgrade qualitativo vengono a comprare i nostri tessuti. Il bello ben fatto è la sintesi di tutto ciò. Definizione che spazia e va anche oltre il prodotto moda, riferendosi a tutto ciò che è l’italian lifestyle. Dal food and wine, al fashion fino al design».

Quali sono le prospettive e le sfide per il futuro del comparto fashion e lusso?

«Le prospettive sono positive! Sono un ottimista, ma oggettivamente sono convinto che con la pandemia alle spalle e, augurandoci che presto si metta un punto anche al conflitto Russia-Ucraina, dovremmo vivere una stagione molto favorevole. Per quanto riguarda le sfide, invece, il timore più grande è che si abbandoni la retta via del prodotto di qualità. Che si provi a spingere sui volumi e sui consumi di massa piuttosto che sull’eccellenza italiana.

Nella storia del tessile, ma vale anche per altri settori, spesso la competizione viene fatta sul prezzo al ribasso. Si tratta di un tipo di competizione che chiamo una guerra tra poveri, un sistema che sfrutta la gente e non rispetta le norme ambientali. Il rischio è che si perda un po’ la bussola del prodotto bello e ben fatto. Dobbiamo continuare con coerenza a produrre il Made in Italy, perché per definizione non solo è di qualità, ma anche sostenibile. Un prodotto che rispetta le regole sul lavoro e sull’ambiente non può costare poco, ma garantisce la durevolezza nel tempo. D’altra parte, lo ha detto anche Giorgio Armani: la prima cosa che bisogna fare per sostenere una filiera moda circolare è far durare le cose». ©

Dopo gli studi universitari in relazioni internazionali e un master in Communication & brand management inizia subito a lavorare nella moda a Milano. Scrive a tempo pieno per diverse testate occupandosi di business, moda, lusso e design. La conoscenza finanziaria maturata nell'editoria e l’occhio per le ultime tendenze sono i suoi punti di forza.