Fare una buona educazione finanziaria significa occuparsi non solo dei soldi delle persone e degli strumenti finanziari, bensì più in generale del loro benessere complessivo. Dato che gestire e investire al meglio il denaro non è infatti l’obiettivo finale e fine a sé stesso, è una risorsa per stare bene.
Ma, nonostante in Italia si parli e si faccia educazione finanziaria ormai da decenni, restano grandi punti deboli e ostacoli da superare, per renderla davvero efficace e molto più concreta di quanto non sia stato finora.
Lo dice a Il Bollettino Sergio Sorgi, fondatore di Progetica, presidente dell’impresa sociale eQwa, e autore del libro Il tempo del benessere, ovvero «l’educazione finanziaria come servizio alle persone», come indica il sottotitolo del volume, pubblicato da Egea, la casa editrice dell’Università Bocconi.
Sorgi sottolinea subito: «a volte “educazione finanziaria” è un’etichetta un po’ impropria, perché in concreto non si tratta né di erudizione nozionistica né di finanza, ma di mettere al centro l’economia personale, che è uno dei mezzi perché le persone stiano bene. Alla fine, se un individuo sta bene dal punto di vista di salute fisica e psicologica e ha una rete sociale, ha bisogno anche di risorse stabili. Con queste quattro leve si può generare o facilitare il benessere delle persone».
Da molti anni Lei è un esperto del settore e di questo mondo, come si può inquadrare il punto della situazione nel Paese?

«In Italia c’è molta alfabetizzazione finanziaria, che in sostanza ha due ambiti. Il primo: c’è molto lavoro sugli strumenti finanziari, sui Mercati e sulle formule, sulla cosiddetta grammatica finanziaria. Ciò è utile, però va abbinato, e forse andrebbe fatto prima, a una sensibilizzazione sui bisogni delle persone, sui desideri, sugli snodi di vita, sugli eventi. L’altro tema è che, se si fa solo alfabetizzazione unidirezionale, per forza di cose si fa qualcosa di generico. E, anche qui, non è che sia inutile capire come funzionano, ad esempio, le previdenze pubbliche».
Ma…
«Ma come persona ho bisogno di sapere io quando posso andare in pensione, se mi conviene riscattare la laurea, se mi conviene la contribuzione volontaria, quanto posso aspettarmi di ricevere. Quindi i due mondi, quello dell’alfabetizzazione sui Mercati e quello invece del lavoro personale sugli individui e sui casi specifici, non sono per niente conflittuali, anzi, andrebbero integrati tra loro. Ma in Italia sembra decisamente svilupparsi il primo e molto poco il secondo».
Quali sono, ancora oggi in Italia, i principali punti deboli e ostacoli nel campo dell’educazione finanziaria?
«Il primo è proprio il fatto che non ci si concentra in maniera integrata sulla vita delle persone. Questo vuol dire che l’educazione finanziaria dovrebbe avere come oggetto i budget, i debiti, la protezione, la fine del lavoro, il risparmio e investimento, il passaggio generazionale. E questa cosa non può essere fatta a fettine. Non va bene fare educazione finanziaria e pianificazione a compartimenti stagni. Per fare un esempio, dall’istituzione pensionistica, dalla COVIP, io potrei avere l’educazione perfetta sulla pensione, dall’IVASS potrei avere l’educazione assicurativa perfetta, ma se contemporaneamente non sono in grado di valutare se i miei figli sono ancora a carico, quali sono le prospettive del mutuo che è ancora acceso, eccetera, tutta la nozionistica non mi basta. Insomma, la vita non è fatta a silos. Quindi il primo tema, il primo punto debole, è che ci vorrebbe una prospettiva integrata».
Quali sono gli altri?
«Proprio perché non si tratta di semplice e puro nozionismo, il secondo punto debole è che ci vorrebbero delle simulazioni, ci vogliono dei sistemi – anche di compilazione e analisi delle informazioni – che aiutino le persone ad acquisire consapevolezza sulla loro vita, e quindi ad acquisire consapevolezza anche sulle loro esigenze finanziarie, di risparmio e investimento. Terzo punto debole: si ragiona molto sui numeri, sulle formule, sulle stime, ma in realtà l’utente di educazione finanziaria è una persona. Le persone oggi sono anche fragili, hanno una visione a breve termine perché non siamo più in grado di vedere il futuro, hanno ansie, non si fidano, fanno fatica a prendere decisioni. Bisogna anche considerare gli aspetti umani, perché non abbiamo a che fare con super-ricchi, che con un grande patrimonio hanno solo l’imbarazzo delle soluzioni da scegliere, ma con persone comuni, spesso dal futuro non così chiaro e certo».
E poi?
«Un altro punto centrale è chiedersi e dare una risposta efficace a questa domanda: chi può e chi deve fare tutto ciò? E qui non è che ce la caviamo dicendo il commercialista sì, il consulente finanziario no. Proprio perché l’educazione finanziaria richiede sia una componente tecnica sia una componente educativa più personale, non si può lasciare in mano a chiunque un tema così delicato».

Quindi?
«Evitare che le persone spendano male i propri soldi, si indebitino male, speculino: se questo è un tema rilevante anche a livello collettivo, e di politica sociale, allora bisognerebbe far sì che chi faccia educazione finanziaria sia adeguatamente abilitato a farlo. È il grande punto importante sulla qualità dell’educazione che viene erogata. È fondamentale avere degli standard indipendenti e scientifici che ci mettano in grado di avere delle garanzie su chi si siede in cattedra. A ben vedere, poi, c’è ancora un quinto punto debole e ostacolo da superare…».
Qual è il quinto ostacolo?
«La non misurabilità dei risultati. Possiamo fare tutta l’educazione finanziaria che si vuole ma, poi, nessuno misura niente. Perché? Perché siccome la gran parte dell’educazione finanziaria è fatta di eventi “one shot” – un convegno, un evento, una lezione –, allora cosa vuoi misurare? Nessuno, facendo poche ore di qualcosa, cambia comportamenti sbagliati o poco efficienti. E, quindi, nell’insufficienza dei percorsi di formazione c’è anche il lato conseguente della loro non misurabilità, perché chiedere a una persona se le è piaciuto l’evento non è sufficiente. Ci vogliono scuole specializzate. Ma se non si fanno scuole, invece si fanno iniziative che nascono e muoiono, il risultato non è misurabile».
Sono decenni che si fa educazione finanziaria in Italia, ma in realtà c’è ancora moltissimo da fare…
«Esattamente. Dobbiamo capire chi la fa, se sono figure di riferimento adeguate e idonee. Occorre fare una formazione integrata, non a silos e scollegata. Bisogna avere dei sistemi di garanzie, attivare percorsi e non eventi, considerare che gli utenti e i destinatari di tutto ciò non sono computer, ma sono persone. È importante attivare percorsi terzi e misurazioni, insomma, c’è ancora molto lavoro da portare avanti…».

Perché, dopo tanto tempo, ci sono ancora tutte queste lacune?
«Perché spesso si privilegiano le strade più comode. Per esempio, il fatto che più dei due terzi delle iniziative siano fatte su studenti… Attenzione, gli studenti sono importantissimi, però non sono i destinatari più urgenti da raggiungere e da educare; sono gli adulti quelli più urgenti. Ciò significa anche che forse si privilegia il processo ai risultati concreti. C’è un po’ questo timore diffuso, il fatto che si continui a essere autoreferenziali e quindi il fatto che ognuno pensi di continuare a coltivare solo il proprio orticello non fa bene. Parliamo tutti di reti, ma quali sono le reti autentiche tra pubblico e privato, tra pubbliche amministrazioni e welfare aziendale, ad esempio? Questo è un tema importantissimo».
Per esempio?
«Le aziende, dopo avere avuto un’ubriacatura di buoni benzina, di buoni pasto come maggiore welfare aziendale, hanno capito che ci sono fragilità personali. Quindi in questi anni va molto di moda il supporto psicologico. Ma oggi il problema è proprio evitare che i lavoratori si indebitino, che non abbiano soldi, che spendano male. Questo significa fare rete. I Comuni dovrebbero finanziare servizi per i fragili, le aziende dovrebbero dare una mano ai lavoratori, nelle scuole si devono fare dei progetti efficaci, non tanto per farli. Invece, c’è un fiorire immenso di iniziative superficiali, ingenue, autoreferenziali. In generale, credo che ci sia un intento eccellente, ma è come una cornice che non si è riempita ancora non di contenuti, ma di senso, di efficacia. E il punto debole che è alla base e all’origine degli altri punti deboli è uno solo…».
Ovvero?
«Il vero deficit è il dialogo. Cioè, si continua a dire e scrivere che in educazione finanziaria siamo il popolo più ignorane del mondo, ma non c’è un dialogo aperto e costruttivo tra i vari settori coinvolti e che ho già citato: le pubbliche amministrazioni, i Comuni, la scuola, le imprese, il Mercato finanziario, il terzo settore. Non c’è un continuo confronto, laico, e non saccente, per rimediare alle varie lacune ancora molto attuali e diffuse. Per mettere a fattore comune le esperienze di ciascuno e cercare di ottenere dei risultati importanti. In tutto questo, invece, si insinuano anche iniziative e soggetti di dubbio gusto. Tutti si propongono e si propinano come educatori finanziari. E poi c’è un altro grande nodo da affrontare e sciogliere…».
Che nodo è?
«L’altro grande tema che sarebbe importante definire è: ma chi la paga tutto questo? Quando facciamo educazione finanziaria, nelle scuole, ma anche agli adulti, visto che ne hanno bisogno tutti, donne, fragili, migranti, middle class, famiglie ricostituite, separati: chi la paga l’intelligenza, il lavoro, la fatica di fare questo? E un’educazione adeguata e soprattutto efficace non può essere fatta con sessioni collettive di alfabetizzazione. Ci vuole un’educazione personale, di accompagnamento specifico, con strumenti individuali. Ma chi investe su questo servizio, sono i Comuni e le imprese le realtà che potrebbero investire? È mai possibile che non ci sia una risorsa pubblica, comunale, aziendale che stabilmente contribuisca al benessere delle persone? C’è molto di cui discutere e la vera sfida è discutere, non avere ragione. Discutere».
Comuni, enti locali e imprese dovrebbero guidare questo cambiamento?
«Credo proprio che sia compito delle pubbliche amministrazioni, delle fondazioni e delle imprese attivare quella cosiddetta rete di welfare comunitario, che è molto bella a dirsi ma che forse andrebbe attivata. Poi il terzo settore può dare una mano, e il Mercato finanziario può dare una mano perché è interesse del Mercato avere cittadini che si fidano e non sono sfiduciati, che vanno volentieri a confrontarsi con un consulente, un bancario, un assicuratore e non lo evitano. Quindi è proprio interesse di tutti che un’educazione finanziaria mirata, integrata, efficace si sviluppi bene. E in modo diverso rispetto a quanto fatto finora». ©️
Intervista tratta dal numero del 1° ottobre 2025 de Il Bollettino. Abbonati!
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