giovedì, 5 Marzo 2026

L’UE stringe sul petrolio russo: ecco perché ci riguarda

Sommario

L’Unione Europea alza il tiro sul petrolio russo. Il price cap scende da 47,60 a 44,10 dollari al barile, grazie a un nuovo meccanismo dinamico che si adegua automaticamente ai Mercati. Ma non solo. I 27 Stati membri dell’UE hanno adottato il regolamento per eliminare le importazioni di gas russo. Lo stop, graduale per gas e GNL, è previsto entro il 2027, insieme alla proposta di phase-out del petrolio di Mosca.

Che cosa cambia davvero

La misura è un tassello chiave della strategia occidentale per prosciugare le entrate energetiche russe, una delle principali fonti di finanziamento della spesa pubblica e militare del Cremlino. Il price cap non blocca il commercio ma ne riduce la redditività e rende molto più complicato accedere a servizi cruciali come trasporto, assicurazioni e finanziamenti. C’è una fase transitoria di 90 giorni per i contratti già firmati con il vecchio limite, però il messaggio è chiaro: il tetto verrà rivisto periodicamente, seguendo l’andamento del Mercato. 

Dal fronte statunitense, invece, c’è una novità: il presidente americano ha firmato un ordine esecutivo che imporrebbe una tariffa su tutti i beni provenienti da Paesi che vendono o forniscono petrolio a Cuba. Una mossa che serve a mettere sotto ulteriore pressione il Messico.

Uno sguardo ai prezzi del petrolio

La domanda globale di petrolio nel 2026 crescerà di 930 mila barili al giorno, più delle stime precedenti (fonte: Agenzia Internazionale dell’Energia). Ma c’è un dettaglio cruciale: l’offerta aumenterà molto di più, circa 2,5 milioni di barili al giorno. Il risultato? Un surplus potenziale fino a 3,7 milioni di barili al giorno. Un eccesso strutturale che, almeno nel breve periodo, raffredda i Mercati e limita la volatilità dei prezzi.

Le stime indicano per il nuovo anno un Brent medio intorno ai 55 dollari al barile (fonte: BloombergNEF), a patto che le tensioni geopolitiche non si traducano in vere interruzioni dei flussi. Il premio per il rischio resta contenuto: circa 4 dollari al barile.

Cosa sta succedendo sotto la superficie

Il petrolio è una commodity globale, ma oggi quello russo viaggia con il freno a mano tirato. Tra price cap, restrizioni marittime e crescente diffidenza verso le compagnie russe, Mosca è costretta a vendere a forte sconto per restare nel gioco.

Chi compra? Soprattutto Asia. Cina e India assorbono quote sempre più ampie del greggio russo. Ma lo sconto ha un prezzo: meno entrate. Nel 2025, i ricavi da petrolio e gas della Russia sono scesi di oltre il 20%, mettendo sotto stress il bilancio federale e peggiorando le prospettive fiscali. 

Gli effetti sull’economia reale

Per i consumatori europei, petrolio più economico può significare un lieve sollievo su carburanti e inflazione energetica. Ma attenzione: dal barile alla pompa il percorso è lungo. Tasse, raffinazione e logistica mangiano gran parte del beneficio, limitando l’impatto sui prezzi finali. Per Governi e imprese, invece, le conseguenze sono più profonde: meno ricavi petroliferi per la Russia significano meno spazio fiscale e maggiore fragilità interna. Per i Paesi importatori, al contrario, la pressione sui prezzi può diventare un acceleratore strategico: più diversificazione energetica, più rinnovabili, meno dipendenza dagli idrocarburi.

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📸 Credits: Canva.com

Determinata, ambiziosa, curiosa e precisa. La passione per il giornalismo mi guida fin da bambina. Per Il Bollettino mi occupo di Startup, curo le interviste video ai player del settore e seguo da anni la realtà delle PMI.