martedì, 13 Gennaio 2026

Così si capisce se un investimento è sostenibile

Come si fa a capire se un investimento è sostenibile? «Prima è fondamentale introdurre il concetto di ESG. Si tratta di un acronimo inglese che sta per Environmental, Social e Governance», dice a Il Bollettino Nicola Petruzzelli, consulente finanziario e responsabile territoriale educazione finanziaria ANASF per la Puglia.

L’ambito Environmental (ambientale) riguarda l’impatto di un’azienda sull’ambiente, per puntare alla riduzione delle emissioni di CO2, la diminuzione dell’utilizzo di combustibili fossili e l’aumento della biodiversità. La componente Social si concentra sull’impatto dell’impresa sulla società e sulle persone, con le loro tutele e diritti. È cruciale considerare anche i fornitori terzi, per evitare lo sfruttamento, come l’impiego di minori, in altri Paesi. La voce Governance (governo societario) riguarda la gestione dell’azienda, ovvero come è amministrata e controllata.

«È importante sottolineare che questo tipo di investimenti esistono da decenni. Inizialmente si parlava di investimenti e fondi socialmente responsabili, con l’acronimo SRI, in cui l’attenzione era rivolta più su elementi soggettivi o principi etici, che potevano anche essere di tipo religioso. L’esigenza di introdurre i criteri ESG è nata proprio per avere un approccio più oggettivo e misurabile. Dove le misure e conseguenze nel settore dell’ambiente, del sociale e del governo dell’azienda devono essere quantificabili».

Quindi, la misurabilità è un punto chiave. Come si misurano questi criteri?

«Esatto, la misurabilità è essenziale. Entrano in gioco i cosiddetti benchmark e i KPI, Key performance indicators, che permettono di valutare come e se un soggetto ha superato una determinata asticella. Ad esempio, per l’aspetto ambientale si misura la riduzione delle emissioni di CO2. Per l’aspetto sociale, si valuta come l’azienda influisce positivamente sulla società. Ad esempio, rispettando i diritti dei lavoratori o evitando lo sfruttamento in tutta la catena di fornitura, anche da parte di fornitori terzi. Tuttavia, la questione è molto complessa, considerando non solo l’azienda di riferimento ma anche i suoi eventuali fornitori, che un investitore al dettaglio non può avere le capacità di analisi sufficienti per verificare tutti questi elementi. Per questo motivo, il legislatore ha introdotto delle normative specifiche».

Quali sono le normative che aiutano l’investitore a districarsi?

«A livello europeo, la normativa fondamentale è la SFDR, sigla che sta per Sustainable finance disclosure regulation, entrata in vigore il 10 marzo 2021. Questa direttiva punta a regolare gli investimenti in finanza sostenibile e ha introdotto degli articoli per distinguere le tipologie di investimento in base alle caratteristiche ESG».

E quali sono questi articoli chiave?

«Il primo tra quelli più rilevanti è l’articolo 6, che è il meno restrittivo. Gli investimenti che rientrano in questa categoria sono abbastanza neutri rispetto alle questioni ESG. L’azienda che vi aderisce cerca di fornire relazioni riguardo all’impatto ESG, ma non prende alcun impegno al riguardo».

Le altre norme di riferimento?

«C’è poi l’articolo 8 della normativa SFDR, più restrittivo dell’articolo 6. Fornisce indicazioni rispetto ad almeno uno dei criteri di sostenibilità ESG, ma l’obiettivo di investimento non è la sostenibilità in quanto tale, bensì si limita a promuovere i criteri ESG. In Italia, quasi i due terzi dei fondi sottoscrivibili, circa il 60%, rientrano in questa categoria. Una percentuale superiore alla media europea, che si ferma al 45%. Ma è l’articolo 9 della SFDR l’articolo in assoluto più restrittivo».

Perché?

«Riguarda solo coloro che hanno un obiettivo di sostenibilità misurabile in tutto il processo di produzione o di selezione delle forniture e materiali. Le aziende o i gestori che rientrano nell’articolo 9 devono presentare bilanci d’esercizio di sostenibilità e bilanci integrati, con policy e codici etici tutti indirizzati verso l’obiettivo di sostenibilità e, soprattutto, devono quantificare i risultati. Solo il 3% del totale degli investimenti rientra in questa categoria».

Da anni c’è anche un forte interesse da parte delle aziende a etichettarsi come “sostenibili”. Questo porta al problema del greenwashing…

«Proprio così. Molte aziende vogliono avere queste caratteristiche perché gli studi dicono che i fondi con la dicitura ESG, solo per il nome, hanno un 9% in più di capitalizzazione. È chiaro che c’è chi, interessato a migliorare le proprie performance, si “veste” di ESG senza esserlo davvero. Questo è appunto il problema del greenwashing. Per dare un’idea della portata, alcune centinaia di fondi e SICAV che si erano classificati come Articolo 9 sono stati costretti al declassamento dai controlli o si sono autodeclassati per evitare pubblicità negativa».

Come viene aggiornata la normativa SFDR?

«La SFDR è stata aggiornata quasi ogni anno – l’ultimo aggiornamento è del maggio scorso –, con maggiori restrizioni. Per esempio, adesso, se un prodotto finanziario vuole inserire “ESG” nel nome, deve avere almeno l’80% di tutte le attività economiche sviluppate a livello di bilancio che siano riconducibili ai criteri ESG. Queste leggi, introdotte dall’Europa, hanno lo scopo di dare maggiore trasparenza e strumenti utili agli investitori».

Tutti questi aspetti sono piuttosto tecnici. Un investitore privato come può orientarsi in questo scenario e quali sono le dritte per capire se un investimento è davvero sostenibile?

«Per l’investitore privato, soprattutto quello meno esperto, il primo punto di riferimento fondamentale è il questionario MiFID. La direttiva MiFID, che sta per Markets in financial instruments directive, è alla sua seconda edizione – MiFID 2 – ed è in previsione la MiFID 3, sempre più restrittiva. Punta a uniformare a livello europeo le regole dei Mercati finanziari e l’operato degli intermediari per tutelare gli investitori privati. Il questionario MiFID, che è la profilazione obbligatoria senza la quale nessun investitore può avere indicazioni di investimento dalla propria banca o consulenza, ha implementato al suo interno, a partire dal 2018 e in maniera sempre più specifica, le caratteristiche ESG del soggetto investitore».

Come funziona il questionario MiFID per l’investitore privato?

«All’investitore viene chiesto se è sensibile a questo tipo di dinamiche che riguardano l’ambiente, la società e la gestione delle aziende. Viene anche chiesto cosa interessa maggiormente all’interno del segmento ESG, ad esempio l’ambiente o aspetti etici generalisti meno legati ai KPI. In base alle sue risposte, viene quantificato questo interesse. E così si ottengono delle “gabbie di Portafoglio”, entro le quali il consulente si deve muovere. Se un investitore dichiara alla banca di essere molto interessato agli strumenti finanziari di tipo ESG, le domande diventeranno più specifiche, fino a determinare una percentuale minima dei suoi investimenti che devono rientrare in quel settore».

Perché è importante?

«Ciò porta sicuramente un aiuto all’investitore. Perché anche se è incompetente, ma nel questionario MiFID dichiara di essere molto interessato, qualunque consulenza dovrà tenere conto di quella risposta e dovrà inserire all’interno del Portafoglio consigliato investimenti che riguardino le buone pratiche ESG. Inoltre, ufficialmente il questionario MiFID lo deve compilare il soggetto stesso, e il consulente può solo spiegare meglio le domande».

E se il cliente vuole orientarsi anche per conto proprio?

«Dovrebbe rivolgersi a soggetti terzi rispetto agli investimenti, che siano in grado di fornire un’indicazione, come le agenzie di rating. Esistono servizi di base, anche gratuiti, che forniscono indicazioni. Ad esempio, Morningstar pubblica informazioni di base, assegnando dei “globi” da 1 a 5 che danno visivamente un’impressione all’investitore su quanto un investimento sia aderente ai principi di sostenibilità. Se si vuole davvero approfondire e entrare nel dettaglio, spesso questi servizi diventano a pagamento».

Ci sono anche altri modi per informarsi personalmente…

«Certo, ad esempio siti web ufficiali, come quello di Borsa Italiana. Anche Cassa Depositi e Prestiti emette titoli obbligazionari che rispondono ai criteri ESG e fornisce informazioni al riguardo. Si può quindi navigare su questi siti, che sono considerati ufficiali dello Stato. Poi è possibile fare riferimento a forum specializzati, iniziative e associazioni».

Per esempio?

«Il Forum per la Finanza sostenibile esiste da più di 20 anni. Organizza eventi, seminari, gruppi di lavoro e ricerche, e ha introdotto la Settimana dell’Investimento sostenibile e responsabile, con l’obiettivo di passare questi concetti alla popolazione. Questa settimana, che si tiene tra fine ottobre e inizio novembre, spesso si incrocia o si sovrappone con il Mese dell’Educazione finanziaria, che dallo scorso anno si svolge a novembre. Chi vuole approfondire troverà anche pubblicazioni da leggere, e su quasi tutti i siti bancari, facendo una ricerca su argomenti ESG, usciranno contenuti per informarsi».

Quindi, anche se la MiFID e il consulente finanziario offrono una prima guida, ci sono molte risorse per chi vuole approfondire autonomamente

«Esattamente. L’obiettivo è portare quel minimo di curiosità per fare in modo che poi l’investitore possa approfondire. Tuttavia, è importante considerare un aspetto: se il cliente seleziona tutti i livelli massimi di sostenibilità e i KPI più restrittivi che vuole raggiungere nel questionario, l’orizzonte di investimento si rimpicciolisce drasticamente. Da, che so, 10mila tipologie diverse di fondi, si potrebbe arrivare a scegliere tra soli 7, 8 o 10. Questo introduce il problema della diversificazione».

Vale a dire?

«Più restrizioni si mettono – che debbano riguardare l’ambiente, la riduzione dei gas serra, le energie rinnovabili, la biodiversità, ma anche le lotte alle disuguaglianze e la promozione della coesione sociale –, più diminuiscono gli investimenti che rispondono a quelle caratteristiche. Con il rischio di dover scegliere tra pochi e di limitare la diversificazione del proprio Portafoglio di investimenti». ©️

Intervista tratta dal numero del 1° ottobre 2025 de Il BollettinoAbbonati!

📸 Credits: Canva      

Giornalista specializzato nei settori dell'Economia, imprese, tecnologie e innovazione. In oltre 20 anni di attività, ho lavorato per Panorama Economy, Il Mondo, Gruppo Mediolanum, Università IULM. Mi piacciono i progetti innovativi, il teatro e la cucina come una volta.