Era il 2012 quando Mario Draghi, Presidente della Banca Centrale Europea, pronunciava il suo famoso “whatever it takes”. Ma cosa significa oggi per l’euro e per l’Europa?
Cos’è successo
Durante il mandato di Draghi al vertice di Francoforte, l’economia europea sta ancora subendo gli effetti della crisi del debito sovrano innescatasi negli anni precedenti. I debiti nazionali sono in netto aumento: tra il 2008 e il 2011, il rapporto debito/PIL dell’Area Euro è passato dal 70% circa all’87,3%, con aumenti specialmente forti in Italia, Spagna e Grecia. Di conseguenza, lo spread – la differenza nei costi di finanziamento del debito a 10 anni – tra la Germania e il resto del blocco si impenna: a giugno 2012 è oltre i 500 punti base in Italia, sfiora i 550 in Spagna e supera i mille in Grecia e Portogallo. Con la stabilità finanziaria sotto attacco e di fronte al rischio concreto di tenuta dell’euro, il 26 luglio l’allora Presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi sceglie di intervenire con decisione. «La BCE è pronta a fare tutto il necessario – whatever it takes, appunto – per preservare l’euro. E credetemi: sarà abbastanza» dice dalla Global Investment Conference a Londra.
Perché ha cambiato le cose
Il messaggio ottiene da subito una risposta positiva sui Mercati, che riprendono fiducia senza il bisogno di spendere un centesimo. Nei mesi successivi, vengono attivate le OMT (Outright Monetary Transactions), che formalizzano l’impegno illimitato di Francoforte ad acquistare bond dei Paesi in difficoltà. Questo dà una credibilità ancora maggiore alle parole di Draghi: la BCE ha gli strumenti per proteggere l’euro ed è pronta a usarli.
La combinazione di questi due fattori incide anche sui livelli di spread, che entro la fine dell’anno tornano sui 300 punti base in Italia e poco sopra i 400 in Spagna. Negli anni successivi, l’avvio del Quantitative Easing prosegue nella stessa direzione. Il risultato è un ampliamento del bilancio dell’Eurosistema – costituito dalla BCE e dalle Banche Centrali dei Paesi membri. Passa dai 3 trilioni di budget del 2012 al massimo storico di 9 trilioni, raggiunto nel 2022.
Perché è importante oggi
Le scelte dell’attuale Presidente Christine Lagarde viaggiano sullo stesso binario. Durante il Covid-19 la BCE rafforza il suo impegno nell’acquisto di titoli europei a sostegno delle economie. Grazie all’attivazione del PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme), la Banca Centrale investe 1.718 miliardi di euro, di cui 1.650 in bond sovrani. Nel luglio 2022 viene attivato il Transmission Protection Instrument (TPI), mirato a contrastare la frammentazione all’interno dell’Eurozona e a tutelare i meccanismi di trasmissione della politica monetaria.
A marzo 2025, Lagarde ribadisce: «Il nostro mandato è ancora il “whatever it takes”». Oggi, anche grazie alla svolta impressa da Draghi, l’unione monetaria si trova in una posizione più solida. Attualmente, lo spread tra BTP italiani e bund tedeschi si trova al di sotto dei cento punti base, quelli di Grecia e Spagna sotto lo 0,7%. Tuttavia, rimangono ostacoli strutturali al completamento dell’unione monetaria: in primis, la mancanza di un’unione bancaria e dei Mercati dei capitali, oltre alla carenza di strumenti fiscali comuni. Delle debolezze che, come sottolineato nel rapporto sulla competitività redatto dallo stesso Draghi, rappresentano tuttora le principali sfide di lungo termine al processo di integrazione finanziaria.
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