lunedì, 22 Aprile 2024

Nel futuro delle PMI c’è una nuova figura chiave. L’avv. Cavallero: «Serve un manager, non un padrone»

In una contingenza incerta come quella che attraversiamo e davanti alla crisi in atto la maggior parte delle PMI, piccole e medie imprese si deve riorganizzare. «Il temporary management può rappresentare la figura professionale in grado di “traghettare” verso un futuro di nuove opportunità l’azienda mobilitando risorse, investimenti (finanziari, organizzativi, personale e figure professionali), innovazioni strategiche e tecnologiche», dice l’avvocata Paola Cavallero dello Studio Mainini & Associati.

«Per sopravvivere e sfruttare il cambiamento, le PMI non possono permettersi, in particolare, la carenza di managerializzazione troppo spesso al loro interno, visto il carattere familiare che le contraddistingue per la maggior parte. Per le sfide future, devono essere affiancate da figure professionali esperte e competenti che le aiutino a individuare e cogliere le opportunità di miglioramento strategico-organizzativo nel medio-lungo periodo, ottimizzare e diversificare le attività, sviluppare nuovi processi, verso il raggiungimento di quegli obiettivi condivisi della digitalizzazione, sostenibilità, internazionalizzazione».

Le PMI quali strumenti possono ipotizzare di adottare per la riorganizzazione, il rilancio e la trasformazione delle loro attività?

«Nell’attuale contesto straordinario, in un mercato in grado di cambiare scenari in tempi rapidissimi e inattesi, le nostre PMI devono essere pronte: a condividere strategie di ripresa; a rafforzare in un’ottica di medio e lungo periodo la propria competitività, superando l’individualismo che caratterizza la loro cultura; a valorizzare gli elementi strategici del proprio business, organizzazione ed i progetti verificando la tenuta degli assetti aziendali e, ove necessario, apportando quei correttivi per affrontare in modo più efficace e coordinato le grandi sfide globali. Come ha sottolineato Stefano Cuzzilla Presidente nazionale Federmanager, l’emergenza pandemica, è stata un acceleratore di un processo di rinnovamento che era latente e che deve mobilitare sforzi e investimenti finanziari, organizzativi, professionali e le strategie. Cominciando, quindi, da un cambio di paradigma che preveda l’inserimento in modo rapido, efficace, efficiente di risorse estremamente qualificate e di competenze manageriali in azienda che consentano l’adozione di nuovi modelli organizzativi, per contare su una capacità gestionale maggiormente tempestiva ed efficace, con un approccio competente di alto livello, innovativo, flessibile; per promuovere nuovi progetti strategici che generino del valore; per incentivare la capacità di prevedere ed interpretare il futuro in un’ottica di sviluppo e crescita delle risorse umane presenti in azienda».

Quindi occorre una nuova cultura imprenditoriale?

«Il futuro delle imprese di famiglia è legato alla disponibilità dei loro titolari di favorire l’organizzazione interna verso un “sistema azienda”, in cui varie figure professionali e persone esterne, si occupino specificamente di singole aree decisionali, coordinate da un manager o da un imprenditore manager di nuova generazione, anziché da un “imprenditore padrone”. Quest’ultimo potrà riservare a sé le scelte strategiche – ove possibile – ma per il resto dovrà delegare i poteri in maniera piena a uno o a un team di temporary manager, scegliendoli, motivandoli con obiettivi specifici e valutandoli nelle performance e nella gestione dei rapporti con gli stakeholders (le banche, i dipendenti, gli enti pubblici e la PA)».

In questa prospettiva il temporary management potrebbe rappresentare il corretto approccio per le piccole e medie imprese che hanno bisogno di attuare nella propria realtà dei grandi cambiamenti?

«Assolutamente sì, perché può rappresentare la figura professionale in grado di “traghettare” verso un futuro di nuove opportunità l’azienda mobilitando risorse, investimenti (finanziari, organizzativi, personale e figure professionali), innovazioni strategiche e tecnologiche. Del resto, in un’ottica lungimirante per l’azienda, le PMI non dovrebbero avere difficoltà a riconoscere la necessità di un intervento di una risorsa manageriale di alto livello, di significativa competenza ed esperienza cui affidare con piena fiducia scelte strategiche e ruoli direttivi, perché, alla fine, a trarne beneficio sarà l’impresa nella sua globalità».

Quale deve essere la mission del temporary management?

«Nello scenario attuale fortemente instabile, il focus imprenditoriale è puntato sulla ricerca di nuove soluzioni di efficienza, sia lato tecnologie e sostenibilità, che lato processi di innovazione, competitività, sostenibilità e finanza. Per le PMI italiane (per lo più a base familiare) è necessario trovare nuove strategie, pianificare l’ingresso di nuova finanza, adottare una strategia per implementare nuovi strumenti, rivedere i processi, entrare in nuovi mercati, accelerare il business. Ecco che il temporary management può rappresentare un’opportunità importante per attingere dall’esterno professionalità manageriali, utili per meglio organizzare le attività e migliorare il livello di efficienza e – conseguentemente- di redditività dell’azienda, per individuare e gestire le aspettative degli stakeholders in relazione allo specifico settore d’affari, per attuare progetti anche di internazionalizzazione e sviluppo di nuove aree di business, per accelerare le opportunità di crescita delle imprese in termini di competitività globale e di sviluppo sostenibile nel tempo».

Il temporary management «rappresenta uno strumento che punta a garantire il ragionevole punto di equilibrio tra bisogno di managerialità e vincoli economici. Per la PMI il temporary management può essere un ottimo sistema per acquisire competenze di alto livello a costi variabili e sostenibili», hanno commentato di recente (20 luglio 2021) gli esponenti di Confindustria Piccola Industria…

«Per cavalcare i cambiamenti in atto, che fungono da acceleratori di un processo di rinnovamento in realtà già latente, e farsi trovare pronti al next normal, il temporary manager (singolo o in team) può essere una figura professionale determinante e ottimale per l’accelerazione del cambiamento e dell’innovazione, per arricchire in tempi molto brevi le piccole imprese di competenze di alto livello, immediatamente operative, con la capacità di operare in un contesto di tipo straordinario quale quello imposto dall’attuale congiuntura (in Italia, a differenza dell’Europa, si registra un progressivo aumento delle missioni di TM part-time, che ormai hanno superato il numero di quelle full-time). Ciò consentirebbe all’azienda non solo di crescere managerialmente e in termini di competitività, in un’ottica di giusto contemperamento con la flessibilità ed il contenimento dei costi, formalizzando piani strategici a medio-lungo periodo, individuando un piano di sviluppo e le risorse professionali necessarie, di accrescere le capacità delle persone già operanti in azienda, che alla fine di un intervento saranno in grado di fare le stesse cose meglio di prima oppure di farne di nuove, di migliorare la qualità del rapporto con i propri partner finanziari, aumentando la qualità dell’interlocuzione con i terzi, i fornitori, il mercato globale».

Quali sono le principali skill e le sfide del temporary manager?

«Il temporary manager rappresenta una risorsa strategica da adottare per gestire a 360°, in tempi brevi e in modo proficuo, il progetto aziendale di transizione e/o espansione, rilancio, rinnovo migliorando gestione, performance e strategia attraverso, da un lato, l’utilizzo di professionalità di alto livello e di comprovata affidabilità ed esperienza e, dall’altro lato, riducendo, al tempo stesso, i costi. Una figura manageriale che può fornire all’impresa un supporto competente e flessibile nel percorso di crescita, nei settori del marketing, innovazione tecnologica, digitalizzazione, finanza, internazionalizzazione. È in grado di intervenire solo il tempo necessario per la gestione temporanea di un reparto o di un progetto, lavorando con un mandato operativo e integrandosi con la proprietà aziendale per rilanciare un business e/o riorganizzare l’azienda; una risorsa flessibile dai costi (contratto flessibile, alte capacità manageriali a tempo, a seconda del budget disponibile, senza costi aggiuntivi né oneri tipici dei contratti a tempo indeterminato). Può superare le criticità organizzativa o di competenze, per sviluppare nuovi business o accelerare un progetto strategico, mettendo l’azienda in condizioni tali di continuare autonomamente al termine del suo intervento».

In questi termini, qui si gioca la partita, una “Win-Win situation”: se vince lui la sfida, vince anche l’azienda?

«Nonostante non si abbia una tipizzazione giuridica-normativa della figura, il temporary manager part time è un fenomeno presente in Italia da tanto tempo, ma grandi sono ancora gli spazi di crescita, soprattutto in questo momento storico, con la possibilità di utilizzare fondi interprofessionali e voucher per finanziare tali progetti e a copertura di una parte dei costi, a seconda della dimensione dell’impresa e della durata dell’incarico. Per esempio il voucher internazionalizzazione per i temporary export manager, TEM, che consente alle imprese di inserire temporaneamente in azienda un export manager, misura gestita da Invitalia. Oppure i voucher per i temporary innovation manager del MISE). In quest’ottica, a sostegno della ripresa ed espansione delle PMI, il Presidente Federmanager Stefano Cuzzilla ha chiesto al Governo un’agevolazione specifica per incentivare il ricorso a manager altamente preparati e motivati da parte delle micro e piccole imprese per rafforzare le competenze manageriali già esistenti e acquisire nuove e maggiori capacità gestionali e organizzative per riprogettare il futuro delle aziende, al fine di garantire una più rapida ripresa, soprattutto per le PMI, cuore della manifattura italiana».

In conclusione, il temporary management potrebbe rappresentare una soluzione per il rilancio e il rilancio delle piccole e medie aziende?

«Nelle PMI italiane, in cui l’imprenditore e i familiari sono coinvolti in prima persona in ogni area aziendale, l’esigenza di un cambio di paradigma e/o di rilancio possono arrivare a scontrarsi con i limiti di una gestione (ancora) personale/patriarcale. Ma con la crisi pandemica, il mercato sta cambiando e le aziende devono adattarsi. E se vogliono continuare a sopravvivere, devono espandersi, crescere, trasformarsi e non accontentarsi di adeguarsi alla nuova realtà. La scarsità di risorse non deve indurre le piccole aziende a un atteggiamento conservativo per “salvare il salvabile”: l’imperativo è compiere quelle scelte che possono avere un impatto determinante sullo sviluppo, diversificazione, competitività e sostenibilità del proprio business. È una priorità che richiede una visione di lungo termine, non una soluzione di corto respiro, che deve essere veloce e tempestiva, per non arrivare in ritardo nel confronto con i competitor europei e internazionali».