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  • giovedì, 8 Dicembre 2022

Moda, è ora di reshoring. Ma non è solo per i costi

Reshoring

Contrordine: la delocalizzazione della produzione non conviene più. E scatta l’ora del reshoring, non un fenomeno nuovo, ma sicuramente uno di quelli tra i più più discussi del settore .

Il rientro delle produzioni nei paesi d’origine, sebbene sia un tema caldo da almeno un lustro, in questi ultimi tempi, a causa delle difficoltà di approvvigionamento che tutti i settori stanno vivendo, che ha reso meno conveniente per le società produrre fuori dai confini propri, diventa sempre più interessante per le aziende. Automotive e tecnologia in primis, dove la situazione è fortemente critica, ma non è affatto escluso il tessile, comparto in cui, non esiste un’emergenza vista la minore scelta delle imprese fashion di delocalizzare, ma serve comunque a continuare a garantire servizi e informazioni all’altezza con il proprio storytelling. Ed è così che quindi, a causa del prezzo dei container e all’allungamento dei tempi di consegna, si assiste a un incremento dei processi di ritorno, di cui, tuttavia, non si hanno ancora dati precisi.

Ciononostante, a spingere le realtà del tessile abbigliamento verso soluzioni a chilometro zero non è soltanto un problema di costi, quanto un’opportunità per consolidare la propria reputazione anche in campo ambientale. E in quanto all’occupazione, però, che cosa comporta?

«Il reshoring sembrerebbe positivo per il mercato del lavoro perché riporta a casa le produzioni. In realtà, non c’è un aumento della domanda di lavoro, perché tali attività vengono svolte da robot. Prima lo facevano i lavoratori stranieri, ora lo fanno le macchine» dice Valentina Meliciani, Direttore della School of European Political Economy.

In che modo Covid-19 prima e guerra in Ucraina poi hanno dato impulso al reshoring?

«Il Covid-19, essendo una pandemia, non va a condizionare alcuni Paesi più di altri, ma li tocca tutti allo stesso modo. Quando le catene si sono interrotte, si sono bloccate in tutto il mondo. Quindi, da un certo punto di vista, l’unica risposta è quella di ampliare il numero di fornitori, perché i Paesi sono stati colpiti in momenti diversi dai vari lockdown. Un’impresa che ha tanti fornitori ha una maggiore diversificazione del rischio. Per cui è abbastanza normale che la strategia più efficace sia quella di diversificare le fonti di approvvigionamento e non tanto quella di rilocalizzare la produzione. Perché quando rilocalizzano la produzione, per esempio, mettendola tutta in Europa, se i vari Paesi che ne fanno parte fossero andati in lockdown, ci sarebbero stati problemi di interruzione della catena comunque. Invece, la guerra in Ucraina fa emergere in modo più netto l’esigenza di una maggiore indipendenza strategica da alcune aree geografiche. Sicuramente, in questo secondo caso, l’effetto può essere più forte. La guerra riporta un po’ l’idea del mondo a blocchi, per cui emerge quello che viene chiamato friend-shoring, cioè il fatto di avere relazioni più forti con Paesi dei quali si ha più fiducia. Quindi, se questi blocchi rimangono anche nel medio lungo periodo diventa importante accrescere il numero di relazioni all’interno dei paesi considerati amici e ciò può portare ad una ristrutturazione che non sarà mai un vero e proprio reshoring. Perché ormai le catene sono talmente frammentate e la produzione è talmente complessa , che è difficile localizzarla tutta all’interno dello stesso paese. Però ci potrebbe essere un cambiamento nella configurazione delle catene stesse soprattutto in settori particolarmente delicati, pensiamo al settore dell’energia o dei beni alimentari».    

Che impatto ha il reshoring sul sistema economico italiano ed europeo?

«Ci sono effetti positivi e negativi: se c’è un reshoring, si potrebbe pensare che sia una cosa positiva, perché si riportano determinate fasi produttive all’interno del continente e quindi dovrebbe aumentare la produzione, l’occupazione e così via. Però, non è così scontato, perché se tutto questo fa aumentare i costi, rende l’area meno competitiva. Infatti, le imprese non rispondono velocemente agli shock perché considerano un trade off che vede da un lato la sicurezza dell’approvvigionamento, e dall’altra l’efficienza organizzativa. Quindi, se una produzione globalizzata riduce i costi è difficile che questo modello venga abbandonato velocemente, dipende molto dall’evoluzione delle tecnologie. Secondo me il reshoring sarà probabile nel momento in cui alcuni sviluppi tecnologici rendono meno favorevole e meno conveniente delocalizzare le produzioni sulla base dei costi ad esempio del lavoro. Questo può essere un motivo che riporta alcune fasi della produzione all’interno di Paesi che sono fortemente industrializzati, dove quindi il costo del lavoro è più elevato. Per cui dipende molto dal settore che si considera, dai vantaggi competitivi e di costo».

Quali sono i comparti più interessati dal fenomeno e perché?

«I comparti che sono più globalizzati tendono a essere quelli in cui la produzione è più complessa. Cioè non è vero che si va a produrre all’estero soltanto beni tradizionali, anzi più il settore presenta una produzione complessa, più tende ad essere internazionalizzata. Si pensi al farmaceutico, all’industria del dell’elettronica e così via. Il reshoring risponde a una logica di sicurezza, ovvero è più probabile all’interno di quei settori dove si dà molta attenzione alla robustezza delle catene. Cioè a evitare che ci sia una interruzione della produzione quando c’è uno shock; quindi, quando si tratta di beni essenziali, ad esempio, il settore alimentare e dell’energia».

Al fine di ovviare alle difficoltà derivanti dalla supply chain bloccata, si è verificato un ricorso al reshoring. Più un evento temporaneo o destinato a restare?

«Non c’è stato un così forte reshoring, il problema è che noi abbiamo vissuto un’era di enorme aumento della . Quindi, ci sembra che il ritmo così veloce al quale la globalizzazione procedeva dalla metà degli anni 80 e in maniera più marcata dal 1990 fino più o meno alla crisi finanziaria è un ritmo che non può più andare avanti in quel modo. Quindi, quello che è permanente è la riduzione del ritmo della globalizzazione, almeno nei prossimi anni a venire. Rallentamento, però, non la fine di un processo che è irreversibile. Questo forte rallentamento ci sembra la fine perché eravamo abituati a una crescita enorme di quel modello. Quindi, anche pochi casi di ritorno di produzione attuali ci sembrano la fine della globalizzazione. È un qualcosa di funzionale se si pensa appunto alla Cina, che ha avuto un peso in tutto questo. In questo momento così forte della globalizzazione, la Cina ha cambiato un po’ il modello, ha visto crescere tanto la domanda locale e ha visto crescere tanto la possibilità di avere forniture anche locali ed è quindi inesorabilmente questo fa sì che il ritmo della globalizzazione diminuisca. Il caso della Cina in particolare è proprio stato un modello di crescita basato sul tenere bassa la domanda interna e rivolgersi molto al mercato globale. Quindi, tenere bassi i costi per acquistare sempre più quote di mercato. Il rapporto tra esportazioni e Pil in Cina è al di sopra della media dei paesi industrializzati; quindi, si sta semplicemente un po’ ricomponendo una situazione che comunque era una situazione anomala. Questo ha delle implicazioni pure nei paesi che erano più industrializzati della Cina in passato».

Che cosa porta le aziende a rientrare o delocalizzare?

«A fare possono essere tanti fattori, nel senso che dipende dal tipo di produzione. In Italia un motivo può essere quello di valorizzare il contenuto locale, soprattutto se voglio fare un upgrading, cioè puntare sulle fasce di mercato più elevate. Posso avere come vantaggio strategico il fatto che la produzione sia stata svolta in Italia, piuttosto che non in un Paese emergente. Un’altra motivazione può essere quella di non sentire più come affidabile il partner nel quale avevo precedentemente spostato alcune linee della produzione che in parte è accaduta ad esempio rispetto ad alcune forme di localizzazione verso la Cina. In quel caso più che reshoring potrei valutare di andare a cercare altre localizzazioni che mi danno una maggiore sicurezza di approvvigionamento. Invece, quando ci si sposta e si va a produrre in altri paesi lo si fa per aumentare l’efficienza della produzione, che non è soltanto ridurre il corso di produzione. In alcuni casi, sono anche economie di agglomerazione, ad esempio spostare alcuni stabilimenti di ricerca e sviluppo nella Silicon Valley, non è detto che debba andare per forza a produrre dove costa meno potrei andare a produrre dove ci sono altre imprese che producono lo stesso bene che io produco per avere economie di agglomerazione. Quindi, gli asset che vengono spostati non è detto che siano sempre quelli a più basso valore aggiunto, potrebbero essere anche asset ad alto valore aggiunto, a seconda di che cosa devo spostare ovviamente i paesi più appetibili cambiano. Per cui se lo scopo è ridurre il costo del lavoro, scelgono Paesi che hanno un livello base di tecnologia che sempre necessario però hanno un costo del lavoro più basso, se invece la motivazione è innovare, vanno a localizzarsi nelle aree dove c’è una maggiore capacità innovativa, quindi a seconda del vantaggio comparato legato alla singola fase che vogliono delocalizzare». 

Quanto ha influito la crescente attenzione alla sostenibilità da parte delle aziende europee? 

«In piccola parte, non è uno tra i motivi principali, nonostante le imprese lo possano annoverare come tale. Potrebbe avere un effetto indiretto, nel senso che potrei decidere di riportare alcune fasi nel mio Paese per dare un’immagine di sostenibilità che poi possa rafforzare il mio marchio. Però non è tanto la sostenibilità di per sé».

In che modo l’innovazione digitale e l’intelligenza artificiale agevolano il processo di reshoring? 

«Potrebbero avere un impatto, tuttavia è vero che ci sono delle tecnologie come il credit printing (stampa tridimensionale) che spingono in favore del reshoring, ci sono altre tecnologie di intelligenza artificiale che riducono ulteriormente i costi di trasporto e quindi spingono nella direzione opposta per cui il bilanciamento tra le due forze non è ancora chiarissimo. Con la stampa tridimensionale riescono a produrre a costi bassissimi, a partire dal prototipo, sostituendo quindi il lavoro manuale. Quindi non hanno bisogno di andare a produrre dove il costo del lavoro è basso perché hanno una tecnologia che sostituisce il lavoratore. In altri casi però, l’intelligenza artificiale porta a sistemi dove possono produrre dove vogliono e hanno ridotto il costo moltissimo grazie all’intelligenza artificiale. Quindi, in quel caso, possono sfruttare ancora di più i vantaggi della distanza». 

Come potrebbe cambiare il mercato del lavoro?

«Come detto precedentemente, il reshoring, da un certo punto di vista, potrebbe sembrare un fenomeno positivo. In realtà, non comporta però un aumento della domanda di lavoro, perché il lavoro che prima facevano i lavoratori stranieri, ora lo fanno le macchine. Per la manodopera non qualificata italiana non cambia molto. C’è sempre un problema di modifica nelle competenze richieste per cui bisogna riqualificare la forza lavoro in maniera tale che possa essere utilizzata in mansioni che sono meno soggette ad essere sostituite da robot. Nel lavoro manuale sono i lavori artigianali, cioè quelli non facilmente replicabili e automatizzabili. Nel lavoro intellettuale sono le doti manageriali o la creatività, ma non tutte quelle attività che può fare benissimo un software di intelligenza artificiale». 

Come influisce il reshoring sulla vendita dei prodotti finiti?

«Non dobbiamo dimenticarci che reshoring non vuol dire soltanto produrre a casa, il problema è che devi anche vendere. Le imprese non devono semplicemente acquistare gli input, devono poi vendere il prodotto. Deve allora risolvere il problema di combinare il concetto di riportare tutto nel Paese d’origine con l’esportazione dei prodotti nei mercati target. Le due cose devono essere guardate simultaneamente, altrimenti sembra che la riduzione della globalizzazione sia un vantaggio, ma non se ne vede lo svantaggio. Cioè, se tutti i Paesi fanno backshoring il mercato di sbocco si riduce, ovvero si avrebbe una contrazione di mercato. Bisogna quindi pensare ad un’organizzazione efficiente della produzione, che non è necessariamente il reshoring. Va bene in alcune cose, ma non è una strategia valida a livello generale. È fondamentale organizzare efficientemente la catena, che può comportare organizzazioni diverse a seconda dei settori, a seconda dei paesi coinvolti e del tipo d’imprese, non esiste un modello unico che può funzionare sempre».©

Marco Castrataro

Marco Castrataro

Marco Castrataro si laurea in Economia, Diritto e Finanza d’impresa presso l’Insubria di Varese. Dopo un'esperienza come consulente creditizio ed un anno trascorso a Londra decide di dedicarsi totalmente alla sua passione, rendere la finanza semplice ed accessibile a tutti. Oltre a gestire la rubrica “l’esperto risponde”, scrive di finanza, crypto, energia e sostenibilità. Per contatti: risparmio@ilbollettino.eu

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