lunedì, 2 Novembre 2026

Finance Confidential: i retroscena della finanza

Sommario
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Dalla crisi di una delle maison più riconoscibili del lusso italiano all’effetto dei farmaci dimagranti sulle abitudini al pub, passando per le perdite miliardarie di una startup dell’intelligenza artificiale e il boom dei cosmetici premium. Quattro storie in cui dietro a borse, pinte di birra, chatbot e prodotti di bellezza si nascondono nuovi modelli di consumo e aziende costrette a reinventarsi…

Gucci, la crisi del lusso non è ancora finita

Il lusso fa i conti con clienti sempre più prudenti e Mercati meno prevedibili rispetto al passato. Lo scorso 22 ottobre, il gruppo francese Kering (proprietario di Gucci) ha reso noti i ricavi del marchio italiano relativi al terzo trimestre del 2026. Cos’è emerso? Che sono diminuiti del 6% su base comparabile, fermandosi a 1,291 miliardi di euro. A subire il calo maggiore le vendite nella rete dei negozi gestiti direttamente dal marchio, dove la discesa è stata del 9%. A pesare è soprattutto la scomparsa dello shopping nei negozi della Cina, uno dei mercati centrali per il settore. Anche i ricavi complessivi di Kering hanno mostrato segnali di difficoltà. I guadagni sono stati di 3,345 miliardi di euro nel trimestre, in calo dell’1%.

Il Mercato non ha potuto che reagire con preoccupazione. Il 23 ottobre, giorno successivo alla pubblicazione dei risultati da parte di Kering, le azioni del gruppo hanno perso circa il 16% in Borsa, facendo registrare uno dei peggiori tonfi della sua storia. Il motivo? Gli investitori temono che la ripresa del brand richieda più tempo del previsto, nonostante il piano di rilancio sia già stato avviato dal nuovo amministratore delegato Luca de Meo e di pari passo sia partito il lavoro del direttore creativo Demna sulle collezioni. La strategia comprende anche una revisione della rete commerciale. Nei primi nove mesi del 2026, il gruppo ha chiuso 105 negozi e punta a fare altrettanto con almeno una ventina di punti vendita in più, per un totale di 125 chiusure entro la fine dell’anno.

Farmaci dimagranti, anche la birra teme il cambiamento

Mentre non si riscontrano flessioni nella tendenza all’uso di farmaci per perdere peso, un altro lato della medaglia è passato finora inosservato. Il fenomeno potrebbe infatti avere ricadute inattese sul comparto delle bevande alcoliche. Il 23 ottobre, il gruppo Heineken ha inviato una segnalazione a diversi pub del Regno Unito, esortando gli operatori a prepararsi alle possibili conseguenze derivanti da una capillare diffusione di medicinali della famiglia GLP-1, come Ozempic e Wegovy. Trattamenti che, a detta dell’azienda, possono modificare le abitudini di consumo, riducendo così il desiderio di bere e favorendo il ricorso a porzioni più piccole.

Almeno per il momento il documento non dimostrerebbe che il Mercato della birra sia in crisi a causa dei farmaci. Ma è bene farsi trovare preparati. Un dato su tutti: nei pub britannici nell’ultimo anno la birra ha generato vendite per quasi 14 miliardi di sterline. Gli effetti potrebbero insomma essere notevoli. Alcune idee per contenere le perdite potrebbero essere ampliare l’offerta di mezze pinte, introdurre birre a bassa gradazione e analcoliche, oltre a proporre piccoli piatti da abbinare alle bevande.

Forniscono un quadro più chiaro della situazione anche altri dati. Le famiglie statunitensi con almeno un utilizzatore di farmaci GLP-1 hanno ridotto, nell’arco di due anni, la spesa mensile per gli alcolici di circa il 7% rispetto alle famiglie in cui non ci sono componenti in trattamento con quei farmaci. Per la birra, la diminuzione è stata invece più marcata e pari al 13,5% (fonte: Circana). Si parla però di dati osservazionali sulla spesa, che non riescono da soli a dimostrare un rapporto di causa-effetto tra farmaci e minori acquisti.

A entrare in gioco sono anche altri fattori come il reddito pro capite e le preferenze personali. Heineken ha infatti precisato che gli utilizzatori di dimagranti non stanno necessariamente abbandonando il consumo di alcol, ma che sembrerebbero piuttosto maggiormente orientati verso porzioni più contenute, prodotti meno alcolici e bevande premium.

La startup dell’AI vuole sbarcare in Borsa

L’intelligenza artificiale è pronta a una nuova sfida che con tutta probabilità non lascerà indifferenti gli investitori. Lo scorso 26 ottobre Anthropic, la società che ha lanciato il chatbot Claude, ha depositato presso la Securities and Exchange Commission statunitense la documentazione preliminare rispetto a una possibile quotazione in Borsa. Carte che rappresentano una miniera di informazioni su una delle aziende più chiacchierate e osservate di tutta l’economia digitale di oggi. Cosa emerge? Che nel primo semestre del 2026, i ricavi hanno raggiunto circa 16,29 miliardi di dollari, contro i 1,16 miliardi nello stesso periodo dell’anno precedente. Si tratta di una crescita monstre, ma che nasconde anche altro. Negli stessi documenti, si cita infatti una perdita netta di circa 80,75 miliardi di dollari. È un dato preoccupante? Sì, ma bisogna considerare che gran parte del rosso a bilancio deriva da una rivalutazione contabile dei titoli convertibili e di altri strumenti finanziari, non da un’uscita di cassa.

Nell’ultimo semestre, la società ha registrato una perdita operativa di circa 693 milioni di dollari, mentre il risultato operativo rettificato si è attestato in positivo per circa 1,62 miliardi. Restano le preoccupazioni per i potenziali investitori. Sviluppare modelli AI sempre più avanzati richiede enormi investimenti in infrastrutture e servizi cloud. E la società ha già preso impegni di spesa molto rilevanti per i prossimi anni. Ecco perché il Mercato vuole capire quanto di questa crescita possa trasformarsi in profitti sostenibili.

L’eventuale quotazione diventerebbe un test significativo, non solo per Anthropic ma per tutto il settore dell’intelligenza artificiale. L’attenzione degli investitori è sì sulla velocità con cui le startup crescono in termini di ricavi, ma anche sul costo necessario per il mantenimento e la possibilità di recuperare gli investimenti.

Beauty, il lusso accessibile che continua a crescere

Se il lusso tradizionale attraversa un periodo complicato, il Mercato del beauty sale senza sosta. Il 22 ottobre, L’Oréal ha comunicato i ricavi del terzo trimestre del 2026, annunciando utili per 11,56 miliardi di euro, in aumento del 7,7%. La crescita ha persino superato le attese degli analisti, sostenuta soprattutto da profumi e skincare. Nei primi nove mesi dell’anno, le vendite del gruppo hanno raggiunto 35,34 miliardi di euro. Qui l’aumento è stato del 7,7% a valori correnti.

Le ragioni dietro questi numeri? La capacità di vendere prodotti a maggiore valore aggiunto. Il business poggia in particolare su fragranze di fascia alta e trattamenti per la pelle, ma anche l’e-commerce continua a guadagnare terreno. Nei primi nove mesi del 2026, per le vendite online l’incremento è stato di circa il 17%.

Viene da sé il confronto con il settore della moda, sebbene i due Mercati non siano sovrapponibili. Il beauty si caratterizza per innovazione frequente e ricambio delle abitudini di consumo, che riescono a incoraggiare le vendite anche durante congiunture economiche dominate dall’incertezza. Nella moda tradizionale invece a giustificare la contrazione delle vendite sono i prezzi più elevati e la staticità delle proposte di campionario.©

📸Credits: Canva

Sempre pronto a rinnovarmi e ad approfondire ogni giorno i temi che mi appassionano, credo che il giornalismo abbia una responsabilità enorme nella società. Per il Bollettino scrivo di sport e tecnologia, mi occupo anche di economia, attualità, musica e cinema.