Ci sono dati economici recenti che farebbero ben sperare. Per esempio, l’Italia sta superando il Regno Unito per prodotto interno lordo pro capite. Secondo le stime della Banca Mondiale, il PIL corretto per il costo della vita ha raggiunto nel nostro Paese quota 60.847 dollari pro capite, contro i 60.620 della Gran Bretagna. Una notizia all’apparenza positiva, che però deve fare i conti con la realtà. Il motivo di questo risultato non è un guizzo dell’economia italiana, ma una diversa distribuzione del totale della ricchezza dovuta al calo demografico. Londra, al contrario nostro, deve spalmarla su una popolazione in costante aumento. Ma il punto non è solo che l’Italia si sta spopolando.
«La vera emergenza è la crescita» dice a il Bollettino Nicola Rossi, economista e autore di Il miracolo non fa il santo (IBL Libri – vedi l’articolo su il Bollettino del 15 dicembre scorso e sul sito www.ilbollettino.eu). «Al netto dell’impatto delle risorse del PNRR, il nostro andamento rimane – lo era già da decenni – molto deludente. Purtroppo non abbiamo a oggi elementi certi per pensare che il PNRR possa avere effetti oltre il breve periodo. Se fosse così, faremmo bene a preoccuparci. E subito».

Su una nota positiva, gli investitori sembrano credere nel Paese. Nell’ultima asta di BTP, la domanda ha raggiunto 217 miliardi di euro, di cui un’ampia maggioranza – il 70% – di entità estere. Un contesto che fa perfino sperare in un giudizio più positivo da parte delle agenzie di rating. Primo appuntamento, quello con Fitch il 19 settembre, seguito il 10 ottobre da Standard & Poor’s e il 21 novembre da Moody’s. Importanti in questa decisione saranno anche le previsioni contenute nella Nota al Documento di Economia e Finanza (NADEF) che il Governo presenterà entro ottobre, preparando di fatto alla discussione per la prossima manovra di bilancio. In quell’occasione, potrebbero tornare a galla criticità e punti di forza dell’economia
Nel frattempo, riemergono nuove sfide, mentre le vecchie restano quanto mai rilevanti. Da un lato, la novità dei dazi americani, che l’accordo strappato a luglio dalla Commissione Europea porta al 15%. Dall’altro lato, su fronti come occupazione, potere d’acquisto e produttività, che colpiscono direttamente le tasche e le vite degli italiani, i problemi sembrano tutt’altro che risolti.
Un dato che preoccupa è quello sul potere d’acquisto delle famiglie italiane, in discesa da tempo. Secondo l’ISTAT, i salari reali sono calati del 10,5% in cinque anni. Perché non si riesce a restare al passo con il resto d’Europa, dove invece gli stipendi crescono, o comunque diminuiscono meno?
«Nel medio e lungo periodo la forza che sospinge i salari reali è la produttività. Se questa langue, come accade in Italia da tempo, purtroppo è illusorio pensare che i salari reali possano non risentirne».

È questo elemento, la produttività, la Cenerentola del Mercato del lavoro italiano?
«Non del Mercato del lavoro, ma dell’economia. Questa era stretta, fino a qualche tempo fa, in una tenaglia: da un lato una finanza pubblica fragile, segnata da un debito pubblico spesso vicino alla insostenibilità e, dall’altra, una produttività decisamente inferiore a quella dei nostri partner europei. Le scelte di politica di bilancio degli ultimi anni hanno restituito equilibrio alla nostra finanza pubblica. Purtroppo, risultati altrettanto significativi non si osservano nel caso della produttività anche perché, per il momento, il PNRR non sembra poter dare, nel medio e lungo periodo, i risultati sperati».
Di pari passo vediamo dati incoraggianti, almeno in apparenza, sull’occupazione: il tasso è al 62,8%, molto più alto anche rispetto al dato pre-pandemico. Però poi, a bene guardare, l’80% dei nuovi occupati risulta over 50
«Di giovani non ce ne sono poi tanti. Per motivi demografici o perché scelgono di andare altrove o, infine, perché le loro competenze sono poco spendibili nel Mercato del lavoro odierno. È, ovviamente, una constatazione amara ma che evidenzia i nodi strutturali che ancora affliggono la nostra economia».
E poi c’è il tema degli inattivi, che sono sempre in crescita. Il tasso è del 33% sulla popolazione tra i 15 e i 64 anni. Ad allarmare è il fatto che siano concentrati nella fascia 25-34 anni, proprio quella di ingresso nel Mercato del lavoro
«Qui si pone un tema ulteriore, che è di carattere schiettamente culturale. Decenni di cultura della protezione e di avversione al rischio hanno lasciato il segno unitamente a un welfare che, nonostante gli sforzi degli ultimi decenni, guarda ancora al passato piuttosto che al futuro».
In generale, anche sul tema della Cassa integrazione il suo giudizio non è positivo…
«Vanno guardati i dati. Per le imprese che la ricevono, la probabilità di cessare l’attività economica entro un anno è quasi del 12%, a fronte del 10% per il totale delle imprese. A distanza di tre anni, circa il 40% delle imprese interessate da trattamenti di CIGS non è più in attività. Inoltre le imprese subiscono il calo dell’occupazione più marcato, pari in media a circa il 30% entro un anno».
Neanche i lavoratori ne giovano poi più di tanto
«La maggior parte dei trattamenti sono in favore di lavoratori la cui posizione è più spesso destinata a essere soppressa. Oltre a non avere l’effetto sperato sulla continuità dell’attività economica delle imprese interessate, è possibile che tali interventi rallentino anche il processo di riallocazione dei lavoratori verso imprese più produttive».

Una delle sue tesi è che nel nostro Paese ci sia una cultura avversa alla crescita
«Sì, e spesso largamente diffusa. Parafrasando Joel Mokyr (storico dell’economia, ndr) la potremmo definire avversa alla crescita, allo sforzo incessante per migliorare le proprie condizioni di vita, alla conseguente assunzione di rischi, alla connessa positiva predisposizione al cambiamento».
Sostiene anche che la classe dirigente non faccia nulla per smuovere questa fissità
«È il secondo elemento che porta a certe conseguenze. La volontà delle classi dirigenti è di fare fronte ai limiti culturali degli italiani sostituendosi a loro per ovviare alle loro carenze, per proteggerli paternalisticamente da sé stessi. Con il risultato di rendere ancora più convinto negli italiani il desiderio di protezione e radicata la loro riluttanza ad affrontare la modernità, con tutte le sue implicazioni positive e negative».
Il confronto con l’Europa è impietoso…
«A partire dalla seconda metà degli anni Novanta, in Italia seguono circa trent’anni di stagnazione rispetto a Regno Unito e Stati Uniti. E di declino rispetto ai principali Paesi europei. Insieme c’è stato un continuo e sempre più preoccupante arretramento dell’Italia in termini relativi. Rispetto alle principali potenze europee, come Francia, Germania e Regno Unito, e anche alla Spagna, la performance innovativa in Italia sembra essere modesta per gran parte degli ultimi 130 anni, con la sola eccezione degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, in cui è evidente una significativa ripresa».
A salvarci in quel periodo è stato il Dopoguerra
«Gli anni tra il 1947 ed il 1964 sono stati gli unici nel corso della vicenda economica unitaria italiana in cui, anche grazie agli eventi dell’epoca, le classi dirigenti del tempo furono mosse dalla convinzione che l’Italia non sarebbe risorta dalle macerie in cui l’avevano precipitata il fascismo e la guerra se non facendo leva sullo spirito di iniziativa e sulla volontà di riscatto degli italiani. E se a questi ultimi non fosse stata restituita la piena libertà di esprimersi, provare, riuscire e fallire».
Gli italiani risposero a quella chiamata
Sì. Fu una libertà che molti italiani non esitarono a fare propria. Da qui prese le mosse una breve stagione di innovazione che consentì all’Italia di diventare, temporaneamente, protagonista in senso economico e non solo».
Nella nostra economia, solo ogni tanto si registrano, come lei li definisce, «effimeri sussulti di vitalità»
«Sì e non devono trarre in inganno. Al momento della stesura del libro ad esempio, nel 2024, sul prodotto pro capite in termini reali, l’Italia era – unica fra le grandi economie europee – ancora al di sotto del corrispondente dato degli anni precedenti la Grande Recessione».

Questo andamento altalenante non è qualcosa di nuovo
«Esattamente. Contrariamente a quanto spesso si immagina, l’Italia fin dall’inizio della sua vicenda unitaria, si è mossa, nel migliore dei casi, allo stesso ritmo dei suoi principali partner senza mai raggiungerli o, meglio, senza mai stabilmente ridurre la distanza che da essi la separava e la separa tutt’ora. Con una sola eccezione: il quindicennio immediatamente successivo alla Seconda guerra mondiale che, non casualmente, è noto come “il miracolo economico”».
E poi c’è il calo della produzione industriale: dopo oltre due anni si intravede qualche segnale positivo. Qual è la ricetta, se esiste, per invertire la rotta?
«L’aspetto dei conti pubblici, l’aver restituito loro credibilità e stabilità negli ultimi due anni è stato centrale. Ora è necessario capire che, nelle condizioni date, solo un settore privato dinamico e innovatore può restituirci la crescita».
Lei evidenzia per l’Italia anche scarsa propensione all’imprenditorialità
«Sì, una tendenza chiara. Se facciamo il paragone con il Regno Unito, ad esempio, con riferimento agli ultimi due decenni il divario è pronunciato, al punto che la propensione all’imprenditorialità inglese risulta circa quadrupla rispetto a quella italiana».
Un fenomeno diffuso in modo omogeneo su tutto il territorio?
«Sì, anche se l’elemento certamente più degno di nota è la distanza fra l’Italia meridionale e insulare e il resto del Paese. Una distanza che contribuisce in larga misura a spiegare il divario, in termini di imprenditorialità, fra l’Italia e gli altri Paesi occidentali. Una distanza meno pronunciata oggi di quanto non lo fosse nei primi anni Ottanta in termini assoluti ma non in termini relativi».
Il Mezzogiorno è quindi in ripresa?
«No, il motivo è solo in ragione del trend negativo particolarmente accentuato presente nelle altre circoscrizioni e certo non perché il Sud abbia mostrato chissà quale inversione di tendenza».
Da economista come vede l’avvento dell’intelligenza artificiale: è più un’opportunità o una minaccia?
«Usare l’AI, come mi capita di fare, non fa di me un esperto. La storia mi spinge a pensare che nel caso di innovazioni di grande portata – e certamente l’AI lo è – le opportunità finiscano per superare le minacce. Piuttosto che schierarci pro o contro l’AI, un’attività del tutto inutile, dovremmo concentrarci sulla fase di transizione».
E i dazi di Trump che impatto avranno sulla nostra economia?
«Fino a oggi, e credo ancora per qualche tempo, l’impatto negativo principale è stato, è e sarà, quello dell’incertezza che l’atteggiamento ondivago dell’amministrazione americana ha determinato. L’impatto dei dazi potrà essere limitato dalla apertura di Mercati di sbocco alternativi, ma l’incertezza, nelle sue diverse dimensioni, sarà difficile da dissipare nel breve periodo». ©
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📸 Credits: Canva
Articolo tratto dal numero del 15 settembre de il Bollettino. Abbonati!
