sabato, 13 Luglio 2024

Alla moda servono 72mila professionisti

Sommario

La moda cerca professionisti. Il settore, uno dei pilastri dell’economia italiana, ha chiuso il 2023 con un fatturato di 111,7 miliardi di euro: in crescita del 3,2% rispetto all’anno precedente. Cifre vertiginose, che hanno subito  nel 2023 una battuta d’arresto. Come accaduto al resto dell’economia, a colpire sono stati il rialzo dei prezzi e la corrispondente riduzione della domanda. Si spiega così la percentuale di quest’anno, distante dal +16,2% della fine del 2022, ottenuto anche grazie alla spinta della fine della pandemia. Si era arrivati a toccare una percentuale pari al 5,2% del PIL, anche con il contributo forte dell’export, che copre il 70% dei volumi del settore.

L’occupazione non conosce crisi

Del contraccolpo sul fatturato non ne risentirà certo l’occupazione, che in ambito moda non conosce crisi e che, anzi, richiederà decine di migliaia di risorse negli anni a venire. Fino al 2027, secondo i dati di Assolavoro e Datalab, saranno tra i 63mila e i 94mila i lavoratori da assumere. Più nello specifico, il fabbisogno sarà pari a 72mila nuovi occupati. Considerando i soli comparti di tessile, abbigliamento e accessori, «la stima più conservativa» secondo la ricerca sarà pari a 63mila nuove unità, che crescono invece a 94mila nella «stima più favorevole».

I profili emergenti

Le professioni emergenti sono quelle legate alla sostenibilità: tra tutte il Sustainability Specialist Fashion o l’Environmental Reporting Coordinator. Sono le figure che emergono dalla ricerca di Assolavoro, che ha analizzato le vacancies offerte dai principali portali di raccolta, LinkedIn, Trovit e Indeed. Manager e tecnici che dirigano le aziende verso una maggiore sostenibilità, complici i cambiamenti in arrivo da Bruxelles. In primis il regolamento sull’Ecodesign, che ha appena ricevuto il via libera definitivo dal Parlamento UE. Con l’introduzione di limiti molto più stringenti sulla produzione e soprattutto sullo smaltimento dei tessili, il destino sarà quello di far capitolare – almeno nelle intenzioni – il fast fashion. L’invenduto non potrà più essere distrutto: questa la regola numero uno, sacrosanto in una Europa in cui circolano oggi 70 miliardi di capi. A seguire il passaporto digitale, necessario a identificare il prodotto, tracciare la filiera e ricevere indicazioni su come trattare i materiali, inclusa la riparazione nell’ottica del riciclo.

Cresce il settore sostenibilità

«Nei big player crescono e si strutturano sempre più i team di sostenibilità e Diversity & Inclusion» si legge nello studio Osservatorio comparto moda e futuri scenari professionali che l’Accademia del Lusso ha condotto con Pambianco, fotografando 17 tra le principali aziende del settore moda e lusso a livello globale nel 2022. Ne è emerso come «i profili necessari siano sempre più specializzati e diretti verso competenze dedite alla revisione dei processi in ottica sostenibile». Alcune aziende del campione, scrivono, «hanno approcciato la sostenibilità solo di recente e hanno appena iniziato ad assumere personale dedicato».

Secondo l’ISTAT, infatti, solo il 67% delle imprese del sistema moda ha avviato azioni di tutela ambientale, con processi produttivi che riducono l’impatto delle attività soprattutto nel segmento più impattante, nella concia e nella pelletteria. Si va da interventi di risparmio del materiale utilizzato nei processi produttivi e di raccolta differenziata e riciclo dei rifiuti, alle azioni di contenimento di prelievi e consumi d’acqua e delle emissioni.

Le figure in ambito digitale

Nell’area corporate, rileva il report dell’Accademia del Lusso, «emerge una crescente richiesta anche di profili con competenze digitali quali per esempio responsabili e-commerce». In Italia il giro d’affari dell’e-commerce B2C è in crescita attestandosi sui 35 miliardi di euro. Proprio la moda rientra tra i settori più rappresentativi. Secondo i dati del White Paper 4.0 a cura di Anitec-Assinform e Confindustria moda, si prevede una crescita del 10-11% sul 2022, fino a raggiungere un valore di circa 6 miliardi di euro.

Ma serviranno anche esperti in digital marketing e content creator, e – prosegue lo studio – non mancherà la domanda da parte delle aziende di candidati specializzati nell’analisi dei Big Data (data analyst, esperti in business intelligence e in intelligenza artificiale). Sempre in ambito digitale, saranno da inserire figure che supportino le funzioni di digitalizzazione aziendale, come il cyber e il security analyst o Blockchain expert sempre più presenti nelle imprese.

Il reshoring

La tendenza, specie nel post Covid, è quella del rientro in Italia per le aziende che avevano delocalizzato. Un fenomeno che sospinge la richiesta di figure da immettere nella divisione industriale, rileva ancora il rapporto dell’Accademia del lusso. La lista delle professioni artigianali più ricercate in tal senso è particolarmente lunga. Vi rientrano tecnici specializzati nella realizzazione del prodotto come modellisti, prototipisti, sarti, tecnici di industrializzazione, del controllo qualità, di processo e di prodotto. E ancora programmatori maglieria, addetti al rimaglio, ricamatori, product managers, pattern makers, printed textile designer, 3D fashion designer, Prototyping 3D, analisti di tempi e metodi di produzione. «A livello mondiale le ricerche di personale riguarderanno soprattutto l’area industriale, dedita allo sviluppo e alla produzione delle collezioni» si legge.

Qui «i dipendenti impiegati sono nella maggior parte figure senior dal momento che le competenze richieste sono elevate e risultato di numerosi anni di formazione sul campo». Tuttavia, si guarderà anche ai giovani «in ottica prospettica». Le aziende del campione, prosegue il report, «prevedono di incrementare l’inserimento di profili junior da affiancare ai senior così da garantire il passaggio generazionale e il tramandarsi delle competenze». Anche l’area retail sarà carente di lavoratori. Store manager, store associate, visual merchandiser: figure tradizionali ma verso cui si concentra il numero maggiore di ricerche. Le cause sono riconducibili «sia al turnover, superiore rispetto alle aree corporate e industriale, che al continuo potenziamento, da parte delle aziende, del canale retail diretto» riporta ancora l’analisi dell’Accademia del lusso.

Le difficoltà di reperimento

La moda non è da meno rispetto al resto dei settori, e riscontra a sua volta difficoltà a inserire i profili adeguati all’interno del proprio organico. Nel manifatturiero il disallineamento interessa un’assunzione su due e arriva al 60% per le competenze scientifico-tecnologiche secondo i numeri di Unioncamere. In particolare, secondo Confindustria Moda, nel mondo della monda mancano ogni anno più di 7mila lavoratori specializzati, per un fabbisogno annuale di circa 9mila profili tecnici a fronte di poco più di 2mila persone formate dal sistema educativo. Numeri che non includono il fabbisogno di chimici e meccatronici. «Dobbiamo iniziare dalle famiglie, raccontando che le fabbriche non sono più il luogo dove una volta si veniva spediti quasi per punizione se non si voleva studiare» afferma l’ex presidente di Confindustria Moda Ercole Botto Poala.

«La mancanza di manodopera, invece, è anche un effetto generato dal post Covid che ha cambiato il modo di vivere delle persone». Ma oggi «le aziende hanno bisogno di più artigiani e dobbiamo cominciare a raccontare che ci sono opportunità lavorative anche ben retribuite». Servono persone competenti, tecnici, «e dobbiamo essere in grado di attrarre i talenti».

L’occupazione

Moda fa rima però con manifattura. Non bisogna quindi pensare soltanto ai grandi brand, perché anche in questo comparto in Italia a farla da padrone non sono le grandi imprese ma le PMI. Con la conseguenza che al di là delle nuove professioni, è soprattutto nelle mansioni tecniche e manuali che si concentra la quota principale di occupazione. Secondo Assolavoro nel sistema moda a prevalere sono le imprese in forma singola o libero professionale o autonoma (54,3%), insieme alle società di persone (12,4%). Il resto del comparto è suddiviso tra società e responsabilità limitata (31%), e società per azioni (1,6%).

Non a caso un quarto degli addetti è impiegato nelle microimprese fino a 9 persone. Solo il 15% è assunto nelle grandi imprese oltre i 250 dipendenti. Un ulteriore 19,8% è occupato nelle aziende di medie dimensioni, da 50 a 249 addetti. Quanto al costo medio per dipendente, gli importi sono inferiori rispetto al totale del manufatturiero. Si tratta della conseguenza della minore specializzazione della forza lavoro. E nella manifattura, la quota di donne impiegata nella moda è pari al 55,5% degli occupati totali. Si concentrano soprattutto in Lombardia (19,5%), Veneto (15%), e Toscana (23,9%).

Lombardia al top

In Lombardia le aziende attive nei settori tessile, abbigliamento, calzature e pelletteria erano nel 2021 (ultimo dato ISTAT disponibile) 9.565, pari al 16,5% del totale in Italia, con 81.586 addetti. Secondo l’elaborazione del Centro studi di Confindustria, di questi lavoratori, 25.336 operano nella confezione di articoli di abbigliamento (esclusi i prodotti in pelliccia). A livello territoriale, la provincia che raccoglie il maggior numero di lavoratori nel settore moda è quella di Milano, con il 24,9% del totale, seguita da Como (13,5%), Varese (13%) Bergamo (12,6%), Brescia (10,8%) e Mantova (10%). Fondamentale anche l’apporto dato dalle imprese lombarde al sistema italiano della moda. Nel 2022 l’export realizzato dalle aziende del territorio ammontava a 17.739 miliardi di euro, pari al 27,3% del totale italiano. Una quota in crescita rispetto ai 14.387 miliardi del 2021, quando era stato già superato il livello pre-pandemia del 2019.    

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📸Credits: Canva

Articolo tratto dal numero del 15 giugno 2024 de il Bollettino. Abbonati!

Giornalista professionista, classe 1981, di Roma. Fin da piccola con il pallino del giornalismo, dopo la laurea in Giurisprudenza e qualche esperienza all’estero ho cominciato a scrivere per i giornali, quasi sempre online. All’inizio di cinema e spettacoli, per poi passare a temi economici, soprattutto legati al mondo del lavoro. Settori di cui mi occupo anche per Il Bollettino.