IL BUSINESS DELL’ANTIQUARIATO È DIGITAL: GIOELLI, DESIGN E ARTE MODERNA TRASCINANO IL SETTORE

Il business dell’antiquariato è digital. Fatturati sotto pressione e pochi aiuti per gli antiquari. In molti casi le entrate delle gallerie si sono ridotte di oltre il 50% e i ristori purtroppo hanno raggiunto solo marginalmente il settore. Nonostante le difficoltà però il mercato dell’antiquariato è pronto a ripartire. «La crisi causata dalla pandemia deve essere usata positivamente per rilanciare i nostri negozi. I compratori ci sono e hanno voglia di trovare opere d’arte adeguate al loro gusto e portafoglio», spiega Tomaso Piva Segretario Generale dell’Associazione Antiquari d’Italia. «Nel mondo dell’antiquariato ci sono grandi e piccoli capolavori da comprare e un’offerta ampia dove si dia attenzione all’originalità e alla qualità è sempre una carta vincente».

Che effetto ha avuto la pandemia sul fatturato del vostro settore?

«Nel periodo di chiusura delle gallerie, soprattutto nella prima ondata, il fatturato medio si è ridotto del 70- 80% per poi riprendersi nella seconda ondata, ma sempre attorno al 50% di perdite. Ora, che con i vaccini sembra andare tutto per il meglio, sento una certa positività, che ci fa sperare in un buon futuro».

Quali categorie sono state più penalizzate: gli oggetti e le opere di maggior pregio?

«È difficile generalizzare nel nostro settore, ma le categorie più penalizzate sono state le opere che necessitano di essere guardate da vicino, di essere discusse con il venditore , come certi mobili, sculture o dipinti. Mancando il contatto materiale , si perde l’ emozione che un’opera trasmette oltre al piacere di comprenderla a fondo grazie allo scambio umano con l’antiquario».

Che ruolo ha giocato la chiusura dei negozi?

«È stato così in Italia come all’estero, la pandemia ha avuto un effetto trasversale nei Paesi dove si opera. C’è stato un periodo di blocco del mercato dovuto allo spavento iniziale, poi piano piano si è ripreso, grazie alle precauzioni prese e all’abitudine della convivenza con il virus. Per mantenere le nostre aziende sono state fondamentali la rete di conoscenze che ciascuno di noi ha potuto creare negli anni precedenti e l’utilizzo dei social e dei mezzi di comunicazione online, che richiedono però dei tempi di perfezionamento e di adattamento. Per molti ha rappresentato un’occasione per aggiornarsi e oggi tutti gli operatori del nostro settore hanno un sito internet e circa il 30% sono iscritti a piattaforme di vendite online».

Quindi l’e-commerce e le vendite online sono state un valido aiuto per il settore?

«Un maggiore successo online l’hanno avuto i beni riconducibili a modelli riconoscibili – gioielli, design e arte moderna – e gli arredi antichi di utilità, visto che la permanenza nelle case ha fatto in modo che ce ne si occupasse con maggior attenzione, facendo dei cambiamenti che forse prima venivano rinviati».

Che cosa si è ha fatto per aiutare il vostro settore?

« Lo Stato ci è venuto in contro con i ristori, che come sappiamo sono stati esigui, ma comunque positivi per molti di noi, tenuto conto che abbiamo ridotto al minimo le spese di gestione, dove possibile. Quello che invece oggi lo Stato potrebbe fare per aiutare la nostra ripartenza è un alleggerimento della burocrazia, riducendo i tempi per ottenere i permessi per spostare un’opera d’arte notificata, per esempio, o per ottenere un attestato di libera circolazione, visto che il mercato è sempre più internazionale. Oggi molti antiquari italiani vendono per circa il 50% a clienti all’estero e questa percentuale sembra destinata ad aumentare in un prossimo futuro. È quindi necessario che le norme che regolano la circolazione internazionale dei beni d’arte e di antiquariato vengano applicate correttamente non solo dagli antiquari, ma anche dalla Pubblica Amministrazione. Ci piacerebbe avere in questo ambito maggior certezza del diritto».

E le case d’asta?

« Hanno continuato a lavorare con un certo successo, anche perché lo fanno sui grandi numeri e hanno sfruttato maggiormente le vendite online, che già venivano organizzate per le opere minori: la pandemia ha fatto sì che se ne facessero anche di più selezionate. Nel 2020 sono andate anche loro incontro a dei cali di fatturato, ma più contenuti rispetto alle gallerie, diciamo attorno al 20%».

Che situazione hanno vissuto e vivono i mercatini dell’antiquariato?

«L’impossibilità di organizzare fiere e mercati ha da una parte causato un calo di visibilità e quindi di fatturato, ma dall’altra ha fatto sì che i clienti ci contattassero e venissero a trovarci, quando possibile, riaccendendo la voglia di frequentare le gallerie. Certamente è lavoro del commerciante alimentare questo desiderio e creare le condizioni per soddisfare le curiosità dei collezionisti e degli appassionati. I nostri clienti cercano sempre la qualità e l’originalità delle opere, ma questo era un trend già molto precedente la pandemia. Ogni settore dell’arte soffre da tempo nella categoria di media qualità, l’offerta è tanta e ampia e questo ha fatto in modo che i prezzi si siano adeguati, creando una maggior forbice fra le opere d’autore e quelle di scuola».

Dal 1° dicembre 2020 sono presenti sul SUE (Sistema informativo degli Uffici Esportazione) i modelli per esportare i beni sotto la soglia di 13.500 euro, che cosa è cambiato?

«Non si deve più richiedere l’attestato di libera circolazione: misura che al momento ha creato molta confusione e quindi si è disatteso quello che era lo scopo del decreto, cioè l’alleggerimento del carico di lavoro e di carte sia per gli operatori sia per gli Uffici Esportazione (che così potrebbero concentrarsi sulle opere di reale interesse culturale nazionale) e un forte snellimento dei termini per le opere di minor valore culturale, che costituiscono comunque una parte importante del mercato dell’antiquariato. Spero si trovi presto una soluzione che ci permetta di lavorare con maggiore agilità». ©