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  • giovedì, 8 Dicembre 2022

LAVORO Cambia il mercato, Di Raimondo-Asstel: «Nuove sfide, ecco dove investire»

DiSimona Sirianni

1 Novembre 2022

Green economy e analisi dei dati al primo posto, seguiti dalla gestione e dalla creazione di intelligenze artificiali. Sono questi i settori in cui la domanda di lavoro sta rapidamente aumentando e che vanno ad aggiungersi a quelli che si trasformeranno attraverso le nuove tecnologie e l’intensificarsi della produzione automatizzata.

La quarta rivoluzione industriale e i cambiamenti dovuti alla pandemia da coronavirus, hanno radicalmente modificato il mondo del lavoro. Non solo per quanto riguarda le professioni nascenti, ma anche per le modalità. Tra smartworking e settimana lavorativa corta, le aziende non possono più permettersi di restare legate al passato. La sperimentazione è indispensabile, non solo perché è il mercato che lo chiede, ma anche perché lo vogliono i lavoratori, che non sono più disposti a vivere la propria occupazione come è stato precedentemente.

Lo smartworking, è stata la prima novità. Ha portato scompiglio nell’immediato ma adesso gran parte dei lavoratori non vorrebbe più farne a meno…

«Lo smartworking è stato, in un momento difficilissimo come quello della pandemia, uno strumento per tenere le persone in contatto con la loro vita professionale, anche se in una logica emergenziale», dice Laura Di Raimondo, Direttore Generale ASSTEL, l’associazione di categoria dentro Confindustria che rappresenta la filiera delle telecomunicazioni. 

«Questa esperienza, che si è configurata più come lavoro remotizzato, è servita per apprezzarne gli indubbi vantaggi. Le crisi oramai ricorrenti hanno dimostrato la debolezza dei modelli di organizzazione del lavoro ereditati. La sfida di oggi è quella di declinare il lavoro agile adottando pratiche più flessibili e personalizzate in relazione ai diversi contesti organizzativi delle imprese (modello Hybrid&Smart)». 

E alle aziende piace meno?

«L’80% delle imprese TLC ha già adottato modelli Hybrid&Smart. Infatti fin dal periodo di emergenza sanitaria, hanno puntato a definire un modello di smartworking che guardasse alla nuova normalità. Questo è stato possibile anche grazie a un sistema di relazioni industriali evoluto e partecipativo che ha consentito di definire degli accordi molto innovativi, con i quali rendere lo smartworking un elemento stabile dell’organizzazione del lavoro».

Quante sono indicativamente le aziende italiane che stanno sperimentando seriamente il lavoro da remoto?

«Il “peso” dello smartworking è dato dal numero di persone interessate e la distinzione che riguarda tra piccole, grandi imprese e Pubblica Amministrazione. Il Politecnico di Milano nel 2020 ha stimato circa ha 6,58 milioni di smartworkes nella fase più acuta dell’emergenza sanitaria (il 97% delle grandi imprese, il 94% nella Pubblica amministrazione e il 58% delle PMI) con un assestamento a 4,3 milioni nella fase post pandemia, dato che si conferma anche per il 2021».

Settimana lavorativa corta: dopo Londra, città in cui l’esperimento fatto ha portato grandi risultati, forse arriverà anche qui da noi. Intesa San Paolo (vedi box a lato) è il primo che l’ha proposta. Qualcuno lo seguirà o è ancora troppo presto?

«La nostra filiera ha intrapreso la sfida della rimodulazione dell’orario di lavoro già nel 2020, quando in occasione del rinnovo del nostro CCNL TLC, concordammo con le Organizzazioni Sindacali sulla possibilità di definire a livello aziendale delle intese, che tenuto conto degli sviluppi tecnologici potessero contemplare anche una riduzione dei tempi di lavoro. Accordi che, anche se di natura sperimentale, sono stati fatti e stanno dimostrando di funzionare».

Lavorare meno, lavorare meglio: è un concetto che in Italia può attecchire o la convinzione che, se non è controllato o se non sta alla scrivania, il dipendente non lavori abbastanza è troppo radicata?

«È un tempo nuovo per il lavoro e, quindi, le nostre imprese oggi stanno investendo su strumenti come lo Smartworking, che puntano a definire modelli organizzativi caratterizzati da maggiore elasticità, capaci di generare valore per imprese e lavoratori, contribuendo al miglioramento dei risultati aziendali e della qualità della vita delle persone. Come sempre sarà necessario trovare un punto di equilibrio tra le esigenze delle imprese e quelle dei lavoratori. Ben sapendo però che la sfida dello smartworking va vinta prima di tutto sul piano culturale sia sul fronte del management che su quello dei collaboratori. Non bisogna poi dimenticare che insieme alla sfida dei nuovi modelli organizzativi resta centrale la sfida delle competenze e del loro aggiornamento permanete. Le aziende della Filiera hanno la necessità di potenziare le competenze digitali hard (come Cybersecurity, Data analytics, AI, IoT e Cloud). E se da un lato, a livello sistemico si sta agendo sui percorsi formativi, dall’altro le imprese stanno investendo molto in attività di upskilling e reskilling: nel 2021 sono stati coinvolti in attività di upskilling e reskilling circa il 100% dei lavoratori, e le stime confermano tale numero anche per il 2022. Non tenere conto di questo aspetto rischia di rendere le riflessioni sullo smartworking delle discussioni non collegate alla realtà con la quale si confrontano le ragazze e i ragazzi, i lavoratori (giovani e non) e imprese». 

Fenomeno great resignation: crede che sia passeggero o qualcosa di più serio e duraturo?

«Il fenomeno delle “grandi dimissioni” che sta caratterizzando principalmente il mondo anglosassone e che anche in Italia non è sottovalutabile, e rappresenta una risposta forse inaspettata al cambiamento con cui viene percepito il lavoro dopo la pandemia. Pur senza entrare in analisi sociologiche si nota che valori come il tempo e il benessere sono diventati prioritari soprattutto per le generazioni più giovani. Per questo è importante puntare su modelli organizzativi, come quelli resi possibili dallo smartworking, che si basino sulla flessibilità e la produttività, rivedendo lo storico rapporto tra orario di lavoro e risultati». 

Le imprese italiane hanno attraversato, nell’ultimo anno, un’accelerazione molto marcata nel procedimento di digitalizzazione dei processi. Anche grazie ai fondi stanziati dal PNRR in favore di chi investe nella propria innovazione digitale. A che punto siamo e dove stiamo andando?

«C’è ancora molta strada da fare. I due posti guadagnati dall’Italia nell’indice di digitalizzazione dell’economia e della società europea (Desi) rappresentano un risultato incoraggiante per il Paese. Non possiamo che essere soddisfatti dei risultati raggiunti, come il primo posto nella copertura 5G, che è passata dall’8% delle aree popolate al 99,7%. Lavoreremo affinché questa tendenza possa confermarsi in futuro. Il nostro impegno sul rafforzamento delle competenze digitali (di base e avanzate) e, in particolare sul percorso di attuazione della missione 1 del PNRR, proseguirà a beneficio del sistema economico e sociale: crediamo che la riforma del sistema formativo italiano, ridisegnando il rapporto tra scuole e imprese, rappresenti una strada per farci scalare ulteriormente la classifica, nonché  sarà centrale per raggiungere gli obiettivi anche lo sviluppo delle competenze STEM e favorire alle ragazze pari condizioni per l’accesso al mondo del lavoro, alla carriera e al salario. Confidiamo che il PNRR possa imprimere un’accelerazione alla digitalizzazione del Paese».

Trasformazione e riqualificazione sono quindi le parole chiave che il contesto attuale porta dentro il mondo del lavoro. I dati parlano di una  vera e propria opportunità  solo se sarà gestita bene. Per questo imprese, governi e lavoratori  devono pianificare di lavorare insieme per implementare una nuova visione di forza lavoro globale.  Per quanto poi riguarda i dati sullo Smart Working in Italia, stupiscono chi riesce a comprendere appieno i vantaggi del lavoro agile in termini di sostenibilità economica, sociale e ambientale. Il resto d’Europa è certamente più lungimirante facendo scivolare il Belpaese in ultima posizione per applicazione di questo paradigma del lavoro.

Ad affermarlo è un’indagine condotta da Randstad Research, l’Osservatorio sul mondo del lavoro. A fine 2021 2,9 milioni lavoratori hanno utilizzato lo smartworking in Italia almeno un giorno a settimana, su un potenziale di 8 milioni. Sebbene nel complesso si sia registrata una crescita nella diffusione del lavoro agile dal 2019 a ora, questa rappresenta alla fine solo il 37,2% del potenziale. Inoltre, dalla ricerca risulta che a scegliere il lavoro da remoto sono di più le donne: a fine 2021 il 14% contro l’11,9% degli uomini. Il 6,6% delle donne lavora per la maggior parte del tempo da casa e il 7,8% meno di 2 volte a settimana.

Per gli uomini percentuali leggermente più basse: rispettivamente il 5,4% e il 6,5%. Ma aprendo il confronto con chi lavora da casa almeno metà del tempo in Europa, il nostro Paese ne esce ammaccato. Rispetto agli altri, infatti, l’Italia è ultima per diffusione dello smartworking: dal 2019 al 2020 la percentuale degli occupati che lavorano almeno la metà delle ore da casa è salita dal 3,6% al 12,2%, per scendere poi all’8,3% nel 2021, nello stesso periodo la media europea ha registrato invece una crescita costante passando dal 5,4% del 2019 al 13,4% nel 2021. Se invece si considerano le persone che lavorano da casa meno della metà del tempo, l’Italia è in decisa crescita, dall’1,1% del 2019 al 6,5% nel 2021, ma resta comunque nelle ultime posizioni, mentre la media europea è arrivata al 10,6%. Rispetto ai Paesi Bassi, l’Italia registra quasi 25 punti in meno. 

«Le imprese del settore Tlc hanno visto con grande favore le norme di semplificazione per il lavoro agile contenute nel Dl Semplificazioni. La loro applicazione consentirà di snellire le procedure e contestualmente rendere strutturale il cambiamento in una fase non più emergenziale, andando incontro anche alle esigenze delle imprese».                                  ©

Simona Sirianni

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