• lunedì, 15 Agosto 2022

Economia e potere: conoscere la storia può guidarci fuori dalla crisi?

Per stabilizzare la precarietà del momento, la conoscenza costituisce un input essenziale della governabilità. Nell’età contemporanea, che è sempre più complessa e tecnologica, la conoscenza economica costituisce un input essenziale della governabilità. Ma non sempre si è riconosciuto questo legame. In Italia, per esempio, il contributo offerto dagli economisti alle politiche pubbliche è stato molte volte ignorato, aggirato, o, in taluni casi, perfino soffocato. Impegnati a segnalare le incoerenze logiche delle decisioni dei politici, gli economisti sono stati talvolta percepiti dal potere alla stregua di spine nel fianco. 

«Nella storia d’Italia il rapporto tra scienza economica e potere ha attraversato stagioni diverse», spiega Piero Bini, Professore ordinario di Storia del pensiero economico e autore del libro Scienza economica e potere. Gli economisti e la politica economica dall’Unità d’Italia alla crisi dell’euro, Rubettino editore. 

«Ho cercato di ricostruirle nelle loro linee essenziali, a cominciare dalla scelta protezionista adottata in Italia a fine Ottocento e dal riformismo giolittiano di inizio Novecento, che così tante critiche attirarono da parte di molti economisti del tempo».  

Che cosa abbiamo imparato dal passato e quali sono le maggiori problematiche che persistono tutt’oggi?

«Con la scelta protezionista di fine Ottocento i nostri governanti rinunciarono per molti decenni a rafforzare un sistema di economia basato sulla concorrenza di mercato e sulle istituzioni che ne avrebbero dovuto consolidare lo svolgimento. Le formule del liberalismo economico furono considerate progressivamente obsolete, nonostante il forte impegno in senso contrario di molti economisti del tempo, come Vilfredo Pareto, Maffeo Pantaleoni, Antonio De Viti de Marco, o Luigi Einaudi. Le manifestazioni più evidenti di questo processo negativo si ebbero negli anni Trenta del Novecento quando di fatto l’economia e anche il pensiero economico in molte loro espressioni furono messi al servizio del potere. Fu allora che alcuni economisti, adeguandosi alle parole d’ordine del regime fascista, tentarono di elaborare una dottrina corporativista specificatamente finalizzata a interventi pubblici in economia. Si trattò di un tentativo destinato al fallimento, ma ciò non toglie che esso abbia lasciato qualche ombra anche sulla politica e sull’economia nei successivi decenni della Repubblica».

Dando uno sguardo alla più stretta attualità, che scenari prospettano per il nostro Paese le conseguenze della pandemia e della guerra tra Ucraina e Russia?

«Hanno generato altrettanti shock negativi per la nostra economia come per quella internazionale. Questi fenomeni hanno indotto modifiche significative nelle scelte di consumo degli individui, senza che la struttura produttiva dell’economia abbia avuto il tempo di adattarsi a queste variazioni. Di qui il verificarsi di moltissimi squilibri settoriali. Ma soprattutto è necessario osservare che si stanno verificando da tempo molte interruzioni nelle catene globali di approvvigionamento di materie prime e beni intermedi. Per esempio, la disponibilità a singhiozzo di microprocessori prodotti in Oriente determina ritardi nella consegna di beni finiti in Occidente. Da ciò deriva una tendenza generale di crisi caratterizzata da inflazione e stagnazione. Nel contempo cresce la preoccupazione dell’opinione pubblica che – oltre ai mercati che chiudono e altri che si stanno frazionando – stia venendo meno la stabilità e la pace».

Come si potrà riprendere il nostro Paese, anche facendo il paragone con il passato quando si è trovato a dover superare i momenti più bui, come le due Guerre Mondiali?

«L’Italia è uscita dai due conflitti in modi diversi tra loro, anzi opposti. La profonda crisi politica post Prima guerra mondiale attivò in Italia un processo storico caratterizzato dall’avvento del fascismo, che instaurò un regime di tipo dittatoriale, ciò che non favorì né la democrazia né l’economia. Al contrario, l’esito successivo alla Seconda guerra mondiale è stato positivo perché ha creato istituzioni di democrazia liberale, ivi compreso il ritorno all’economia di mercato, ciò che ha promosso la crescita economica. Oggi bisogna far tesoro di questa seconda esperienza: per contrastare l’attuale scenario storico che crea incertezza e frena l’efficienza e la crescita, occorre poter contare sulla velocità delle libere decisioni imprenditoriali e su un sistema politico volto a perseguire la giustizia sociale, a contenere i divari di reddito, a creare stabilità. In conclusione, usciremo prima e meglio dall’attuale situazione rafforzando il contenuto democratico dello stato di diritto, dando allo stesso tempo maggiore spazio alle relazioni concorrenziali di mercato. In un certo senso, più Stato nella giustizia sociale, nelle scelte strategiche e nelle grandi infrastrutture, e più mercato nell’economia».

Che cosa può dirci del capitolo che dedica all’economia di alti salari nella visione di Francesco Saverio Nitti. Una profezia per il XX secolo che si scontra con i salari di oggi in continuo ribasso?

«Il progetto di Nitti di fine Ottocento finalizzato a creare un’economia di alti salari prospettava una dinamica economica certamente idealizzata, ma non del tutto priva di realismo. L’Italia stava allora sperimentando la sua prima rivoluzione industriale. L’introduzione di numerose innovazioni di processo e di prodotto innalzò la produttività dei lavoratori. Da ciò un aumento significativo dei salari reali nel primo quindicennio del Novecento. Invece oggi – e questa situazione sta perdurando da circa 25 anni – è purtroppo del tutto esiguo l’incremento di produttività che il nostro sistema economico annualmente realizza. I salari reali ne soffrono in conseguenza. Cosa fare per superare questa situazione? Non ci sono scorciatoie facili per un problema complesso: la soluzione consiste nel tradurre in azioni effettive le grandi conoscenze di cui disponiamo. Ma esse, finché non verranno attuate riforme vere e semplificazioni reali, rimarranno solo allo stato latente».

Che cosa sono la teoria e politica economica dei mercati imperfetti?

«Con il termine mercati imperfetti gli studiosi del tempo intendevano riferirsi ad accordi di trust tra imprese e al diffondersi di forme oligopolistiche di produzione che stavano sostituendo su tanti mercati la concorrenza pura.  Alcuni di questi studiosi concepirono interventi pubblici organici per correggere situazioni che producevano inefficienze e rendite di posizioni. Ma le regolamentazioni che allora furono introdotte dal regime fascista produssero nuove distorsioni nelle relazioni di mercato, senza mutare nella sostanza la natura del problema che ci si prospettava di correggere. In effetti si tratta di un problema non ancora del tutto risolto e che suscita questa riflessione: dopo che molte ricerche sono state internazionalmente dedicate nel corso del Novecento ad arricchire la letteratura sui c.d. fallimenti di mercato, occorre prendere atto che altrettanti sforzi sarebbe stato opportuno dedicare anche ad analizzare i c.d. fallimenti dello Stato e della politica. Si sarebbero evitati non pochi sprechi di risorse pubbliche, perché è risultato spesso fuorviante paragonare i cattivi risultati concreti di una impresa privata lasciata libera a se stessa, con le migliori performance teoricamente conseguibili da una autorità pubblica ritenuta in modo semplicistico benevolente e onnisciente».

Nell’ultima parte del suo libro lei analizza diverse tipologie di economisti. Quali possono essere valide ancora oggi e perché?

«Gli economisti non sono un corpo indifferenziato di studiosi. Sotto il segno del libero pensiero, e pur a seguito di un percorso formativo che spesso è comune, essi alimentano dibattiti che testimoniano punti di vista, propensioni scientifiche, indirizzi culturali e ideali tra loro diversi. In questo confronto plurale la conoscenza ci guadagna. Un pensiero economico oggi al margine perché eterodosso, può alimentare il mainstream di domani. Nel caso del dibattito sulla crisi dell’Euro – che ha caratterizzato molti periodici e riviste scientifiche dal 2010 in poi – si sono confrontati anche approcci teorici opposti, come ad esempio tra economisti keynesiani, da una parte, e gli economisti della c.d. austerità espansiva, dall’altra. Degli uni e degli altri ho cercato di far risaltare le rispettive inconciliabili tesi. Però bisogna evitare atteggiamenti mentali rigidi.  Il confronto tra queste tesi non deve essere considerato come uno scambio a somma zero, come se la solidità di un certo elaborato teorico comportasse la totale perdita di validità di un altro elaborato concorrente rispetto al primo. Gli studiosi dovrebbero essere tanto umili quanto colti da comprendere che entrambi gli elaborati – se condotti nel rispetto della metodologia scientifica – sono suscettibili di apportare incrementi della nostra conoscenza del vasto mondo dell’economia. Si intende sostenere che anche nella scienza economica il pluralismo delle idee è un dato essenziale da salvaguardare».    ©

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