venerdì, 15 Maggio 2026

Ai giovani piace lavorare per le aziende del Made in Italy

Sommario

Il Made in Italy è ancora il volano dell’economia del Paese? Un po’ di dati: nel 2026 l’Italia crescerà dello 0,4%, una stima al ribasso di 0,2 punti rispetto al precedente Economic Outlook di dicembre (fonte: OCSE). La manifattura italiana è ottava al mondo, seconda in Europa, responsabile del 15% del PIL, che sale a quasi al 30% se si considera la rete dell’indotto (fonte: Confindustria). Nel solo perimetro delle cosiddette “4 A”, che comprendono alimentare e bevande, abbigliamento e moda, arredo e legno e automazione e meccanica, sono attive quasi 393mila imprese e 2 milioni e 873 mila addetti. 

L’indebolimento della produzione industriale si protrae però da un triennio e a dicembre scorso ha segnato ancora il -0,2% (fonte: ISTAT). Poi ci sono altri elementi che in qualche modo remano contro: la paralisi economica nel corso della pandemia, la corsa dell’inflazione, i dazi, e ancora lo scacchiere geopolitico sempre più bollente, con lo stretto di Hormuz tuttora chiuso per la guerra tra Usa, Israele e IRAN.

Eppure il Made in Italy gioca ancora un ruolo fortemente attrattivo, anche per i giovani. Lo è ad esempio lavorare in un’azienda che lo produce, considerato stimolante e motivo di orgoglio sociale e familiare (79% e 92% rispettivamente degli intervistati in uno studio di inizio anno commissionato da Made in Italy community a Tp Infinity). I dati insomma lasciano ben sperare. Del resto nel 2025 l’Italia ha registrato un miglioramento della bilancia commerciale attiva con l’estero per 2,5 miliardi di euro (fonte: Le nuove sfide del Made in Italy 2026, Mimit).  

I settori traino

Per capirne la dinamica bisogna partire da un fatto: se è vero che l’industria nel suo complesso, in primis il settore tessili e abbigliamento (-3,4), cala, la produzione più cospicua sembra essersi spostata nel frattempo su altri comparti. Che invece hanno performance positive. Come l’agrofood, cresciuto negli ultimi 3 anni di 7 miliardi, raggiungendo la cifra record di 72,4 miliardi. E poi i prodotti farmaceutici. L’aumento tendenziale è del 23,8% nel 2025, seguiti dalle altre industrie manifatturiere (+9,3%) e dalla metallurgia (+7,4%). Bene va anche la fabbricazione di computer e prodotti elettronici (+2,6%). Il Mercato sembra insomma aver preso un’altra direzione. E a farsi strada è un nuovo Made in Italy.

Il nuovo Made in Italy

«Chi fosse abituato a pensare al Made in Italy essenzialmente come un corpo di settori focalizzato su tessile-abbigliamento-pelletteria-calzature e arredocasa rimarrebbe sorpreso nel constatare come questi settori, sia pure ancora importanti e distintivi della nostra immagine internazionale, rivestano ormai un peso minore nel surplus commerciale con l’estero dell’Italia». I dati si riferiscono al 2024. Ed evidenziano come non più solamente di scarpe e cinture in pelle si tratti: adesso a comporre il Made in Italy sono anche (a volte soprattutto) prodotti farmaceutici confezionati, profumi, prodotti per il trucco e la cura dei capelli, occhiali da sole, alimentari, vini fermi e spumanti, yacht e navi da crociera.

A spiegare come l’ago della bilancia si sia spostato sono i numeri. Per borse, valige e portafogli le esportazioni raggiungono quota 10,3 miliardi di dollari, realizzando un surplus di 6,6 miliardi. Sono le prime della lista dei prodotti tradizionali. Seguite dai mobili (8,1 miliardi e 6,3 di surplus), e calzature (8,2 e 4,8 rispettivamente). Se si guarda invece a quel nuovo comparto di cui sopra, si scopre come le esportazioni di medicinali confezionati abbiano raggiunto quota 39,9 miliardi (di cui 21 di surplus). I vini e gli spumanti superano i mobili, attestandosi a 8,8 miliardi e 8,1 di scarto.

E sedie e divani, considerati pezzi del passato, pareggiano il conto con yacht e imbarcazioni, entrambi a quota 4 miliardi di esportazioni. Ma è la somma totale del nuovo Made in Italy (tra cui spuntano molti prodotti alimentari come cioccolato e pomodoro) a superare di gran lunga i vecchi prodotti. Nel complesso i miliardi sono 93,7 contro i 59 del comparto più tradizionale. Di mezzo i macchinari, altro fiore all’occhiello a cui di solito non si pensa. E che invece valgono 67 miliardi di dollari di export (44 il surplus commerciale), ben più dei prodotti classici.

La punta di diamante è il BBF

C’è però una sezione di punta nell’ambito del Made in Italy. È l’eccellenza del cosiddetto Bello e ben fatto, diretto per lo più a consumatori altospendenti. «Un gruppo trasversale di 746 prodotti che non si definisce semplicemente in base a un settore o a una tecnologia. Ma alla riconoscibilità, all’artigianalità industriale e al valore reputazionale nei Mercati internazionali». (Fonte: Esportare la dolce vita 2025 di Confindustria).

È qui che l’Italia rafforza il proprio posizionamento. Tra il 2013 e il 2023 nel segmento le esportazioni sono aumentate in media del 4,3% all’anno, a fronte di un incremento del commercio mondiale del 3%. Un differenziale che ha comportato un aumento della quota di mercato italiana di 0,43 punti percentuali. Nel complesso l’export dei prodotti BBF (Bello e Ben Fatto) vale oltre 170 miliardi di euro. A guidarlo ci sono nautica (+26,7% di crescita), farmaceutica e cosmetica (+9,8%), alimentare e bevande (+6%).

La scarsa differenziazione geografica dell’export

Molto potenziale resta però ancora inespresso. Gran parte dell’export è oggi assorbito dai Mercati avanzati (136 miliardi di euro vanno a Europa, Usa, Cina). Mentre una parte – 33,8 miliardi – si dirige ai Mercati emergenti. Ne resta una terza parte – pari a 27,6 miliardi secondo le stime – che rimane solo potenziale. Inoltre il 45% delle imprese italiane esporta verso un solo mercato, esponendosi alla forte vulnerabilità degli equilibri geopolitici e legislativi internazionali.

«I Paesi avanzati rappresentano Mercati più grandi e domandano con maggiore intensità i beni del BBF grazie a un reddito pro-capite più alto». E a questi l’Italia è anche storicamente più legata. «I Paesi emergenti hanno invece un peso più esiguo nella domanda mondiale, ma sono in continua espansione ormai da due decenni e con prospettive di crescita più rapide rispetto ai Paesi avanzati» è la conclusione. Basti pensare che tra il 2018 e il 2024, l’export BBF in America Latina e Caraibi è cresciuto del 10% medio annuo, sostenuto dalla domanda e dalle comunità di origine italiana. «È fondamentale un approccio dinamico: l’italianità deve evolvere, confrontandosi con nuovi linguaggi e mercati sempre più veloci, senza perdere la propria identità» ha detto ancora Alessandro Gatti, founder di maisonFire, azienda attiva nel design.

Il Made in Italy da solo non basta

Non mancano poi altre criticità. L’Italia è al quarto posto tra i maggiori esportatori mondiali e il Made in Italy è un fiore all’occhiello nazionale che andrebbe meglio tutelato. Il grido d’allarme arriva da più parti.
È il caso per esempio di Roberto Impero, Ceo di SMA Road Safety, produttore di dispositivi stradali salvavita: «Il Made in Italy non è adeguatamente tutelato proprio nel nostro Paese, dove le scelte dei dispositivi sono determinate più dal prezzo che dalla qualità, penalizzando le aziende più virtuose». Impero evidenzia poi in particolare un problema: «La sola marcatura CE, come elemento sufficiente per vendere nel mercato italiano, non basta: servono tracciabilità, controlli sostanziali e alzare gli standard per tutti, con regole chiare e controlli rigorosi».

Gli fa eco Paola Veglio, AD di Brovind Vibratori, azienda che realizza soluzioni di movimentazione industriale: «Oggi esiste una disparità penalizzante nei controlli: i materiali importati sono soggetti a verifiche meno rigorose rispetto ai prodotti italiani destinati all’export. Sarebbe quindi necessario garantire condizioni di competizione più eque». Senza contare le frodi derivanti dall’italian sounding, a cui va posto un freno. Fabio Maggesi, founder dello studio Legale MepLaw, assiste i connazionali che gestiscono business all’estero. È lui a spiegare come «la contraffazione e i dazi creano confusione nei consumatori, riducono i margini di ricavo e mettono a rischio competitività e credibilità». Un danno economico alle PMI italiane, e anche «sulla credibilità del brand Made in Italy, con conseguenze in termini di sicurezza, salute e occupazione».

Giornalista professionista, classe 1981, di Roma. Fin da piccola con la passione per il giornalismo, dopo la laurea in Giurisprudenza e qualche esperienza all’estero ho cominciato a scrivere. All’inizio di cinema e spettacoli, poi di temi economici, legati in particolare al mondo del lavoro. Settore di cui mi occupo principalmente per Il Bollettino.