CRISI DI OGGI E DEL 2008: DIFFERENZE E SIMILITUDINI

Quanto tempo ci vorrà per lasciarci alle spalle l’incubo della pandemia ancora in corso? La storia insegna che dopo eventi gravi come guerre ed epidemie l’intervento pubblico aiuta a rientrare dalla difficoltà, ma non avviene mai in tempi brevi. «Con la crisi abbiamo il connubio di capitalismo interventista e neo-liberale», spiega Giorgio Arfaras, autore del libro “La storia non è finita”, edito da Guerini. «Si formano degli interessi che cercano la protezione dal potere politico perché non riescono ad essere tutelati dalla propria capacità competitiva. La durata dipenderà da quanto sono organizzati questi interessi e quanto possono influenzare la vita politica».

La crisi del 2008 ha mostrato i limiti dei mercati finanziari. Che ruolo gioca da allora l’individuo nella costruzione del capitalismo neo-liberale?

«La crisi ha messo in evidenza come i mercati finanziari non abbiano degli anticorpi naturali in grado di bloccare la sua formazione. Infatti, c’è stato un intervento statale decisivo delle Banche Centrali e dei Tesori. I comportamenti individuali, indipendenti gli uni dagli altri, non sono stati capaci né di evitare la situazione né di uscirne. Ed ecco che è tornato in pista il comportamento collettivo».

Com’è possibile contrastare la crisi attuale?

«Se si confronta l’intervento pubblico del 2020-2021 con quello del 2008-2011 si vede che il primo è stato diverse volte maggiore del secondo, sia per quanto riguarda quello delle Banche centrali sia dei Tesori che hanno finanziato deficit tripli rispetto a quelli del decennio precedente».

I provvedimenti messi in campo dai vari Stati nell’ultimo anno sono stati utili?

«Quando arriva una crisi di questo tenore – con il PIL che arriva a flettere del dieci per cento, vale il detto “primum vivere deinde philosophari”. Infatti, si deve agire subito e quindi non si possono fare delle scelte meditate perché non si ha del tempo a disposizione».

I ristori alle imprese e la distribuzione del reddito di cittadinanza alle persone in difficoltà saranno interventi temporanei o si dovranno protrarre nei prossimi anni?

«Qui si apre un nodo della massima importanza. La pandemia ha messo in crisi alcuni settori – essenzialmente quelli dei servizi – ma allo stesso tempo non lo ha fatto con tutte le aziende di quegli stessi settori. Le realtà che in condizioni normali sarebbero fallite, o sarebbero state assorbite da quelle messe meglio, vanno tenute in vita con l’intervento pubblico, oppure no? Lo stesso vale per i dipendenti, che potrebbero trovare lavoro da altre parti. Il reddito nella forma di sussidio di disoccupazione va costruito in modo che sia un incentivo a cercare un altro lavoro, oppure no?».

Si sono create molte asimmetrie…

«La prima è rappresentata dal debito pubblico contratto per effetto del Coronavirus ed è un trasferimento di tassazione potenziale dalla generazione di lavoratori di oggi a quella di domani. La seconda dal carico fiscale, che grava soprattutto sul Nord e il trasferimento di risorse per garantire e assistere il Sud,  che diventerà più evidente in futuro. La terza dai pensionati (16 milioni) dai dipendenti pubblici e para pubblici (5 milioni), dai dipendenti privati nei settori protetti (sanità, banche, assicurazioni, trasporti e logistica, società di pubblica utilità, che possono essere stimati in 5 milioni circa) che non hanno subito decurtazioni al proprio reddito per effetto del Covid-19. Questi sono dei nodi che prima o poi verranno al pettine».

Che cosa sarebbe necessario per accelerare la ripartenza dei mercati?

«Nella media dei Paesi avanzati, hanno già avuto un andamento accelerato grazie alle politiche economiche varate dai tempi della crisi di un decennio fa e ancora più per far fronte al Coronavirus. Forse un andamento troppo accelerato, se osserviamo i rendimenti delle obbligazioni che sono al di sotto la media di quattro decenni e il rapporto fra il prezzo e gli utili delle azioni, che è al di sopra della media degli ultimi venti anni. Come mostra l’esperienza, più i mercati sono cari nel presente, meno renderanno nel futuro».

Che cosa ne pensa delle tante persone, soprattutto giovani, che lamentano la mancanza di lavoro?

«A differenza del passato nemmeno troppo lontano oggi sono richieste maggiori competenze nello svolgimento di molti lavori. Competenze che si possono formare solo negli Istituti Tecnici e nelle Università, a condizione che ci si organizzi a qualificare i corsi come si deve».

Che futuro prospetta per il mondo del lavoro, al quale lei dedica un capitolo del suo libro?

«Si sta affermando l’economia detta della conoscenza, che retribuisce molto meglio chi ha la preparazione necessaria. Inoltre le donne, che ormai studiano fino si massimi livelli, spingono nella direzione della concentrazione dei redditi, perché si sposano con persone di un livello di reddito e di istruzione equivalente. Abbiamo così una spinta verso la diseguaglianza. Una soluzione possibile è quella di lasciarla correre, redistribuendo i redditi attraverso la fiscalità. La scommessa è quella che afferma che la crescita della diseguaglianza tassata possa generare più reddito da distribuire della crescita che si avrebbe riportando l’economia al passato».                                              ©