Capire che cosa accada realmente oggi alla nostra economia è un puzzle dei più complicati. Dove ogni tessera rappresenta dati, studi e ricerche sfornati senza sosta in attesa della Manovra. «Perché siamo anche in fase di infrazione con la Commissione Europea e non chiuderemo l’anno sotto il 3% tra deficit e PIL, che è uno dei parametri fondamentali richiesti per anticipare l’uscita da tale condizione», dice a Il Bollettino Alberto Brambilla, Presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali.
ISTAT si esprime sull’occupazione disegnando un trend positivo, che però – a ben guardare – esclude i giovani e premia gli Over 50.

Il rating
Fitch alza il nostro rating da BBB a BBB+, con outlook stabile, e questo fa sperare in un giudizio altrettanto favorevole da S&P Global il 10 ottobre, da Morningstar che pubblicherà la sua decisione il 17 ottobre e da Scope Ratings il 31 ottobre. La decisione di Moody’s invece è attesa il 21 novembre. Ma anche se il trend appare positivo, per i passi avanti nella governance italiana, il deficit rimane uno dei più alti in Europa. Ma non solo. «L’Italia risulta oggi in posizione migliore di qualche anno fa, ma il livello del debito continua a essere alto», ha detto il capoeconomista OCSE Alvaro Santos Pereira, invitando il governo a «proseguire gli sforzi per ridurlo».
Ma a quanto ammonta il nostro debito pubblico? Sul quale peraltro paghiamo interessi pari al 3,9% del PIL… A luglio 2025 era di circa 3.056 miliardi di euro, in calo rispetto a giugno. Potremmo chiudere il 2025 intorno ai 3.080 miliardi: 3.081 miliardi è la previsione del MEF mentre 3.083 miliardi è quella della Commissione Europea. In pratica circa il 137,9% del Prodotto Interno Lordo (PIL), uno dei livelli più alti in Europa.

Le previsioni indicano che il rapporto debito/PIL dovrebbe rimanere stabile, attestandosi attorno al 140% circa fino al 2026. Nel 2024 l’economia italiana ha registrato una crescita del PIL in volume dello 0,7% (Fonte: ISTAT). A questo sviluppo hanno contribuito la domanda nazionale al netto delle scorte (+0,6 punti percentuali) e quella estera netta (+0,1 punti).
Dal lato dell’offerta di beni e servizi, il valore aggiunto è aumentato in agricoltura (+2%), nelle costruzioni (+1,1%) e nei servizi (+0,8%), mentre è stazionario nell’industria. La nostra economia quindi passa dallo 0,7% del 2024 allo 0,6% delle stime 2025 e 2026: viaggia a quasi la metà della media dell’eurozona.
I punti irrisolti
A tenerci giù la testa ci sono vari pesi, come la bassa produttività, i salari stagnanti e un indebitamento pubblico elevato. Anche l’esborso per le pensioni pesa fortemente sulle casse dello Stato. La cifra è arrivata complessivamente a 250 miliardi di euro. Vero è però che qui c’è una compensazione, almeno per un fronte. «Dentro l’ammontare ci sono 62 miliardi di introiti a livello di IRPEF, quindi la differenza netta per i pensionati sono un po’ meno di 190 miliardi». In più ci sono i contributi pagati dalla produzione, che sono 30 miliardi in più. Di pensioni si fa anche un gran parlare, ma non c’è da aspettarsi chissà quale scossone in Manovra. «Con l’adeguamento all’allungamento della vita si passerà a una età pensionabile di 67 anni e tre mesi. Ma per il resto sarà tutto invariato e ogni riforma slitterà al prossimo anno». Restano sul piatto gli altri problemi, in particolare in tema di spesa pubblica assistenziale.

Su questo aspetto la sua posizione è netta
«Nel 2008 avevamo un trasferimento dal bilancio pubblico dello Stato all’INPS per agevolare le prestazioni che era pari a 73 miliardi. In quell’epoca i poveri assoluti erano circa 2,1 milioni mentre quelli relativi, la platea di quelli che faticano ad arrivare alla fine del mese per intendersi, era di circa 6,5 milioni di persone».
Adesso invece?
«Siamo passati a 167 miliardi di spesa, che sono diventati 180 per il 2025 e i poveri assoluti sono aumentati a dismisura, siamo adesso oltre gli 8 milioni. Per la precisione, i poveri relativi sono ora oltre gli 8 milioni, mentre i poveri assoluti 5,7. Numeri che suggeriscono come le misure non siano particolarmente efficaci, se l’obiettivo è quello di ridurre la quota di famiglie in difficoltà. Anzi: più spendiamo e più produciamo poveri».
Lei parla di “metadone sociale”
«Si va alla ricerca del consenso. Ma il sistema dei bonus produce lavoro irregolare, blocca la crescita, la produttività e l’occupazione. Siamo sempre ultimi e sotto di dieci punti rispetto alle medie UE e quindici rispetto ai nostri competitor. Si è creato un perverso intreccio dettato dalla convinzione che meno si dichiara e più si è aiutati».

Qual è una delle criticità che riscontra nel nostro sistema assistenzialistico?
«Faccio l’esempio della Germania e della Francia, anche se quest’ultima non naviga in ottime acque (sempre Fitch l’ha declassata da AA- ad A+, ndr). Sono Paesi che hanno una gestione accentrata di tutte le prestazioni assistenziali. Quindi se il Comune di Parigi o qualsiasi altro ente eroga una prestazione al signor X, la stessa va in banca dati e segnala il codice fiscale della persona».
Non si rischiano sovrapposizioni insomma
«No, perché se una persona riceve una prestazione assistenziale dall’INPS è già registrata. Delle volte accade che se le persone non vanno a lavorare è perché a stare a casa ci si guadagna. Un giovane potrebbe dire al datore di lavoro dopo un paio di anni: “Guardi, mi licenzi!”».
E perché?
«Intanto il giovane prenderà la Naspi che durerà dodici mesi, quindi avrà un anno sabbatico. Poi può lavorare un altro anno e avere un anno ancora di Naspi. In seguito si può portare la situazione ancora per le lunghe con l’ADI, l’assegno di inclusione, che si protrae per 18 mesi. Magari nel frattempo si è assunti in un bar in nero e poi, per un ragazzo, ci sono sempre i genitori a coprire le spese».
A dirla tutta, Lei pensa che manchi la vera fame nei giovani
«Altrimenti non si spiegherebbero i problemi che hanno i datori di lavoro a trovare personale. Dovremmo vedere file fuori dagli uffici di collocamento».
E i controlli?
«Non ci sono. E tutto questo stimola a non lavorare o a farlo con meno ore, in modo da mantenere i benefici restando al di sotto di determinate soglie ISEE. E così si ottengono sconti sul trasporto scolastico, sui libri, sulla mensa. La stessa Commissione Europea in un recente studio li chiama incentivi al non lavoro. Lo scorso anno in Italia hanno presentato i documenti ISEE in 30 milioni per avere agevolazioni».
Ci spieghi
«È una idea tutta italiana incentrata sul pericoloso binomio meno dichiari e più avrai dallo Stato, il cui asse portante è l’ISEE. Siamo in presenza di un’evasione di massa fortemente incentivata dallo Stato».
C’è anche un problema di salari fermi in Italia, non adeguati al costo della vita
«Questo dipende dalla contrattazione collettiva. Se la metà dei contratti è ormai scaduta e non allineata all’inflazione c’è qualcosa che non funziona sul piano delle parti sociali. Se fossi al Governo varerei una legge che se ci fosse la volontà politica si potrebbe fare anche domani».

Quale?
«Si stabilisce semplicemente che i contratti vanno rinnovati e che i lavoratori percepiranno la quota mancante non riconosciuta finora rispetto all’aumento del costo della vita».
Perché non è favorevole alla decontribuzione a favore di alcune categorie di lavoratori?
«No, perché diminuire le tasse non crea posti di lavoro. Inoltre, è valsa in tre anni oltre 66 miliardi di entrate in meno all’INPS, è debito occulto ed è costata allo Stato, per il 2024, 32 miliardi in trasferimenti all’INPS. L’equivalente di una Legge di Bilancio».
Neppure sulla flat tax vede ritorni positivi?
«Non serve fino ai 26mila euro di reddito, vale a dire al 69,6% dei contribuenti che non superano il 15% di imposte grazie a bonus e detrazioni. Serve molto ai pensionati che lavorano, e che sono la gran parte degli optanti, e a quelli che fanno attività semi irregolari o di scarsa crescita. La flat tax è solo un motore di produzione di sommerso e di lavoro nero perché non è deducibile più nulla dopo il forfait».
I dati sull’occupazione, che sono tutti in positivo…
«Non sono così esaltanti se guardati rispetto al resto d’Europa. Specialmente se ci focalizziamo sul dato relativo alle donne. Da noi la percentuale di quelle che lavorano è ferma al 52, mentre la media dei Paesi competitor come l’Olanda è intorno al 78».
In generale il settore arranca: il Presidente dell’Inapp, Natale Forlani, lancia l’allarme: nei prossimi dieci anni mancheranno ben 6,1 milioni di lavoratori
«È un altro nodo da affrontare. La popolazione dei ventenni di oggi non sarà sufficiente per pagare le pensioni. Nel Paese i lavoratori attivi sono poco più di 24 milioni, con circa 6,1 milioni di occupati, attualmente tra i 50 e i 59 anni, che nei prossimi 10 anni andranno in pensione. Ma una soluzione potrebbe arrivare dalla manodopera ancora da attivare. Occorre trasformare gli strumenti di assistenza passiva in forme di sostegno attivo, che facciano rientrare le persone inattive, soprattutto giovani e donne».
Lei è stato molto critico anche sull’aspetto della distribuzione delle imposte, che pesa solo su una piccola parte degli italiani
«Gli ultimi dati riguardano i redditi effettivi del 2022. I redditi dichiarati sono 970 miliardi di euro, in salita del 6,3% rispetto al 2021. L’IRPEF versata è pari a 189,31 miliardi di euro. Ma chi la paga in verità? Nel 2022 si assiste a uno slittamento dei redditi verso l’alto: diminuisce il numero di contribuenti di tutte le fasce di reddito fino a 20mila euro, che passa da 23,133 milioni nel 2021 a 22,355 milioni e quindi dal 55,7% al 53,2%. Ma per effetto delle tante agevolazioni, questi soggetti contribuiscono solo per il 6,3% del gettito totale. Era il 7,4% nel 2021».
A versarla sono quindi tutti gli altri
«Sì, perché parallelamente aumenta la percentuale di contribuenti di tutte le fasce da 20mila euro in su, che passano dal 44,2% al 46,8%. Sono 19,669 milioni di contribuenti che pagano però il 93,7% di tutta l’IRPEF».
C’è una evidente disparità
«In sintesi, il 15,26% dei contribuenti paga il 63,4% di tutta l’IRPEF. Possono 19 milioni di contribuenti mantenerne altri 22,35 milioni che pagano solo il 6,3%?».
Alcuni sono più agevolati anche nella fruizione dei servizi
«Nel caso ad esempio della Sanità e della Scuola, viene redistribuito l’86,33% di tutte le imposte dirette. Poi c’è tutto il resto: ordine pubblico, Giustizia, amministrazione, viabilità. Tutto a carico di pochi cittadini e del debito pubblico che ogni anno aumenta spaventosamente nella totale indifferenza».
È un tema forse sottovalutato
«Bisognerebbe inviare a tutti i cittadini un estratto conto che indichi le tasse pagate e i benefici di cui hanno goduto, in primis, Scuola e Sanità. Così la gran parte si renderà conto che ha pagato molto meno dei servizi ricevuti».

Se nessuno paga grazie a sconti fiscali o redditi bassi significa che siamo un Paese di poveri?
«I dati dicono che se solo 32,4 milioni di cittadini su 59 milioni di abitanti presentano una dichiarazione dei redditi positiva, significa che il 45% degli italiani non ha redditi e, quindi, vive a carico di qualcuno».
Eppure anche il numero dei non dichiaranti è diminuito
«I dichiaranti che denunciano un reddito nullo o negativo si riducono ma troppo poco se si considera la buona crescita di PIL e occupazione. Sono pari a 1.006.340 unità, ed erano 1.022.416 nel 2021: non pagano né tasse né contributi». ©️
📸 Credits: Canva
Articolo tratto dal numero del 1° ottobre de il Bollettino. Abbonati!
