Quanto vive in media un italiano, un’italiana, oggi? L’aspettativa di vita nel Bel Paese è di 83 anni. Con un aumento di ben 5 anni nel breve giro di una generazione: era di 78 nel 2000, 25 anni fa. Mentre è cresciuta di poco meno di 50 anni in quasi due secoli, visto che risultava appena di 30 anni nel 1820 (dati ISTAT), quando la media era molto abbassata anche dalla fortissima mortalità infantile.
Da un punto di vista del benessere personale, queste sono ottime notizie: si vive sempre più a lungo, con le proiezioni demografiche che suggeriscono un’ulteriore futura riduzione della mortalità. Ma l’allungamento della vita espone tutti a rischi finanziari. Quali? Una vita molto lunga comporta anche una redistribuzione delle risorse, dei soldi disponibili, su un arco temporale maggiore rispetto al passato, aumentando il rischio che si rivelino insufficienti.
Il Longevity Risk, o rischio di longevità, rappresenta quindi per ogni individuo – e per l’intera collettività – l’incertezza di dover affrontare un periodo di vita sempre più lungo, che presenta anche nuovi e ulteriori costi legati a spese di assistenza e sanitarie, mettendo a rischio la capacità di sostenerli. In pratica, si vive e si vivrà molto e, accanto a tutti gli aspetti piacevoli e positivi, ci sono anche quelli più problematici, come far quadrare i conti. Specialmente per le fasce più deboli della popolazione e per coloro che fanno affidamento sui risparmi accumulati, che scendono e si riducono sempre più.
Ma non solo. Chi più, chi meno, il rischio di longevità riguarda un po’ tutti, soprattutto in riferimento a un tenore di vita da conservare negli anni, e anche per ciò che riguarda le risorse patrimoniali da poter trasmettere agli eredi.
I cambiamenti
Il Mondo intero, e l’Italia in particolare, sta affrontando una trasformazione demografica senza precedenti. L’aumento della popolazione over 65 è un trend irreversibile, che proietta la società verso un futuro in cui gli anziani costituiranno una parte sempre più significativa del totale.
Questo fenomeno è particolarmente evidente in Italia, che si distingue per avere una delle popolazioni più longeve, dove la percentuale di persone over 65 supera quella di qualsiasi altro Paese europeo e crescerà ancora nei prossimi anni: saranno circa il 32% degli abitanti nel 2040 (Fonte: AIPB e KPMG Italia). Un italiano su tre. Già oggi, su una popolazione di poco meno di 59 milioni di individui, oltre 14 milioni sono anziani. Il 24% del totale, in aumento del 38% rispetto al 2000.

Considerando l’attuale età pensionabile e l’aspettativa di vita media di circa 83 anni, si allungherà il periodo della vita in cui non si produce reddito, o se ne produce meno, arrivando a circa 25 anni.
Questo scenario richiede un impegno epocale sia per i singoli individui e risparmiatori, sia per il mondo finanziario e degli investimenti. La longevità, infatti, non è più solo l’opportunità di vivere più a lungo ma, soprattutto, la sfida di vivere bene fino alla fine. Tutelando quindi la qualità della vita, personale e familiare.
Impatti del rischio
Il Longevity Risk colpisce aspetti e variabili di tipo tanto sistemico, quanto personale. Per quanto riguarda l’ambito collettivo, ha effetti e conseguenze su una pluralità di variabili macroeconomiche: per esempio, nel futuro assisteremo a una modifica della struttura dei consumi, con un forte aumento delle spese mediche e assistenziali.
L’analisi di AIPB rileva che «l’invecchiamento della popolazione, insieme al calo delle nascite, determinerà una riduzione della forza lavoro che dovrà essere fronteggiata favorendo nuovi flussi migratori. Essi dovranno compensare anche la riduzione della produttività del lavoro, dovuta all’aumento dell’età media degli occupati. La crescita delle spese sanitarie e assistenziali peserà sempre più sul bilancio pubblico dello Stato, portando a nuovo debito o a una diversa allocazione delle risorse disponibili».
Le conseguenze di questo processo comportano un peso maggiore a carico del sistema previdenziale e di quello assicurativo. Innanzitutto, l’estensione del periodo di erogazione e pagamento delle pensioni è, nel lungo termine, un pericolo per l’equilibrio della previdenza pubblica, anche perché il sostegno da parte delle generazioni attive non è una risorsa illimitata.
Il Longevity Risk intacca poi anche la capacità delle compagnie assicurative di stimare le riserve necessarie a coprire le prestazioni, mettendo a rischio la loro solidità finanziaria e spingendo alla ricerca di nuove soluzioni in grado di mitigare questo rischio sistemico.
Scelte individuali
La gestione di tutto ciò, oltre che dipendere dai modelli finanziari applicati, a livello personale è influenzata dal comportamento dell’individuo: in che misura l’investitore tiene conto del rischio di longevità nelle sue scelte? Il serio pericolo – fanno notare gli analisti – è che gli individui non siano in grado di misurare bene e in modo efficace le conseguenze che le scelte correnti avranno nel futuro più lontano, per via di uno sguardo verso certe prospettive un po’ miope oppure poco informato. Ad esempio, è raro che un soggetto sia così saggio da decidere, alla luce dell’aumento della speranza di vita, di risparmiare di più o lavorare più a lungo.

Andare in pensione è ancora visto da molti come il traguardo da oltrepassare per concludere l’attività lavorativa e ritirarsi a riposo. Ma un requisito essenziale perché sia realmente così è avere fatto bene i conti con la nuova – e lunga – vita che segue.
Traendo spunto dagli studi sui bias cognitivi che influenzano le decisioni di investimento, gli individui possono essere classificati in due categorie comportamentali diversamente esposte ai pericoli del rischio di longevità: i soggetti lungimiranti e quelli «affetti da miopia e procrastinazione», come li definiscono gli studi del settore.
Chi vede lontano…
Gli individui lungimiranti (o forward-looking) pianificano il proprio futuro finanziario, comprendendo e calcolando nelle loro scelte di investimento scenari avversi e rischi, incluso quello di longevità. Questi soggetti sono consapevoli del fatto che vivere a lungo comporta spese maggiori, in particolare per la salute e il mantenimento del tenore di vita desiderato.
Per questo motivo, hanno tassi elevati di risparmio e puntano ad allocare le proprie risorse in modo efficiente, con la prospettiva di perseguire obiettivi molto distanti nel tempo. Grazie alla loro maggiore consapevolezza, sanno che il raggiungimento degli obiettivi futuri è strettamente condizionato dalla capacità di risparmio, dalla consistenza media del capitale investito, dall’efficacia della pianificazione finanziaria e delle scelte di allocazione del portafoglio.
La prospettiva di avere un orizzonte temporale di investimento più lungo li spinge, per esempio, ad aumentare la componente azionaria in portafoglio. Possono anche sfruttare di più la diversificazione nel corso del tempo e aumentare la scadenza media della loro quota obbligazionaria, allo scopo di beneficiare sia dei rendimenti più alti dei long-term bond, sia di una minore esposizione al rischio di reinvestimento.
… e chi no
Gli individui caratterizzati da miopia e procrastinazione, invece, danno più peso alle gratificazioni immediate piuttosto che ai benefici futuri. Sottostimano i rischi a lungo termine, incluso il Longevity Risk, concentrandosi sul presente e rimandando decisioni finanziarie cruciali.
La loro visione, concentrata sul breve termine, li spinge a fare scelte di investimento limitate, perdendo così le opportunità che vengono dalla diversificazione temporale. Nel momento in cui questi individui vivono a lungo, è assai probabile che, avendo risparmiato poco e investito male, le loro risorse finanziarie si esauriscano prima di avere soddisfatto tutti gli obiettivi e necessità di vita. In pratica, quello della longevità si trasforma da un semplice rischio all’effetto concreto di restare con poche risorse insufficienti.
Le protezioni
Come correre ai ripari e tutelarsi? Diversi strumenti assicurativi, per esempio, possono essere efficaci per mitigare il rischio di longevità. La Rendita Vitalizia, ma anche l’Assicurazione Vita con opzione di rendita, sono tra le soluzioni più tradizionali: l’assicurato versa un capitale iniziale o effettua pagamenti periodici a una società di assicurazione che, in cambio, garantisce una serie di pagamenti regolari per tutta la vita. L’individuo trasferisce così il rischio di longevità all’assicuratore, che è in grado di gestirlo aggregandolo per una vasta popolazione.

Altre possibilità sono le polizze Long-Term Care (LTC), che coprono le spese per cure mediche o assistenza continua negli ultimi anni di vita, e le polizze Income Insurance (Protezione Reddito), con un indennizzo periodico in caso di invalidità totale e permanente. Non solo. Fare ricorso a queste soluzioni porta spesso anche effetti indiretti sulle scelte di investimento. Perché? Essendo in questo modo assicurati e coperti alcuni bisogni futuri, si può ridurre la quota di portafoglio finanziario altamente liquida o eccessivamente avversa al rischio, allocando così una parte maggiore del proprio capitale in asset potenzialmente più redditizi.
Porsi dei traguardi
Anche gli investimenti pianificati per raggiungere obiettivi specifici, in inglese Goal-Based Investing (GBI), consentono di costruire Portafogli dinamici, adattabili ai bisogni futuri e capaci di rispondere ai rischi legati alla longevità.
In questi casi, le logiche di costruzione del portafoglio possono rientrare in due principali famiglie: i modelli Asset-Only (A-O) e quelli di Asset e Liability Management (ALM). La principale differenza sta nell’obiettivo dell’investitore: mentre i modelli A-O puntano a massimizzare la ricchezza (dato un livello di rischio tollerabile), i modelli ALM puntano a coprire i bisogni futuri di spesa, le passività.
«Se l’investitore ha una ricchezza superiore rispetto ai bisogni futuri, un approccio Asset-Only è sufficiente», rileva l’analisi AIPB. «Quando, invece, la possibilità di sostenere spese future dipende dall’investimento dei risparmi a lungo termine, un modello Asset e Liability Management diventa essenziale».
Nel caso degli investimenti GBI, «cambia anche la concezione del rischio, che non riguarda più la volatilità dei rendimenti o la potenziale perdita, ma la probabilità di non raggiungere gli obiettivi prefissati». Per cui, «in questa diversa prospettiva, quando un basso rendimento atteso non è sufficiente a compensare i bisogni futuri, un portafoglio interamente investito in obbligazioni va considerato più rischioso di uno totalmente azionario».
E gli analisti Private banking sottolineano: «i portafogli che nascono secondo una logica Goal-Based smettono di essere statici, cioè con una composizione costante durante il periodo di investimento, assumendo invece una natura dinamica. Dove fattori come il semplice passare del tempo, i cambiamenti delle previsioni nei Mercati, dei futuri rendimenti e dei bisogni personali, spingono l’esigenza di un aggiornamento e ribilanciamento periodico». ©️
Articolo tratto dal numero del 15 settembre 2025 de Il Bollettino. Abbonati!
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