SANITÀ: «LE ISTITUZIONI NON PUNTANO SULL’INNOVAZIONE»

Il sistema sanitario ha fame di innovazione digitale, eppure le istituzioni non riescono a stringere partnership proficue con le aziende private, che esportano il Made in Italy tecnologico all’estero.

«Alcune amministrazioni vedono il buono, altre hanno molti sospetti e pregiudizi nei confronti dei privati», dice Monica Cerin, Presidente e CEO di Audens, azienda che produce e commercializza il bracciale salvavita digitale AIDme. «La frammentarietà è il primo dei problemi. Ogni regione gestisce la parte sanitaria in autonomia e i sistemi sanitari recepiscono le innovazioni in modo limitante. Le aziende con buone idee lavorano dunque spesso con le associazioni e con gli enti, ma di rado direttamente con il pubblico in un modo che consenta l’utilizzo su larga scala di servizi innovativi. La nostra proposta andava proprio nella direzione di unificare il sistema. E sarebbe anche logico, per un’idea come la nostra, collegarsi alle istituzioni ma non si trovano degli sbocchi favorevoli, anche mantenendo i prezzi contenuti» 

Perché le istituzioni sono scettiche di fronte all’innovazione?

«Forse perché non considerano autorevoli le idee che vengono dai privati oppure le considerano solo nel momento in cui forniscono un ritorno anche in termini di immagine. Ma una buona idea è una buona idea. E io, come molti, sono per un’imprenditoria che si metta a disposizione della cittadinanza e della cosa pubblica, creando un apporto sociale proprio, invece lo scetticismo pervade ogni confronto. Addirittura il bracciale salvavita AIDme che produciamo, ignorato dal sistema sanitario, sta avendo un ottimo riscontro tra le associazioni di veterinari per le stesse funzionalità, ma tradotte nelle medagliette per animali AIDmyPET. Lì c’è enorme entusiasmo. Poi la risposta è molto forte soprattutto da parte delle associazioni di malati di specifiche patologie, come il diabete o il morbo di Alzheimer. Anche alcune amministrazioni comunali sono recettive».

Quale deve essere la soluzione per creare un dialogo tra le realtà imprenditoriali e le istituzioni sanitarie?

«Ci vuole più dialogo e disponibilità da parte delle istituzioni in generale. La digitalizzazione di tutti i sistemi porterà indubbiamente a nuove opportunità, ma nonostante questo non ho molta fiducia sul fatto che i rappresentanti delle istituzioni le possano cogliere. Devono capire loro in primis che è necessario selezionare il buono laddove c’è. Mentre invece esiste ancora il retro pensiero che le proposte hanno come finalità esclusivamente il profitto. Ci sono tante aziende che lavorano sul sociale e si dedicano allo sviluppo dei progetti per il bene collettivo. Ci deve essere più attenzione e maggiore considerazione per queste realtà».

Nel resto del mondo la risposta per queste tipologie di proposte è più immediata?

«Assolutamente sì. C’è molto più interesse e entusiasmo. Il nostro esempio parla chiaro, abbiamo aperto canali di vendita con la Spagna, il Messico, la Svizzera e gli USA, tramite distributori che, partendo dalle farmacie o dalle GDO, stanno arrivando alle istituzioni. Non che in Italia una reattività manchi, ma si limita alle associazioni. La fatica di comunicazione con gli altri enti è lampante, anche in tempi emergenziali. Nessun presidente delle Regioni, per esempio, ha valutato concretamente la nostra proposta, nonostante potesse portare un enorme valore aggiunto durante la realizzazione della campagna vaccinale».