Quanto è vulnerabile il Mercato del credito? Quali rischi si corrono di fronte a una potenziale crisi di liquidità? Prima di rispondere facciamo un passo indietro. Per capire bene che cosa si intenda per crisi di liquidità bisogna pensare a un’impresa che non riesce a coprire le uscite finanziarie con le risorse disponibili. In altre parole, si trova con le casse vuote. I motivi possono essere più di uno: insolvenze dei clienti, elevato indebitamento, scarsa pianificazione finanziaria oppure – e qui si viene al punto – eventi imprevisti. Come lo è stata la pandemia e ancora la crisi energetica legata alla guerra Russia-Ucraina e le conseguenze del conflitto tra USA, Israele e Iran.
Il conflitto del Golfo Persico ha inciso pesantemente sulle quotazioni di petrolio e gas sia per le interruzioni delle forniture sia per l’aumento del premio assicurativo incorporato nei prezzi. Le coordinate del commercio sono saltate e le commesse per le aziende non sono più garantite. E tra le realtà più esposte figurano proprio le PMI italiane, soprattutto quelle manifatturiere, specie in settori come metallurgia, meccanica e agroalimentare, dove un aumento del costo dell’energia può comprimere i margini. Un contesto nel quale può materializzarsi una eventuale scarsità di flussi di cassa.
Senza contare che, in caso di conflitti, è anche la fiducia dei consumatori a traballare. Fino ad arrivare allo scenario estremo della corsa dei correntisti agli sportelli per recuperare i risparmi nel timore di crac bancari. Un prelievo massivo di contanti – ipotesi d’altronde poco realistica – metterebbe anche le banche in crisi di liquidità. Altro elemento da tenere in conto è poi la possibile svalutazione della moneta, per cui il potere d’acquisto potrebbe ridursi drasticamente a causa dell’impennata dei prezzi.
Le protezioni del sistema bancario
Sono tre i canali attraverso cui uno shock geopolitico può colpire le banche. Uno è quello del Mercato finanziario: l’incertezza spinge gli investitori verso asset più sicuri e le condizioni di accesso al credito si irrigidiscono. Poi la sicurezza, minata da attacchi cibernetici e interruzioni dei servizi. Infine il canale dell’economia reale, con l’inflazione che modifica il comportamento di imprese e consumatori e indebolisce le condizioni economiche generali. Il risultato? Tassi di default, ovvero percentuale di insolvenze, crescenti.
Una delle minacce al Mercato dei prestiti è proprio questo, il deterioramento del credito, accentuato dalle incognite geopolitiche. I crediti in sofferenza (NPL, non performing loans), che siano scaduti, improbabili da riscuotere (unlikely-to-pay) o in default, non sono comunque un fattore emergente. Da tempo rappresentano una sfida per le banche europee. E proprio al fine di contenerli la BCE ha introdotto linee guida sulle modalità di classificazione, gestione e accantonamento degli NPL. Norme che hanno funzionato perché lo stock di crediti deteriorati nell’area dell’euro si è dimezzato, scendendo a meno del 2% dei prestiti totali. Per le banche italiane si tratta di 51 miliardi di euro, meno del 2,5% del portafoglio crediti totale (dati PwC su dicembre 2023).
Il sistema bancario, che periodicamente si sottopone a stress test, è salvo. Anche il rischio geopolitico del resto non è una novità: «È un fattore trasversale che può avere un impatto sulle categorie di rischio tradizionali delle banche», dice la BCE. Anche se adesso il focus è maggiore perché «si è acuito, richiedendo una maggiore attenzione da parte della vigilanza».
Le preoccupazioni sul private credit
«Quando succedono cose del genere, la mia antenna si alza», ha detto Jamie Dimon, CEO di JP Morgan, prima banca commerciale americana. «Non dovrei dirlo, ma quando vedi uno scarafaggio probabilmente ce ne sono altri… Tutti dovrebbero essere all’erta», ha aggiunto riferendosi al collasso di Tricolor e First Brands, aziende rispettivamente di componentistica auto e finanziamento mutui. Entrambe indebitate fino al collo con i fondi di private credit.
Ma cosa è il private credit? Il sistema è nato dopo la crisi finanziaria del 2008 come canale di finanziamento alternativo rispetto alle banche. La reputazione che si è costruito è quello di un sistema meno severo sulla concessione del credito, meno limitato dalla burocrazia. Viaggia in parallelo con il private equity, che investe in azioni di non quotate per farle crescere e poi rivenderle. La differenza con le banche tradizionali è che il private credit non gode del paracadute della Federal Reserve, della BCE e delle altre banche centrali.
Per questo da tempo i timori sulla sua tenuta si sono accentuati. Roba da far tremare i polsi considerando come l’industria nel suo complesso sia valutata 200 miliardi di dollari. Nelle ultime settimane si è infatti registrata un boom di richieste di riscatti. A Blackstone per esempio sono stati presentati rimborsi per 3,7 miliardi di dollari.
Qui la guerra c’entra fino a un certo punto. Di mezzo c’è anche l’Intelligenza Artificiale. Secondo alcune stime della Bank of America, circa il 20% del denaro gestito dai fondi di private credit (vale a dire circa 400 miliardi) sono stati prestati ad aziende del settore tecnologico. Che però hanno visto ridurre il proprio valore a causa della spinta dell’AI. Così gli investitori sono corsi a recuperare i propri soldi alla prima finestra utile. E nel giro di tre mesi Blackstone ha perso quasi il 30% a Wall Street, Apollo il 25%, BlackRock il 12%, Kkr il 30% e Blue Owl addirittura il 35%. Il timore è che il panico da AI e le guerre possano innescare una spirale senza ritorno. ©
