Transizione energetica «Come (non) spendere i soldi europei»

di Massimo Nicolazzi, prof. Economia
delle fonti energetiche Univ. di Torino

Un processo energetico è a prima vista una cosa semplice. Prendete una fonte, la inserite in un convertitore e producete lavoro utile. Ai tempi della società organica e per i primi 200.000 anni di vita di Homo sapiens la fonte era il cibo e il convertitore il muscolo. Poi venne la parentesi fossile, con il fossile appunto come fonte e la macchina come convertitore (sempre in progresso di tempo più potente ed efficiente – per informazioni, rivolgetevi alla turbina). Dopo duecent’anni o poco più di parentesi oggi vorremmo una fonte stabilmente rinnovabile, però ovviamente tenendoci stretto il convertitore/macchina (migliorandone ulteriormente l’efficienza). Uno dei temi più impegnativi in punto di transizione energetica è – appunto – che se cambi fonte devi anche cambiare convertitore. Per generare dal vento – eolico – non puoi usare le centrali di generazione elettrica alimentate a gas; non puoi dedicarti alla mobilità elettrica senza cambiare autovettura; non puoi passare dalla cucina a gas a quella a termoinduzione se non cambi il fornello (e magari anche il forno).

Il programma minimo richiede perciò di potenziare la rete per consentire l’avanzata dell’elettrico (per farvi un’idea, pensate al piccolo problema di rifornire di elettricità, e magari a carica rapida, qualche centinaio di milioni di veicoli); di progredire nella tua capacità di accumulo (il mondo sarà sempre più elettrico, però la generazione sempre più intermittente) non solo via pile ma anche convertendo l’elettricità generata in idrogeno poi riconvertibile (sperabilmente con efficienza superiore a quella di oggi); ma soprattutto richiede di rimpiazzare quasi per intero il parco convertitori. Magari la tecnologia già ci sarebbe o quasi, però la transizione si annuncia come processo complesso e men che meno istantaneo, e soprattutto come un processo in cui si dovrà investire ben oltre i livelli dell’oggi. La transizione energetica, in un mondo popolato da più di sette miliardi di persone e da quasi altrettanti fornelli, non può che farsi complessa.
Il tema diventa capire quanto costa e, poi, chi paga. Costa uno sproposito, le stime che circolano collocano su scala mondiale tra i 3000 e i 4500 miliardi di dollari di investimenti all’anno, per qualche decennio. Sul chi paga la scarsa propensione del capitale al rischio fa sì che la formula magica sia “sostegno pubblico”, poi declinabile in tutte le forme del caso (dalla tariffa onnicomprensiva al finanziamento agevolato, al credito fiscale, all’investimento diretto dello Stato e a quant’altro). Se la decarbonizzazione si lascia al mercato finirà che i fossili avranno vita lunghissima.


Il sostegno pubblico ha poi come uso due strumenti: i mezzi propri e il debito. I primi sono essenzialmente tassazione. In realtà la raccolta prende anche altre forme e, in particolare, quella della tariffa (il che fa sì ad esempio che circa il 20% della nostra bolletta elettrica serva a finanziare il sussidio ai produttori rinnovabili), il che però rischia di farne un elemento redditualmente recessivo (i consumi non sono elastici e chi è alle soglie della povertà energetica non può comunque sopravvivere senza riscaldarsi). I mezzi propri sono in definitiva risorse sottratte ai consumi (o al risparmio) dei cittadini per essere collocate in iniziative di decarbonizzazione. Posto che i cittadini votano, ci si dovrebbe garantire consenso a questa riallocazione, il che comunque nell’immediato post pandemia può essere meno che scontato.
Poi ci sarebbe la leva e, dunque, la possibilità di sostenere la decarbonizzazione per via di debito. Stampiamo moneta (virtuale) e la immettiamo nel circolo dell’economia; che se la usiamo bene John Maynard Keynes ci suggerisce che poi si moltiplica. Qui, però, due osservazioni. La prima è che Keynes (e non è detto che i suoi seguaci siano oggi maggioranza) aveva in testa investimenti e non redditi di cittadinanza; poi, che in tempi pandemici la tentazione di usare la leva per sussidiare è a dir poco forte. La seconda è che nella dimensione della climaticamente irrilevante Italia il punto di partenza del debito già supera il 160% del PIL e farci altra leva rischia, per eccesso di debito, di soffocare le generazioni future. Il debito che si surriscalda ben prima del clima.


Caliamo il tutto sull’Italia. Adesso piovono soldi, e tanti, dall’Europa. Non sono economia del dono; ma (semplificando) in buona parte leva europea trasformabile in leva nazionale. Una parte è sovvenzione e il resto debito. Ai Governi nazionali la gestione della spesa. E a noi cittadini e taxpayers l’onere, a fronte di nuovo debito, di esigere simmetricamente una accountability senza precedenti. Forme e obiettivi del sostegno statale e modalità di spesa, come condizione di procedibilità, vanno corredati da dati, motivazioni e piena trasparenza. Il modello banchi a rotelle non funziona e, nelle nostre condizioni economiche, rischierebbe solo di essere motore di tensione sociale. Per quel che è la decarbonizzazione, questo significa anzitutto vedere praticato un processo di selezione dei sostegni che li classifichi in funzione dell’efficacia della spesa (che vuole dire essenzialmente un suo ritorno in termini di ricchezza) e che nel calcolo valorizzi l’elemento climatico/ambientale; magari ricordando a fini di valorizzazione che emettere ha un prezzo (quello di mercato dei permessi di emissione). Next Generation Italia (il Piano nazionale destinato all’utilizzo dei soldi d’Europa) allo stato non sembra pienamente rispettare le prescrizioni. Rispetto alla possibilità offertaci dall’Europa ci prendiamo o proviamo a prenderci tutto il recovery disponibile. 65,5 miliardi di sovvenzione (e ci mancherebbe che non li prendessimo) e 127,6 di prestiti (al netto di possibilità ulteriori di finanziamento quali React EU e altri programmi). I prestiti sono, appunto, debito: se a fronte del nostro – altrimenti corrente – fosse il caso di chiedere tutti i soldi o fermarsi prima, se c’è stato un dibattito temo che ce lo siamo perso. Poi il Piano mostra un meraviglioso grafico dove grazie al virtuoso impegno dei fondi, il debito/PIL diminuisce in pochi anni quasi verticalmente, ritornando in una decina d’anni al livello pre-Covid; ma messa così pare un poco fideistica. La logica è che debito è comunque bello… e i nipoti sperino che Keynes avesse ragione. Per come ve lo hanno raccontato, poi, Next Generation dovrebbe essere centrato attorno al tema della transizione energetica. Qui, se volete, il problema più che di carbonio è di definizione. Il Piano mette alla voce “Rivoluzione verde” 68,9 miliardi, rispettando così l’impegno a destinare a iniziative, in senso lato di contrasto al cambiamento climatico. almeno il 30% delle risorse rese disponibili.


Poi però scomponi il numero e ti viene fuori che 29,35 sono per efficienza energetica (dipingi di verde la tua edilizia), 15 per tutela del territorio e 6,3 per agricoltura sostenibile ed economia circolare (essenzialmente interventi sul ciclo dei rifiuti). Personalmente nulla da eccepire e penso che anche voi possiate essere sollevati all’idea che per un Paese che emette meno dell1% dell’emissione mondiale, ma è in fondo al ranking OCSE per produttività ed educazione, i soldi sia meglio spenderli con priorità in edilizia e difesa dei suoli. Resta però il fatto che di 68,9 miliardi quelli allocati ai settori “caratteristici” della decarbonizzazione (energia rinnovabile, idrogeno e mobilità sostenibile) rimangono 18,2.
Poco male, se però si capisse bene la politica di impiego. E qui, però, non andiamo benissimo. Va bene in punto di priorità il potenziamento della rete elettrica per aumentarne la resilienza a picchi e intermittenze. Ma poi la priorità a volte sfugge e gli interventi paiono concentrarsi quasi solo sulle fonti e ignorare, o quasi, i convertitori. Dice che con “contributi” faremo il fotovoltaico galleggiante e l’eolico offshore e daremo “finanziamenti per sistemi di grid parity” (laddove si spera volessero scrivere market parity, ma transeat); che decuplicheremo in 5 anni la produzione nazionale di pannelli fotovoltaici e che realizzeremo, ma non si sa chi e in che forma, una produzione di turbine eoliche ad alta efficienza (in God we trust, all others must bring data); che la Strategia Idrogeno è in fase di finalizzazione, ma intanto mettiamoci due miliardi che poi non si sa se ci sono ancora; e altro, spesso condivisibile in principio ma da cui è sempre rigorosamente assente una valutazione di ritorno dell’investimento. Il moltiplicatore fatevelo voi. In punto di accountability, più che un processo di classificazione dei sostegni pare una lista della spesa. E far debito per una lista della spesa non è sempre saggezza. Poi, per carità, il Piano è ancora bozza. Abbiamo ampi margini per far peggio.