PETROLIO: «NEL 2022 I CONSUMI SARANNO SUPERIORI AL PRE COVID-19, PERÒ IL FUTURO È L’ELETTRICO»

di Massimo Nicolazzi, prof. Economia
delle fonti energetiche Univ. di Torino

La previsione concorde è che nel 2022 i consumi mondiali di petrolio supereranno i volumi che consumavamo pre Covid-19 (2019). La sorpresa è che la notizia desti sorpresa. Come se in qualche modo ci fossimo convinti che il virus avesse cambiato il nostro modo di produrre e di consumare. La pandemia è stata (e in parte è ancora) una parentesi, e non una rigenerazione. I consumi di petrolio, in questo secolo, su base annua sono diminuiti solo due volte. La prima per recessione (la crisi del 2008) e la seconda, appunto, per pandemia. Vero. Decarbonizzare nel frattempo si è fatto (giustamente) mantra. Ma una transizione energetica è un affare a dir poco complesso; e almeno inizialmente pure lento. Non basta cambiare la fonte, devi cambiare anche il convertitore. Il petrolio che oggi consumi è soprattutto mobilità. E dunque per consumarne di meno dovremmo cambiare il convertitore e sostituire i motori a combustione interna oggi circolanti con convertitori elettrici. Insomma cambiare auto. In emergenza magari farlo non era una priorità e anche a pandemia finita i numeri suggeriscono che non sarà per domattina. Il parco auto che circola al mondo è grosso modo 1,2 miliardi di veicoli; le auto elettriche circolanti hanno raggiunto a fine 2020 la quota di dieci milioni e il tasso di sostituzione del parco circolante si tiene sotto il 10% all’anno (meno di 100 milioni/anno di nuove immatricolazioni). Aggiungete che ci vogliono più di cento milioni di motori a scoppio sostituiti in un anno da motorizzazioni elettriche per togliere dal mercato due milioni di barili/giorno di petrolio e il fatto che nel 2022 alla ripresa economica si accompagni un aumento dei consumi non dovrebbe più apparirvi sorprendente. Si può accelerare il processo? Sì, ma non è gratis. Quest’anno ha fatto rumore il c.d. Rapporto Net Zero di IEA, laddove si prescriveva la cessazione immediata e definitiva delle attività di ricerca e sviluppo di nuovi giacimenti. In parallelo si espande la tentazione di imboccare la via della transizione giudiziaria, che usa come grimaldello l’incorporazione del diritto all’ambiente tra gli Human Rights oggetto di protezione giurisdizionale e ha tra l’altro recentemente portato una Corte olandese a ordinare a Shell di ridurre le proprie emissioni del 45% entro il 2030. Non entro nel merito tecnico. Osservo solo che entrambi gli esempi intervengono sul lato dell’offerta e che i consumi si dovrebbero comprimere anzitutto sul lato della domanda. Tutte le proiezioni infatti indicano la necessità, anche in presenza di politiche virtuose di decarbonizzazione, di mettere in sviluppo nuovi giacimenti per soddisfare la domanda futura. Per carità, riserve ne abbiamo; ma mettere in produzione un giacimento (“svilupparlo”) è cosa meno che istantanea. E dunque il rischio a seguire la prescrizione IEA è che ci esplodano i prezzi per eccesso di domanda.

Poi c’è il tema della decarbonizzazione che diventa dismissione. Il caso Shell. Dove l’85% delle emissioni attribuite alla società sono c.d. emissioni Scope 3, quelle cioè relative alle emissioni finali al consumo. Il problema è che le emissioni Scope 3 Shell non le controlla. Siamo noi a decidere che motore (ICE) vogliamo, a che velocità andiamo, quanti chilometri percorriamo. E dunque, posto che Shell non può organizzare i miei comportamenti, che via le resta per obbedire al giudice? In realtà (al netto di pur significativi recuperi di efficienza) la strada obbligata diventa produrre di meno. Meno produzione e per definizione meno emissione. IEA prescrive il divieto del nuovo; e il giudice olandese impone di chiudere anche un po’ del vecchio. Potreste obiettare che se la priorità a fini di riscaldamento globale è la decarbonizzazione così in qualche modo ci si arriva e se non per esaurimento comunque per non accessibilità della materia prima. Magari quella ancora accessibile va a 300 dollari a barile e magari parte una recessione pesante, visto che il fossile conta ancora per l’80% dei nostri consumi di energia e la sostituzione è un lungo viaggio; però prima o poi se ne esce e il pianeta è salvo. In realtà non andrà così. Noi e le emissioni siamo globali; però governi e magistratura sono nazionali. Net Zero ha fatto notizia in Occidente; ma si dubita dell’efficacia della sua traduzione in arabo o in russo. Le società petrolifere occidentali stanno drasticamente tagliando i nuovi investimenti; ma qualche National Oil Company sta aumentando i propri per compensare le conseguenti necessità di rimpiazzo di riserve e produzione. Shell dovrà diminuire la produzione, ma lo farà vendendo, non chiudendo.

E non avrà problemi a trovare compratori, posto che nel mondo abbondano e continueranno ad abbondare giurisdizioni (nazionali) cui continuerà a sfuggire il nesso tra clima e diritti umani, se non addirittura anche quello tra clima e petrolio. Laddove poi l’effetto netto della vendita sarebbe a fini olandesi una diminuzione percentuale secca delle emissioni di Shell, ma a fini nostri a emissioni globali invariate (assumendo costante la domanda). Se non cambia la struttura della domanda gli interventi sull’offerta si risolvono in definitiva in un cambiamento dei produttori a parità di produzione. Compreremo di meno da Exxon e di più da Saudi Aramco. E sulla domanda come possiamo intervenire? Gli scenari “fisiologici” ci segnalano che il picco della domanda di petrolio è ancora di là da venire; che probabilmente avverrà in questo decennio; che però non vi farà seguito un crollo della domanda ma solo un suo lento declino. Al di là del predicare un cambiamento di abitudini e comportamenti individuali (che magari aiuta, ma temo più la coscienza che il clima), ci tocca se vogliamo accelerare fidare nello Stato (ahimè nazionale). Chiedergli di mettere in campo il suo armamentario di divieti, tassazione e sussidi. Limite a 90 km/h; magari un euro in più di accisa sulla benzina (che gentilmente chiameremo carbon tax); magari uno stimolo all’elettrico, non tanto cash (che tra un po’ i prezzi comunque si allineano) quanto in infrastrutture di ricarica (un bel bonus condominiale no?) e soprattutto nel miglioramento della resilienza a picchi e intermittenze della rete nazionale e di quelle locali (A Milano è bastato accendere i condizionatori per finire in black out…). Il problema dell’intervenire sui consumi è però che un po’ delle cose che accelerano sono anche impopolari e anche costano. Con la carbon tax è difficile vincere le elezioni (per informazioni rivolgetevi alla Svizzera del recente referendum) e il costo della decarbonizzazione si rischia poi di farlo gravare regressivamente sulle fasce più deboli. In fondo è più facile intervenire sulla produzione, avviare la caccia all’untore e magari come politica abdicare delegando al giudice di regolarci la transizione in nome dei nostri Diritti Umani.