Il rinvio dal 9 luglio al 1 agosto per i dazi di Donald Trump impone una nuova sfida. L’amministrazione USA ha inviato ai Paesi interessati una serie di lettere per minacciare livelli tariffari tra il 25 e il 40% per chi non raggiungerà un accordo bilaterale entro la scadenza.
Nelle parole del Fondo Monetario Internazionale, quello che stiamo vivendo è un vero e proprio reset «nel sistema economico globale sotto il quale la maggior parte dei Paesi ha operato negli ultimi 80 anni» (Fonte: WEO, aprile 2025).
A partire dagli annunci del fatidico “Liberation Day” del 2 aprile, a dominare sui Mercati è l’incertezza riguardo a un futuro buona parte del quale si trova proprio nelle mani del tycoon della Casa Bianca.
Nel frattempo, gli economisti rivedono al ribasso le loro previsioni: l’OCSE stima per l’anno in corso una crescita globale del 2,9%, lo 0,2% in meno che a marzo, mentre ancora più prudente è la Banca Mondiale, che taglia 0,4 punti percentuali da gennaio e anticipa un magro +2,3% nel 2025. Ma chi sarà più colpito da questo cambio di rotta nella politica USA e nel contesto economico del Pianeta?
Europa e Regno Unito
Il Vecchio Continente è in una delle posizioni più scomode di fronte ai cambiamenti d’Oltreoceano. Nel complesso, l’Unione Europea importa dagli Stati Uniti beni per circa 370 miliardi di dollari, mentre ne esporta 605,8 miliardi, ricavando un surplus commerciale di 235,6 miliardi di dollari (Fonte: United States Trade Representative). Per questo, il 2 aprile è stato annunciato che sarebbe stata fatta oggetto di “tariffe reciproche” del 20%. Livello di imposizione non ancora applicato, in virtù dei due rinvii che l’hanno sospeso. Ma se entrasse in vigore, le conseguenze per l’economia europea potrebbero essere consistenti: nel breve termine, le esportazioni diminuirebbero dell’1,1-1,5%.
Nelle prudenti stime della Commissione Europea, il Prodotto Interno Lordo calerebbe dello 0,2%. Secondo questo punto di vista, infatti, gli effetti negativi sull’export potrebbero essere mitigati dal rafforzamento della quota di Mercato in Paesi terzi a scapito dei produttori americani, resi meno competitivi dai dazi. In più, perfino negli stessi Stati Uniti, il ruolo degli esportatori europei potrebbe espandersi a scapito di quello dei prodotti cinesi, colpiti da tariffe ancora più pesanti.
Tuttavia, queste stime si collocano tra le più ottimiste. Altri osservatori proiettano perdite di PIL anche doppie, prendendo in considerazione il rischio di una reazione a catena negativa nell’economia del continente. E queste considerazioni valgono solo prendendo in esame i Paesi europei nel loro complesso. Ma ciascuna delle economie sarebbe colpita diversamente dalle nuove regole, a seconda del grado di interdipendenza di ciascuna con gli Stati Uniti. In prima linea ci sarebbe la Germania, per la quale gli USA rappresentano il principale partner commerciale, con oltre 290 miliardi di dollari di scambi e una bilancia commerciale inclinata di 85 miliardi a favore di Berlino (Fonte: Statistisches Bundesamt).
Al secondo posto in termini di scambi complessivi viene la Francia, che lo scorso anno ha raggiunto quota 117 miliardi di dollari (Fonte: Ministère de l’Économie, des Finances et de la Souveraineté industrielle et numérique). In compenso l’Italia, al terzo posto con circa 104 miliardi di dollari di interscambio, è seconda per surplus commerciale, con uno scompenso di 41 miliardi. Particolarmente colpiti potrebbero essere alcuni dei settori identitari dell’export Made in Italy, come il vino, i formaggi e il settore agroalimentare in generale, assieme a moda e lusso (Fonte: InfoMercatiEsteri).
In questo contesto, raggiungere un accordo pare l’unica soluzione – auspicata da entrambe le parti – per evitare le conseguenze peggiori. Tanto più che i dazi al momento in vigore su alluminio e acciaio – al 50% – e sulle automobili – 25% – stanno già colpendo alcuni dei settori più cruciali dell’industria europea. Al momento, l’Europa punta a ridurre l’aliquota complessiva applicata, ma è una contrattazione difficile, che richiederà concessioni bilaterali.
Un caso a parte, ma anche un esempio virtuoso di negoziazione andata a buon fine, è quello del Regno Unito, che è riuscito, offrendo una riduzione delle tariffe applicate alla carne bovina americana, a strappare un accordo particolarmente vantaggioso. Tuttavia, la situazione di partenza era molto diversa da quella europea, con una bilancia commerciale favorevole agli Stati Uniti. Per un’Unione Europea con un export ben più sbilanciato a suo favore, non è detto che le cose vadano altrettanto bene.

La Cina nel mirino
Eppure, non è l’Europa il principale bersaglio della guerra commerciale della Casa Bianca. Il nemico dichiarato è, ancora una volta, la Cina. A motivare gli attacchi, oltre alle ragioni della geopolitica, ci si mettono quelle economiche. Pechino è infatti “colpevole” di essere il primo esportatore in terra americana. 438,9 miliardi, è il valore dei beni sbarcati negli USA ogni anno, si cui 295 miliardi in surplus (Fonte: UIC Census Bureau & BEA). Per questo, già nel suo primo mandato durato 2017 al 2021, Trump aveva denunciato l’eccessiva dipendenza dai prodotti della manifattura cinese, introducendo dazi che il suo stesso successore Joe Biden, in carica dal 2021 al 2025, non solo non ha modificato, ma ha ampliato.
Dopo il 2 aprile, le tensioni hanno raggiunto livelli senza precedenti. All’annuncio di un’aliquota aggiuntiva del 34% a tutti i beni all’ingresso nel territorio americano, le sanzioni totali sono state portate al 54%. Da lì, un’escalation che ha portato nel giro di un mese le minacce di tariffe tra i due Paesi ben oltre il 100%. Un rischio per ora sventato, in virtù della tregua raggiunta lo scorso maggio a Ginevra, che ha visto una sospensione delle misure straordinarie e la ripresa delle negoziazioni.
A oggi la tensione resta alta, con l’introduzione di provvedimenti di altra natura – complicazione dei visti in entrata, controlli sulle importazioni – che complicano i rapporti commerciali. Intanto, le tariffe restano intorno al 30%, risultante dalla somma di quelle di base più il 20% extra introdotto come misura punitiva per il presunto ruolo di Pechino nell’esportazione della droga fentanyl, oppioide sintetico 50 volte più potente dell’eroina, chiamato anche droga degli zombie. Il risultato lo si vede nei dati: a maggio, l’export cinese verso gli USA registra una contrazione del 35% anno su anno, la più marcata dai tempi della pandemia. Le conseguenze non tarderanno ad arrivare: i principali analisti scontano già tra 0,2 e 1,2 punti percentuali rispetto alla previsione di crescita ufficiale del 5%. Un outlook che potrebbe perfino peggiorare, se le parti non giungessero a un accordo stabile.
L’incertezza sui Mercati
In un quadro globale tanto frastagliato, un fattore comune è la crescente instabilità. L’Economic Policy Uncertainty Index, che misura l’incertezza nelle politiche economiche e commerciali globali, viaggia al momento sul valore più alto mai registrato. Parliamo di 563 punti: è il risultato di un aumento del 418% in un anno e supera del 33% il precedente picco toccato durante la pandemia. Nell’attesa di capire come si evolverà la situazione, gli investitori si mostrano più riluttanti a scommettere sul futuro.
«L’incertezza resta un ostacolo significativo, come nebbia su una pista. Rallenta gli investimenti e offusca le prospettive» ha detto Ayhan Kose, Vicedirettore economico della Banca Mondiale.
USA a rischio
Il colmo, per il Presidente del “Make America Great Again”, potrebbe essere che la prima vittima di queste politiche sono probabilmente gli Stati Uniti stessi. A partire dai consumatori americani, che potrebbero vedere da un momento all’altro un’impennata nei prezzi dei beni che consumano quotidianamente. Per ora, l’inflazione viaggia a livelli contenuti: il 2,3% ad aprile e il 2,4% a maggio. Anche se si guarda alle variazioni mese per mese – legate anche a fattori stagionali – si osserva un aumento dei prezzi dello 0,2% in aprile e dello 0,1% a maggio. Il peso dei tassi, però, comincia già a farsi sentire, soprattutto sui beni di consumo.
Negli scorsi mesi, i due principali venditori al dettaglio del Paese, Amazon – leader sul web – e Walmart – che domina le vendite fisiche – hanno dichiarato che le tariffe li costringeranno a un rincaro. Oggi avvertono di essere prossimi ad agire, di fronte a margini in continuo assottigliamento.
Se i dazi fossero introdotti nella formula piena del Liberation Day e senza concessioni di sorta, gli effetti potrebbero essere perfino più evidenti. Il timore è che intere categorie di prodotti possano sparire dagli scaffali nel giro di poche settimane. Si tratta di beni, come giocattoli o abbigliamento, con catene di approvvigionamento a bassa rendita e prodotti perlopiù in Cina o in altri Paesi ad alto surplus commerciale verso gli USA. Né pare razionale aspettarsi che l’industria americana possa arrivare a rimpiazzare questi oggetti nel giro di poco, come l’Amministrazione sembra sperare. Se anche questo fosse possibile nel breve termine, il superiore costo della manodopera e delle materie prime potrebbe seriamente influenzare i costi poi scaricati sul cliente finale.
Ci sono poi conseguenze più profonde, che investono la politica monetaria della Federal Reserve. L’effetto inflattivo di Trump e delle sue sanzioni continua a impedire all’istituzione guidata da Jerome Powell di tagliare i tassi d’interesse. Fedele all’atteggiamento prudente adottato anche dalle sue controparti europee, Powell (di recente definito «stupido» dallo stesso Presidente USA) tiene un approccio cauto di fronte all’enorme incertezza degli ultimi mesi. Ma con i tassi ancora alti al 4,5%, i rischi per l’economia aumentano ogni giorno che passa. Più a lungo gli interessi resteranno vicini al picco, più aumenteranno insolvenze e fallimenti tra le aziende, costrette a pagare interessi esosi e in difficoltà a trovare nuovi finanziamenti. Un maggior numero di insolvenze che potrebbe mettere sotto pressione le banche d’Oltreoceano, meno capitalizzate delle concorrenti europee.
Per finire, questa reazione a catena ha un impatto diretto sulle finanze del Paese con lo stock di debito pubblico più alto al Mondo. Nel 2024, gli interessi sono costati oltre un triliardo al bilancio a stelle e strisce. Perfino più dell’immensa spesa militare da 997 miliardi di dollari (Fonte: Committee for a Responsible Federal Budget). Una zavorra che riduce lo spazio per nuovi investimenti e mette un’ipoteca sul futuro. Non semplifica le cose il One Big Beautiful Bill Act, il bilancio di riconciliazione portato avanti in Congresso dall’Amministrazione Trump. Le nuove spese triliardarie contenute nel pacchetto genereranno, secondo il Congressional Budget Office, un deficit primario aggiuntivo di 2,4 triliardi nei prossimi 10 anni.
Quel che è peggio è che il nuovo deficit potrebbe non essere assorbito da una crescita economica solida. Secondo la Fed, nel 2025 il PIL reale aumenterà dell’1,4%, meno dell’1,7% previsto in precedenza. Previsioni che si fanno confuse, ma generalmente grigie, nel caso in cui i dazi fossero introdotti incondizionatamente. Le stime vanno da un netto indebolimento nella crescita a una vera e propria recessione nella parte finale dell’anno.
Un freno alla leadership?
Non si tratta solo di cifre in un bilancio. A essere in gioco, in ultima analisi, è la stessa leadership globale americana. Gli USA fondano buona parte del proprio primato proprio sull’essere il primo consumatore al Mondo, compratore di ultima istanza di una filiera su scala globale. L’economia autonoma – se non autarchica – vagheggiata dai seguaci del movimento MAGA è un’illusione, nell’immediato.
Nel lungo termine, sarà possibile solo in un Mondo con un ruolo americano nettamente ridimensionato. Per giunta, lo strappo nei rapporti commerciali potrebbe essere difficile da riparare, così come lo sarà quello nelle relazioni diplomatiche. L’ambiguità nei confronti dei propri alleati tradizionali porta questi ultimi a cercare amici più affidabili altrove. Tutto questo si unisce alla stretta sull’immigrazione – legale e non – e al taglio dei fondi alla ricerca, che spingono i talenti migliori verso altri Paesi. L’insieme restituisce il quadro di un’America sempre più isolazionista. Una definizione che Trump non accetta esplicitamente, ma in cui molti dei sostenitori dell’America First si riconoscono. Un approccio che, nel breve termine, potrebbe anche portare qualche piccola vittoria agli strateghi di Washington. Ma a lungo andare, potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio.
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📸 Credits: Canva.com, IMF
Articolo tratto dal numero del 15 luglio de il Bollettino. Abbonati!
