lunedì, 8 Dicembre 2025

Bottega, MEWA: «L’estero offre un ambiente di lavoro estremamente dinamico e internazionale»

Sommario

Più che raddoppiati in dieci anni. Sono oltre 93mila i giovani italiani tra i 18 e i 39 anni che hanno trasferito la propria residenza all’estero nel 2024 (fonte: ISTAT). Un numero che segna un balzo del 107,2% rispetto al 2014 quando, a lasciare il Paese, furono in circa 45mila. Ma accanto a questo esodo in costante crescita, emerge anche un altro dato: nello stesso anno, quasi 22mila giovani italiani sono tornati a vivere qui. «L’Italia è ricca di realtà imprenditoriali all’avanguardia, settori innovativi e giovani talenti brillanti», dice Andrea Bottega, Business Intelligence Manager MEWA Red Bull, a il Bollettino. Il fenomeno dell’emigrazione giovanile italiana, storicamente letto come una fuga di cervelli, si rivela sempre più complesso e articolato. I numeri dell’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) raccontano una diaspora in continua espansione: oltre 5,9 milioni di connazionali risultano oggi ufficialmente residenti fuori dai confini nazionali.

Dietro questa cifra, però, non si celano solo storie di abbandono o disillusione, ma anche percorsi di ambizione, formazione internazionale e trasformazione personale. Tra il 2012 e il 2021, circa 337mila italiani tra i 25 e i 34 anni hanno lasciato l’Italia, oltre 120mila dei quali in possesso di una laurea.

Il costo per l’Italia

Una perdita di capitale umano che ha un impatto economico tangibile: secondo le stime della Fondazione Nord Est il costo complessivo per l’Italia ammonta a 134 miliardi di euro. Sono soprattutto le Regioni più popolose a essere colpite: la Lombardia registra una perdita stimata di 23 miliardi, il Veneto 13, la Sicilia 15 e la Campania 12. Gli italiani all’estero continuano a crescere: sono 6 milioni e 382mila i cittadini residenti fuori dai confini nazionali (fonte ISTAT), con un aumento di oltre 240 mila unità in un solo anno. Nello stesso periodo, sono stati circa 156mila gli espatri, a fronte di 53mila rimpatri. Un saldo netto di oltre 100mila persone che scelgono di cercare altrove le proprie opportunità di vita e di lavoro.

L’età media di chi parte è 32,8 anni, quella di chi rientra poco più alta: 35,3. Si tratta dunque, perlopiù, di giovani adulti in età produttiva e altamente formati, spesso laureati o con competenze specialistiche. Le mete restano le stesse di sempre, ma con nuove dinamiche: Germania, Spagna, Regno Unito, Svizzera e Francia accolgono più della metà degli espatriati italiani. L’Europa è la principale destinazione (74% del totale), seguita da America del Nord e Oceania.

Un Paese spaccato in due

Sul fronte della mobilità interna l’Italia è un Paese che si muove a due velocità. Nel Nord, i trasferimenti di residenza sono più frequenti, mentre nel Mezzogiorno la dinamica resta debole: Puglia (9,5‰) e Basilicata (7,1‰) registrano meno di dieci spostamenti ogni mille abitanti (fonte: Osservatorio delle libere professioni su dati ISTAT). A muoversi di più sono i giovani tra i 18 e i 39 anni, che in ogni Regione mostrano una mobilità doppia rispetto alla media complessiva della popolazione. L’Emilia-Romagna spicca per attrattività, con 23,4 ingressi netti ogni mille abitanti, seguita da Liguria (21,9‰) e Piemonte (21,2‰). Sul fronte opposto, Sicilia (-3,4‰), Basilicata (-3,8‰), Campania e Puglia (entrambe -4,2‰) continuano a perdere residenti: più persone partono di quante arrivino. Anche Marche e Umbria presentano saldi leggermente negativi, ma prossimi allo zero.

Tutte le Regioni italiane, invece, registrano un saldo positivo con l’estero, più marcato al Nord. Fanno eccezione Molise (21,9‰) e Calabria (15,2‰), dove i valori elevati dipendono anche dalle piccole dimensioni demografiche. Diversa la situazione dei giovani che emigrano all’estero: per loro il tasso migratorio è negativo in tutto il Paese. Le perdite maggiori si osservano in Molise (-10,7‰), Trentino-Alto Adige (-9,6‰) e Calabria (-8,2‰), mentre Lazio, Campania e Puglia mostrano dati meno negativi, ma comunque sotto la soglia dello zero.

«Dopo una formazione in Italia, all’Università Bocconi, e un Master of Science Double Degree ho fatto uno stage a Singapore. Poi nel 2020 ho iniziato il mio percorso in Red Bull. Oggi, dopo cinque anni a Dubai, ricopro il ruolo di Business Intelligence Manager MEWA, dove supportiamo oltre 60 Mercati, collaborando non solo con i Paesi del Medio Oriente, ma anche con realtà eterogenee dal Sudafrica al Kazakistan».

Perché l’estero?

«Gli Emirati Arabi Uniti, nello specifico Dubai, offrono un ambiente di lavoro estremamente dinamico e internazionale. Recenti stime indicano che circa il 90% della popolazione residente a Dubai è costituita da expats provenienti da ogni angolo del Mondo. Questa diversità culturale rappresenta una delle sue principali ricchezze. Inoltre, collaborare a stretto contatto con oltre 60 Mercati rappresenta un enorme opportunità di crescita. Infatti, il confronto quotidiano con modelli di business, approcci e dinamiche locali differenti permette di apprendere costantemente ed esporsi ogni giorno a nuove prospettive».

Che cosa attrae la GenZ?

«Questi giovani non valutano il lavoro solo in termini economici, ma anche per il suo impatto sociale, il valore umano e il benessere personale che può offrire. Per attrarre e trattenere questi talenti le organizzazioni devono sapersi rinnovare, creando ambienti che promuovano flessibilità nelle modalità e negli orari di lavoro, attenzione alla diversità culturale e individuale e retribuzioni adeguate alle competenze. La Generazione Z è cresciuta in un Mondo interconnesso e digitale. Per questo si aspetta ambienti lavorativi moderni, agili e tecnologicamente evoluti. Allo stesso tempo, cerca organizzazioni con una missione chiara, capaci di generare un impatto positivo sul mondo, dove sostenibilità ambientale e responsabilità sociale siano valori reali e tangibili. In una realtà sempre più globale, è naturale che i talenti scelgano di andare all’estero per crescere, confrontarsi con nuove culture, sviluppare competenze internazionali e ampliare i propri orizzonti. Non bisogna ostacolare questa scelta, ma riconoscerla come parte di un percorso di sviluppo personale e professionale».

Cosa manca all’Italia per permettere ai giovani di restare?

«L’Italia deve saper rafforzare il legame tra formazione e lavoro, garantendo che le competenze acquisite trovino un riscontro concreto in percorsi professionali stimolanti, ben retribuiti e allineati alle esigenze del Mercato. A ciò si aggiunge una struttura burocratica che, pur migliorata, può ancora risultare poco efficiente, specialmente per chi desidera avviare un’impresa. Un sistema più snello, meritocratico e reattivo alle trasformazioni globali potrebbe rappresentare un valido incentivo per i giovani a costruire il proprio futuro in Italia».

Tornerebbe indietro?

«Il ritorno diventa sostenibile quando si presentano condizioni favorevoli e concrete: opportunità professionali coerenti con il proprio percorso, un’adeguata valorizzazione economica e un contesto burocratico più rapido ed efficiente. Per chi ha vissuto e lavorato all’estero, è essenziale trovare un ambiente capace di riconoscere il merito, accogliere competenze internazionali e offrire spazi reali di crescita. In questo scenario, il rientro sarebbe l’inizio di una nuova fase, un’opportunità per mettere a frutto le competenze acquisite all’estero. Il ritorno può diventare una scelta consapevole, carica di significato e prospettive: non solo per la crescita personale, ma anche per dare valore alla comunità in cui si sceglie di investire il proprio talento».

Però sono ancora in tanti a decidere di emigrare…

«Le esperienze di crescita all’estero sono opportunità che arricchiscono competenze e visioni. Tuttavia, è importante che l’Italia diventi capace di attrarre e trattenere i talenti, offrendo opportunità competitive e ambienti di lavoro stimolanti. Già oggi si registrano cambiamenti concreti, grazie a politiche e iniziative orientate al sostegno dei giovani. Cresce l’impegno verso investimenti in tecnologia e formazione, leve strategiche per costruire un’economia innovativa e attrattiva. Allo stesso tempo, le connessioni tra imprese, università e istituzioni sono essenziali per creare un ecosistema solido, capace di valorizzare l’innovazione e promuovere la crescita di nuove competenze. Tale contesto favorisce la costruzione di percorsi professionali attrattivi, in grado di incentivare i giovani a investire il proprio futuro nel territorio nazionale».                

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📸 Credits: Canva.com

Articolo tratto dal numero del 15 novembre 2025 de Il Bollettino. Abbonati!    

Determinata, ambiziosa, curiosa e precisa. La passione per il giornalismo mi guida fin da bambina. Per Il Bollettino mi occupo di Startup, curo le interviste video ai player del settore e seguo da anni la realtà delle PMI.