• lunedì, 28 Novembre 2022

Agroalimentare: il futuro si chiama agritech

In che modo si possono cogliere le opportunità del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza nell’agroalimentare? La soluzione è da ricercare nelle nuove tecnologie e in Italia il mercato dell’Agrifood è in ottima salute. Negli ultimi anni ha fatto passi da gigante, passando dai 100 milioni di euro nel 2017 a più di un miliardo nel 2021. Ma adesso in un contesto di emergenza globale dettato da pandemia, guerra in Ucraina e cambiamenti climatici, l’agricoltura deve affrontare molte sfide di carattere tecnologico e sociale.

Tra queste: la gestione sostenibile delle risorse naturali connessa anche all’approvvigionamento, una maggiore attenzione alla salute, alla nutrizione, alla sicurezza alimentare e al Made in Italy, la bioeconomia circolare e l’efficienza del sistema “farm to fork”, un piano decennale lanciato dalla Commissione europea per guidare la transizione verso un sistema alimentare equo, sano e rispettoso dell’ambiente. Il mercato dell’agroalimentare 4.0 in Italia vale 1,6 miliardi di euro. Più di sei aziende su dieci utilizzano almeno una soluzione tech.

Tra le più usate: software gestionali aziendali, sistemi di monitoraggio e controllo di macchine e attrezzature agricole, servizi di mappatura e monitoraggio di coltivazione e terreni, sistemi di supporto alle decisioni. Continua a crescere il numero di startup dello smart agrifood, così come i finanziamenti raccolti.

Nel 2021 le oltre 750 imprese a livello globale hanno totalizzato oltre 15 miliardi di dollari di raccolta. Come sono distribuite geograficamente. Oltre il 60% delle startup si trova tra Nord America e Europa. La maggioranza dei finanziamenti è erogata in Asia, in particolare in Cina (per la forte diffusione dell’eCommerce), con un importante ruolo di Paesi come gli Emirati Arabi, Singapore e Arabia Saudita per l’attenzione alla food security e all’autosufficienza per la produzione di prodotti agroalimentari. E il Belpaese? Nonostante si trovi tra i primi dieci Stati per numerosità di startup, incide meno dell’1% sui finanziamenti ricevuti.                  ©

S.SI

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