• lunedì, 18 Ottobre 2021

Stati Uniti e Big Tech aprono alla Global Digital Tax. UER, Fazzini: «Washington e Bruxelles insieme per fronteggiare la Cina»

Tassare i grandi colossi del web entro luglio 2021. È questo l’obiettivo dell’Ocse (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), che mira a creare la “Global Digital Tax”, un’imposizione fiscale sovranazionale per le grandi compagnie digitali. La tassa risponde a un quesito: è giusto che multinazionali come Amazon o Facebook, pur operando in tutto il mondo, paghino i tributi solo dove hanno la sede fiscale? Secondo i dati dell’Area Studi di Mediobanca, dal 2015 al 2019, le Big Tech sono riuscite a risparmiare 46 miliardi di euro grazie al fisco agevolato. Dopo anni di stallo qualcosa inizia a muoversi: gli Stati Uniti hanno deciso di riaprire le trattative, e anche le aziende pare stiano cambiando atteggiamento: «Paradossalmente le Big Tech vedono con un certo favore l’accordo in sede Ocse sulla web tax. Esse potrebbero trarre vantaggio dall’istituzione di un’imposta comune, in quanto consentirebbe loro di evitare multiple tassazioni sugli stessi profitti in base alle diverse legislazioni nazionali», spiega Marco Fazzini, Professore di economia aziendale all’Università Europea di Roma.

Perché, dopo anni di opposizione, gli Stati Uniti hanno riaperto all’accordo sulla Global Digital Tax?

«È un tema politico, oltre che economico. È comune interesse di Stati Uniti e Unione Europea fronteggiare la potenza dell’economia cinese. Un accordo tra Washington e Bruxelles potrebbe smussare disallineamenti normativi che indeboliscono, agli occhi della Cina, gli Usa stessi».

Quanto peso ha avuto, in tutto ciò, il cambio di presidenza in America?

«L’eliminazione dei dazi legati al dossier Airbus-Boeing da parte di Biden è stata fondamentale per la riapertura delle trattative. Già in campagna elettorale l’attuale inquilino della Casa Bianca non aveva fatto mistero della volontà di aumentare la tassazione delle imprese con alti fatturati, arrivando a sostenere in un tweet che Amazon avrebbe dovuto versare le imposte al pari di qualunque altra società americana. Il tema del “vantaggio” fiscale delle Big Tech non è avvertito solo a livello federale, ma anche dai singoli Stati; alcuni di essi, guidati dal Texas, hanno promosso una causa contro Google, accusata di attuare pratiche anticoncorrenziali in accordo con Facebook. Questo per dire che l’attenzione alla fiscalità del digitale non è prerogativa solo europea».

Secondo lei a che tipo di accordo si arriverà?

«Il progetto sembrerebbe essere quello di creare una legislazione dove convivano la digital tax di matrice europea e la GILTI tax americana (Global Intangile Low-tax income), naturalmente evitando profili di doppia imposizione sugli stessi redditi».

La Global Digital Tax sembra mirare alla tassazione dei ricavi anziché degli utili. Non si rischia di scaricare i costi sugli utenti finali?

«Se si vuole raggiungere una soluzione condivisa in ambito G20, ritengo che sia auspicabile una rivisitazione del tributo, attraverso l’imposizione dei profitti e non dei ricavi, per evitare l’effetto di un probabile aumento dei prezzi agli utenti finali. La questione però, anche da un punto di vista squisitamente giuridico, non è di così semplice analisi. Secondo una pronuncia della Corte di giustizia europea, la disciplina non vieta l’introduzione di un’imposta applicata al fatturato, posto che lo stesso può rappresentare un indicatore della capacità contributiva dei soggetti passivi. L’aspetto di eventuale illegittimità è rappresentato, semmai, dalla selettività dell’imposta, ossia dall’applicazione a una circoscritta categoria di soggetti. La Digital Tax potrebbe quindi apparire discriminatoria perché colpisce un numero limitato di servizi digitali. La differenza di trattamento però nel caso della web tax sarebbe legittima. Ci si augura quindi che si presti attenzione a tassare gli utili per evitare l’aumento dei prezzi; tuttavia la “giustificazione” e l’avallo giuridico di un’imposta selettiva costituisce un argomento a favore di una base imponibile costituita dal fatturato».

All’interno della stessa Unione Europea esistono Paesi che hanno dei regimi fiscali “attraenti e convenienti” per le multinazionali del web, come l’Irlanda o i Paesi Bassi. Accetterebbero di buon grado una tassazione del genere?

«Credo che la politica fiscale olandese, da sempre aggressiva, non cederà facilmente a un’imposta del genere. Già durante l’Ecofin del 2018 l’Olanda e Irlanda avevano votato contro la web tax europea. Il veto era bastato per bloccare i lavori. Adesso però l’ambito d’azione è cambiato e, di conseguenza, anche la possibilità di tali Stati di incidere in modo determinante. Ritengo che la “promozione” della web tax da ambito europeo ad ambito Ocse, con possibile benestare degli Stati Uniti, abbia cambiato il perimetro di riferimento».

L’accordo arriverà entro luglio 2021 come promesso?

«Luglio è davvero molto vicino, ma le pressanti istanze europee sembrano convergere nella medesima direzione. La presidenza italiana del G20 si è fatta carico della prioritaria importanza del raggiungimento in tempi brevi dell’accordo. L’obiettivo è molto ambizioso, ma le motivazioni economiche e politiche che si celano dietro tale tributo, soprattutto a seguito delle disastrose conseguenze che sta portando la crisi sanitaria da Covid-19, costituiscono certamente una forte spinta ad accelerare le trattative».

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