lunedì, 16 Febbraio 2026

La biodiversità nei Portafogli, rischi e opportunità

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La biodiversità è oggi un capitale invisibile che sostiene l’economia globale. Foreste, oceani e suoli fertili non sono soltanto patrimonio naturale: rappresentano asset fondamentali che, se compromessi, possono generare perdite miliardarie per imprese e Mercati finanziari. Eppure, mentre il dibattito pubblico e politico si concentra quasi esclusivamente sulla crisi climatica, la biodiversità continua a essere la grande dimenticata della sostenibilità.

I flussi finanziari destinati alla biodiversità ammontano a circa 208 miliardi di dollari all’anno, a fronte di un fabbisogno che supera il trilione: un gap di oltre 940 miliardi di dollari. Una distanza importante che, se colmata, potrebbe generare fino a 10 trilioni di dollari di valore economico all’anno entro il 2030 e creare quasi 400 milioni di posti di lavoro. Gli investitori iniziano a tenere sott’occhio questo Mercato, in soli quattro anni gli investimenti legati alla biodiversità sono passati da 9,4 a oltre 100 miliardi di dollari, grazie a strumenti innovativi come i green bond dedicati alla biodiversità.

Nonostante questi progressi, il divario resta importante: se parlare di clima è diventato comune, affrontare il tema della biodiversità ancora no. «La ragione principale è la complessità del tema che, a differenza del cambiamento climatico per il quale le società hanno già adottato piani strategici e strumenti per misurare e ridurre le emissioni di CO2, comprende una varietà di specie e di ecosistemi che interagiscono tra di loro» dice a Il Bollettino Cristina Colombo, ESG Analyst di Etica Sgr: «Tutto questo rende difficile misurarne l’impatto, sia da un punto di vista ambientale che economico».

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Per quali motivi la biodiversità va tenuta in considerazione anche nelle strategie di investimento?

«La biodiversità rappresenta un rischio sistemico: la sua componente fondamentale è il capitale naturale, impiegato da qualsiasi grande società sotto forma di servizi, cosiddetti ecosistemici. Pensiamo alle materie prime, alla fertilità del suolo, alla qualità dell’acqua, che sono fondamentali sia per il benessere umano, che per le società nelle quali investiamo. Se tali servizi vanno a degradarsi, allora la stessa società nella quale l’investitore opera va a perdere di valore, alimentando un rischio che non si può ignorare.  Di conseguenza, gli investitori possono giocare un ruolo cruciale facendo scelte di investimento sostenibili e responsabili, premiando le aziende che si impegnano a collaborare attivamente, calcolando il proprio impatto sulla biodiversità e fissando obiettivi specifici. Al contrario, fattori che mettono a repentaglio la biodiversità come l’inquinamento, la deforestazione, lo sfruttamento eccessivo di risorse, finiscono per creare catene di fornitura molto più fragili, determinando così per la società un rischio anche finanziario».

Ci sono benefici economici legati alla conservazione e al recupero della biodiversità?

«Per quanto sia ancora complesso quantificare esattamente tali benefici, stanno finalmente emergendo le prime stime concrete. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, l’UNEP, e la Global Restoration Initiative, si stima che per ogni dollaro investito nella biodiversità, il ritorno possa variare dai 7 ai 30 dollari. Si tratta di un valore così elevato perché intervenire sul ripristino ambientale non significa agire solo sull’ecosistema in sé, ma anche sull’insieme di beni e servizi che esso genera, come la qualità dell’acqua o la fertilità del suolo.

Ciò moltiplica i benefici, trasformando ogni intervento in una leva strategica per la creazione di valore nel lungo periodo. Inoltre, dal punto di vista aziendale, è fondamentale non sottovalutare le potenziali ricadute reputazionali e normative. In un contesto in cui la tutela della biodiversità è sotto crescente attenzione pubblica e istituzionale, intaccare gli ecosistemi può tradursi non solo in una perdita di credibilità, ma anche in conseguenze economiche rilevanti legate all’introduzione di nuove normative e sanzioni ambientali».

Ci sono strumenti utili per quantificare la perdita di biodiversità delle aziende?

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«Ne stanno finalmente emergendo diversi. Così come oggi è possibile calcolare la propria impronta di carbonio per misurare l’impatto individuale sul clima, stanno emergendo con sempre maggiore diffusione strumenti in grado di valutare l’impatto delle aziende sulla biodiversità. Tra questi, la Corporate biodiversity footprint rappresenta un approccio strutturato che prende in considerazione, tra l’altro, parametri come la qualità dell’acqua, la presenza di inquinanti nel suolo, la diffusione di specie invasive e la quantità di rifiuti generati.

Inoltre, sempre più aziende stanno iniziando ad adottare le linee guida internazionali della TFND, la Taskforce on Nature-related Financial Disclosures, un’iniziativa globale che fornisce framework specifici per ogni settore, con obiettivi e indicatori chiari. L’obiettivo è aiutare le imprese a identificare, valutare e gestire in modo trasparente impatti, dipendenze, rischi e opportunità legati alla natura. A questo si affiancano i Science Based Target for Nature: una serie di target, scientificamente solidi e validi, che le aziende possono assumere e attraverso cui vengono valutati i progressi fatti anno per anno».

Quali sono le metodologie per quantificare l’impatto della perdita di biodiversità sugli investimenti?

«A oggi, ci si affida spesso all’analisi dei dati forniti dalle aziende stesse. Ad esempio, si analizza il trend storico e settoriale relativo alla produzione dei rifiuti o al consumo idrico per comprendere se e come la società sta lavorando sulla biodiversità. Per questo motivo è fondamentale avere quanta più disclosure possibile su questi temi. Per questo per noi è fondamentale l’attività di engagement tramite la quale incoraggiamo le aziende a implementare la loro divulgazione di dati sulla biodiversità attraverso standard internazionali come la TNFD.

Ci sono anche gruppi di lavoro collettivi che anche gli investitori stanno portando avanti. Un esempio è il Finance for Biodiversity Pledge, di cui Etica Sgr è firmatario dal 2020 e membro attivo. Si tratta di un’iniziativa strutturata in 5 obiettivi che ogni anno le istituzioni finanziarie devono cercare di raggiungere: la collaborazione, l’engagement, la valutazione del proprio impatto, i target da raggiungere per poter minimizzare l’impatto, e infine, la rendicontazione pubblica dei risultati. Per raggiungerli, i membri di questo network lavorano per creare metriche standardizzate per quantificare l’impatto sulla natura e definire target per invertirne la perdita».

Ci sono alcuni settori che, più di altri, sono maggiormente esposti ai rischi legati alla biodiversità?

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«Premesso che non esistono settori che non hanno un impatto sulla biodiversità in termini assoluti, la differenza sta principalmente nella tangibilità di tale impatto. I settori più esposti sono sicuramente l’agricoltura, la pesca, tutto il Mondo dell’alimentare e i settori estrattivi. Poiché incidono direttamente sull’uso delle risorse naturali e sulla struttura degli ecosistemi. La biodiversità svolge un ruolo fondamentale anche nella ricerca farmaceutica, dato che numerosi farmaci derivano da organismi naturali come piante, funghi e microrganismi. Tuttavia, alcune pratiche del settore contribuiscono a mettere sotto pressione gli ambienti naturali. Un altro comparto altamente impattante è quello della moda, in particolare nel segmento Fast fashion. Che – basandosi su produzione rapida e abbattimento dei costi – sta provocando danni irreparabili all’ambiente e contribuendo al perpetuarsi di gravi ingiustizie sociali.

Al contrario, possiamo dire che settori come quello informatico o retail presentano impatti più indiretti. Il primo, pur essendo energivoro, tra tutti i driver della biodiversità va a intaccare “solo” il tema del cambiamento climatico. Anche il settore del retail non ha impatti diretti in base alla sua identità, ma può influire a seconda della filiera e dei modelli operativi adottati».

La Banca Mondiale quantifica una perdita fino a 2,7 trilioni di dollari di PIL entro il 2030 a causa della crisi della biodiversità. Come incide questo dato sulle scelte degli investitori?

«Purtroppo, su questo tema abbiamo iniziato ad attivarci con un certo ritardo. A oggi, la perdita di biodiversità ha già raggiunto cifre spaventose. Nel suo Living Planet Report del 2024, il WWF ha evidenziato come abbiamo perso circa il 73% delle specie selvatiche dal 1970. È anche per questo che, oggi più che mai, il Mondo degli investitori ha iniziato a muoversi. Insieme alle aziende, per sensibilizzare sui rischi sistemici legati alla perdita di biodiversità.

Per un investitore con un orizzonte temporale di medio-lungo termine, investire in una società che ha un impatto negativo sull’ambiente significa esporsi a una perdita di valore nel tempo. Non solo economico, ma anche ambientale e sociale, e ciò non è tollerabile. Ed è proprio qui che entra in gioco la finanza etica. Un approccio che pone le persone e l’ambiente al centro della propria attività, ampliando i tradizionali criteri di valutazione economica, come il rapporto rischio-rendimento, per includere in modo esplicito anche considerazioni etiche e di sostenibilità. In questo modo, al valore economico si affianca e si integra il valore ambientale e sociale».

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 Quanto conta per una società quotata avere una policy chiara sulla tutela della biodiversità? Gli investitori lo considerano davvero un valore?

«Per una società quotata, dotarsi di una policy a tutela della biodiversità rappresenta certamente un passo importante e un vantaggio competitivo. Tuttavia, si tratta solo di un punto di partenza: il primo segnale della volontà dell’azienda di impegnarsi concretamente in questo ambito. È però necessario che accanto a una chiara e precisa policy si affianchi un piano d’azione strutturato. Con obiettivi misurabili, iniziative concrete e un sistema di monitoraggio dei progressi. È questa la parte che crea più valore e permette di comprendere veramente gli obiettivi che l’azienda intende perseguire. La teoria è importante, ma è nella pratica quotidiana che si misura la credibilità dell’impegno».

Qual è l’errore più grande che le aziende fanno oggi quando affrontano la crisi della biodiversità?

«I principali errori commessi dalle aziende sono due. Innanzitutto, c’è la convinzione ancora molto diffusa che il tema della biodiversità sia un argomento troppo complesso, e quindi impossibile da affrontare in modo efficace. L’idea che sia un problema globale, distante, e troppo grande porta le singole aziende a pensare di non poter fare nulla. Per contribuire alla tutela della biodiversità. Per quanto sia innegabile che si tratti di una questione complessa, così come lo è quella del cambiamento climatico, negli ultimi anni abbiamo finalmente assistito a un cambiamento significativo. Sempre più aziende si stanno impegnando per ridurre le proprie emissioni e adottare pratiche più sostenibili.

Questo perché, quando l’impegno è condiviso, anche il contributo del singolo può produrre un effetto concreto. Vale lo stesso principio anche per la biodiversità, ed è per questo che sono profondamente convinta che bisogni agire, nonostante la complessità. Il secondo errore da superare è la tendenza, ancora diffusa in alcuni settori, a considerare la biodiversità un tema marginale o non pertinente. Alcune aziende faticano a riconoscere gli impatti negativi che possono avere sulla biodiversità. Tuttavia, poiché la biodiversità è influenzata da numerosi fattori, anche imprese che non operano in settori tradizionalmente inquinanti possono generare effetti su almeno uno di questi aspetti. L’entità dell’impatto può variare, ma esiste comunque: negarlo equivale a ignorare una responsabilità concreta».

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Se dovesse convincere un investitore scettico sull’urgenza di integrare la biodiversità nelle sue decisioni finanziarie, quale argomento economico userebbe?

«Ignorare la biodiversità significa ignorare un rischio reale, sistemico, e dalle implicazioni economiche potenzialmente devastanti. In un contesto globale dove le risorse naturali si stanno riducendo e la pressione sugli ecosistemi è in costante aumento. La perdita di biodiversità può compromettere interamente le catene di approvvigionamento. Innescando un’impennata dei prezzi delle materie prime, ritardi operativi, scarsità di risorse e instabilità dei Mercati. Inoltre, l’evoluzione normativa sta andando rapidamente verso un rafforzamento delle regole ambientali.

Le aziende e gli investitori che non tengono conto dell’impatto sulla biodiversità rischiano di trovarsi esposti a sanzioni economiche sempre più severe. Oltre che a una perdita di reputazione. Integrare la biodiversità nei processi decisionali, al contrario, significa proteggere il valore degli investimenti, prevenire crisi future e rendere il Portafoglio più resiliente. In definitiva, la biodiversità non è solo un tema ambientale. È una variabile economica, e trascurarla significa sottovalutare un rischio che può tradursi in perdita di capitale, volatilità incontrollata e vulnerabilità strutturale. Investire responsabilmente, oggi, vuol dire anche questo: includere la natura tra gli asset da tutelare».  ©

📸Credits: Canva

Articolo tratto dal numero del 1° ottobre 2025 de Il Bollettino. Abbonati!    

Sempre pronto a rinnovarmi e ad approfondire ogni giorno i temi che mi appassionano, credo che il giornalismo abbia una responsabilità enorme nella società. Per il Bollettino scrivo di sport e tecnologia, mi occupo anche di economia, attualità, musica e cinema.