sabato, 13 Aprile 2024

SOS AFRICA: DUE TERZI DEL CONTINENTE TAGLIATI FUORI DALLA DIGITAL ECONOMY

Resta ancora un miraggio il processo verso la digitalizzazione e la transizione energetica in Africa. Diversi sono i problemi legati alla fattibilità. «Secondo Internet World Stats, solo il 43% del territorio africano ha la copertura internet, il dato più basso tra tutti i continenti», dice Beatrice Nicolini, professore ordinario di Storia e istituzioni dell’Africa, Indian Ocean World e Religioni, conflitti e schiavitù della facoltà di Scienze politiche e sociali all’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano. Ciò significa che quasi due terzi del continente sono tagliati fuori dall’informazione e dall’economia digitali (quest’ultima rappresenta ormai il 22,5% del Pil mondiale, ma l’Africa vi contribuisce per meno dell’1%). «Sottolineo anche che in alcuni Stati avere una connessione internet costa molto».

Il fattore digitalizzazione influisce negativamente sull’AfCFTA (African Continental Free Trade Area), processo che porterà il continente a essere la più grande area di libero scambio al mondo. Che cosa ne pensa?

«Un progetto molto ambizioso di integrazione economica, uno dei vessilli dell’agenda 2063 dell’Unione africana. L’obiettivo di creare un unico mercato continentale per beni e servizi con libera circolazione darà la possibilità di fare un grande salto in avanti. Un passaggio obbligatorio prima di avviare partnership agricole, economiche e commerciali. Sicuramente sul tema digitalizzazione bisogna lavorare tantissimo».

Quanto può essere importante il “ponte Mediterraneo” Africa-Italia sul tema idrogeno?

«Sono stati fatti degli studi e la transizione energetica a base di idrogeno potrebbe contribuire a una crescita del Pil dai 22 a i 37 miliardi, creare 540 mila nuovi posti di lavoro entro il 2050 e la vicinanza con l’Africa permetterebbe al nostro Paese di importare l’idrogeno lì prodotto dall’energia solare ad un costo inferiore del 10-15% rispetto a quello che produciamo in Italia. Secondo alcune stime possiamo ridurre le emissioni di 97,5 milioni di tonnellate di CO2 (il 28% in meno rispetto a quelle registrate nel 2018). Quindi, dal punto di vista tecnologico, di filiera, di componenti, di soluzioni ponte e di domanda energetica abbiamo uno scenario abbastanza predisposto in maniera molto positiva».

Quali risvolti potrebbero esserci da un punto di vista geopolitico?

«La Germania, sul tema energetico, ha enormi immissioni da parte della Russia, noi abbiamo già ricevuto pressioni soprattutto dagli Stati Uniti per quanto riguarda nuovi hub o partner naturali che possono non appartenere al G20. Quello che va analizzato è l’aspetto sociale e geopolitico della transizione energetica. I Paesi dell’Africa mediterranea vivono una enorme instabilità politica, come la Libia. Non va dimenticato che l’Italia ha dei rapporti consolidati con i Paesi petroliferi. Ogni conversione implica nuovi scenari geopolitici non sempre favorevoli. Quando si ha una modifica così radicale qualcuno vince, ma la maggioranza paga un prezzo molto alto. Non escludo l’ipotesi di instabilità sociale, quindi, la nascita di guerre civili».

Quale contributo possiamo dare al continente africano in tema agricoltura sostenibile?

«Tramite percorsi di ricerca, per esempio, l’esperienza di Nafasco (New Appropriate Farming Solutions), un progetto di agricoltura solidale per sconfiggere l’alto tasso di malnutrizione in Burundi tramite la coltivazione dell’albero di Moringa e il coinvolgimento locale e attivo delle famiglie. Non si tratta di “assistenzialismo occidentale” ma di un programma concreto di aiuti e di condivisione di strumenti e know how volti al miglioramento sistematico delle condizioni socio-economiche e alimentari della popolazione locale, mettendo al centro anche la sostenibilità. L’idea è nata da Valence Ndayisenga, giovane dottorando UCSC proveniente dal Burundi che ha individuato nella coltivazione dell’albero della Moringa Oleifera e nell’uso dei suoi elementi (foglie, semi, radici, tronco e resina) degli ottimi strumenti per il miglioramento delle condizioni attuali del suo Paese e dei tanti afflitti da simili».

Quali sinergie si dovrebbero creare tra Italia e Africa per sfruttare al meglio il Mediterraneo in chiave blue economy?

«L’Italia è uno dei Paesi più avanzati in questo ambito. Consideriamo che l’Africa ha 38 stati costieri e insulari e oltre 47 mila chilometri di costa. Questo rappresenta un’enorme opportunità per il continente nello sviluppo della pesca, dell’acquacoltura, del turismo, dei trasporti marittimi e dei porti. Dall’altra parte, abbiamo un gruppo italiano, come la Smet, leader nel trasporto delle merci e della logistica, una società in grado di essere fortemente competitiva su questo fronte».

L’interscambio Lombardia-Africa, nei primi sei mesi del 2019, ha raggiunto i 4 miliardi di euro, di cui oltre 2 miliardi di export, in crescita del 5% rispetto allo stesso periodo del 2018. Quanto può essere importante per le regioni italiane collaborare con il continente africano?

«L’interscambio Italia-Africa è concentrato molto su macchinari, prodotti di metallo e chimici. Credo che questa sia un’impostazione vecchia e per niente vincente. Bisogna prendere ad esempio l’iniziativa E4Impact del professore Molteni dell’Università Cattolica di Milano. Grazie a questo progetto, viene promossa una nuova generazione di imprenditori a forte impatto sociale nel continente africano, si collabora con le università del luogo per offrire una formazione imprenditoriale orientata all’azione e si favorisce l’incontro tra le imprese italiane e quelle africane orientate alla sostenibilità. L’obiettivo dell’iniziativa è offrire programmi in imprenditoria in almeno venti Paesi africani entro il 2023, generando nuovi posti di lavoro creati nell’economia formale»

Condivide l’ipotesi di rinunciare alla proprietà intellettuale per le tecnologie sanitarie Covid-19 a livello globale?

«Innanzitutto voglio sottolineare che devono esserci anche i presupposti per poter vaccinare. Bisogna garantire, per esempio, la catena del freddo. In Sierra Leone è presente uno staff di medici di ospedali milanesi con i vaccini contro il Sars-Cov-2. L’unico motivo per cui riescono a portare avanti questo progetto è grazie a tre ospedali di Emergency presenti a Freetown. È impossibile vaccinare senza frigoriferi, luce elettrica. C’è un altro fattore che incide negativamente: la sanità in molti Paesi africani è a pagamento e i reparti non sono dappertutto. In certi casi, anche se si avessero i vaccini, non cambierebbe nulla». ©

Mario Catalano

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