sabato, 13 Aprile 2024

Shortage globale di microchip: ecco la risposta cinese all’embargo USA

Sommario
USA

La cinese Oppo combatte la carenza globale di semiconduttori e i tentativi USA di ostacolare gli approvvigionamenti alla Repubblica Popolare stringendo un accordo con la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC). La produttrice di smartphone con sede a Dongguan svilupperà una propria linea di chip per fabbricare in casa ed evitare così le conseguenze del deficit mondiale in un settore sempre più cruciale. Lo farà grazie alle tecnologie del gigante taiwanese TSMC, che dovrebbe condividere il processo produttivo a tre nanometri. Un’operazione che consentirebbe anche un abbattimento dei costi del 50% coi microprocessori di nuova generazione da installare nei cellulari in uscita tra 2023 e 2024. «La nostra azienda, da sola, costruisce il 92% dei microchip più sofisticati del Pianeta, con transistor che misurano meno di un millesimo della larghezza di un capello umano», ha affermato il colosso tech dell’isola.

LO ZAMPINO DEGLI USA

Gli Stati Uniti stanno cercando con sempre maggiore insistenza di tagliare fuori la Cina dalle catene di approvvigionamento del settore. Pechino, dal canto suo, nell’ultimo piano quinquennale ha stanziato 1,4 trilioni sulle industrie strategiche, con oltre 90 nuovi stabilimenti pianificati – o già entrati in funzione – chiamati a fabbricare e assemblare semiconduttori. Comparto nel quale, per ora, Taiwan domina sia quantitativamente sia qualitativamente, con il controllo di oltre il 50% del mercato mondiale.

Da tempo, gli USA tentano di tagliare il cordone tecnologico che unisce Taipei e Pechino. Ma reciderlo non è semplice, per diversi motivi. Il primo è commerciale: ancora nel 2020 l’economia rossa contava il 17% per le esportazioni TSMC. E dopo il ban trumpiano, un altro competitor dell’isola, MediaTek, ha preso il posto del gigante di Hsinchu, conquistando una posizione dominante nella catena di fornitura dei marchi cinesi di smartphone, con il 54,1% delle spedizioni. Il secondo motivo è strategico: in assenza di scambi politici ufficiali tra i due Paesi dello Stretto di Formosa, l’industria dei semiconduttori è una risorsa cruciale a disposizione di Taiwan nei confronti della Repubblica Popolare.

UNO SMACCO PER GLI USA

Sembra che TSMC possa mettere a disposizione di Oppo – che insieme a Xiaomi è in grande ascesa dopo i problemi di Huawei, seguiti al ban USA del 2019 con perdite fino a 40 miliardi di dollari – una tecnologia in grado di far costruire microprocessori a tre nanometri. E quindi più avanzati rispetto a quelli a cinque nanometri che verranno sviluppati nello stabilimento in funzione dal 2024 in Arizona. TSMC intanto resiste alle richieste di Washington di trasmettere informazioni sensibili su clienti e progetti. Richieste ufficialmente giustificate dalla carenza globale di chip e potenzialmente mirate a ridurre la dipendenza da Taipei, per creare una produzione onshore che Morris Chang, fondatore del colosso taiwanese, ha definito “impossibile”. Ciononostante, pressata dalle insistenze di Biden, ad aprile aveva deciso di interrompere le spedizioni alla Tianjin Phytium Information Technology, impegnata nello sviluppo dei supercomputer.

TECNOLOGIA E RELAZIONI DIPLOMATICHE NON UFFICIALI

Se il dialogo politico tra le due sponde dello Stretto è ormai interrotto, i rapporti commerciali resistono. E per certi versi anche quelli diplomatici, solo senza la rappresentanza dei rispettivi governi. Il ruolo di “ambasciatori” è ricaduto sui colossi tech: non a caso, hanno più volte sottolineato la necessità della pace per garantire l’approvvigionamento di semiconduttori. Se si completasse la recisione di quel cordone tecnologico, non si interromperebbero solo forniture e relazioni commerciali, ma anche le relazioni diplomatiche non ufficiali. ©

Sara Teruzzi

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Nata e cresciuta in Brianza e un sogno nel cassetto – il mare. Ama leggere e scrivere ed è appassionata di comunicazione. Dopo la laurea magistrale in Lingue e Culture per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale, entra nella redazione de “il Bollettino” con un ricco bagaglio di conoscenze linguistiche acquisito durante il percorso scolastico. Ai lettori italiani porta notizie che arrivano da lontano – dall’Asia al mondo arabo.