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MODA, Confindustria: «Il Decreto Ristori del Governo non sostiene, ma ci danneggia»

DiSimona Sirianni

20 Novembre 2020

Il Decreto Ristori del Governo non piace a Confindustria Moda: «È cruciale emendare il testo della Legge» dicono Marino Vago, Presidente del Sistema Moda Italia e Siro Badon, Presidente Assocalzaturifici spiegando che la Federazione è davvero molto preoccupata per l’esclusione del commercio al dettaglio di biancheria personale (maglieria, camicie, ecc.) e di quello delle calzature e accessori, dal sistema di agevolazioni e contributi straordinari che il Governo ha messo in atto per sostenere le categorie colpite dalle chiusure nelle zone rosse.

«Esse rappresentano gran parte delle attività di vendita al consumatore finale su cui il comparto moda si mantiene in vita sul territorio nazionale e sono tutte oggetto di restrizioni da parte del DPCM laddove esercitino in zone riconosciute a massimo rischio di diffusione pandemica. Una modifica è essenziale perché queste categorie possano continuare a vendere i propri prodotti, per tutelare l’occupazione e la sopravvivenza delle aziende e per assicurare un approvvigionamento di beni essenziali alla persona».

Questa esclusione, spiega Confindustria Moda, danneggia ulteriormente le aziende italiane del Tessile e Calzaturiero, che già fronteggiano una situazione economica particolarmente critica. Tra fatturati in calo, massiccio ricorso alla cassa integrazione il cui pagamento viene in larga parte anticipato dalle imprese, stress finanziario e crollo dei mercati internazionali, non è un mistero che, come già annunciato con la recente presentazione dei dati della Terza Congiunturale, i comparti rappresentati dalla Federazione Italiana versino oggi in una situazione di sofferenza più grave rispetto a quella media dell’economia italiana e che porterà la seconda più grande industria manifatturiera del Paese a registrare un crollo stimato in 29 miliardi.

Per essere più precisi: nel terzo trimestre del 2020 le aziende del settore registrano un calo del fatturato in media del -27,5% rispetto al 2019, in netta decelerazione rispetto al -36,2% del primo trimestre e al -39,0% del secondo, ma in significativa diminuzione rispetto all’andamento generale dell’economia italiana che ha visto il PIL rimbalzare del +16,1%.

Secondo le stime aggiornate, dunque, la contrazione del fatturato complessivo per il 2020 si attesta a -29,7%, contro il -32,5% previsto a luglio, per una perdita totale stimata in appunto 29 miliardi. Allo stesso modo, la raccolta ordini del terzo trimestre segna un -24,7%, contro il -37,3% registrato nell’arco di tempo aprile-giugno. 

Circa l’86% delle aziende prevede perdite nel fatturato annuo superiori al 10%, nettamente peggiori rispetto alle previsioni che vedono il PIL italiano calare del -8%. Il 29% delle aziende interpellate vedrà un calo del fatturato compreso tra il -35% e il -50%; un ulteriore 15% del campione arretrerà di oltre il -50%.

Per quanto riguarda i mercati esteri, sempre i dati della “Terza Indagine relativa all’impatto del Covid-19 sulle imprese del settore”, rileva che per il 62% delle aziende italiane nessun mercato risulta ripartito, e solo un imprenditore su tre segnala un certo dinamismo da parte di alcuni Paesi strategici ovvero Germania su tutti, quindi Francia e Cina. Per quanto riguarda l’export, infatti, nei primi sette mesi dall’anno l’andamento dell’export dei settori rappresentati da Confindustria Moda ha ceduto il -26,4%, contro il -14,0% del settore manifatturiero nel suo complesso.

«È sempre più grave la crisi del settore del Tessile, Moda e Accessorio – commenta Cirillo Marcolin, Presidente di Confindustria Moda – oramai impotente di fronte a questa seconda ondata pandemica. Le aziende che compongono le nostre filiere sono generalmente piccole e medie imprese ed è quindi naturale che vengano più colpite rispetto alla media. Anche l’andamento del fatturato nel terzo trimestre conferma una debolezza più marcata rispetto ad altri settori, dovuta da una parte alla diminuzione del mercato domestico, e dall’altra alle grandi difficoltà nell’export, attività che storicamente ha aiutato tutto il Made in Italy». 

 

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