sabato, 13 Aprile 2024

Spirits: comparto da 4 miliardi, ma si sa ancora poco

Sommario
Due bicchieri di spritz con un aperitivo: sono gli spirits.

La mixology-mania fa decollare  le vendite online dei prodotti di punta per la preparazione di cocktail e long drink. Un giro d’affari di 4 miliardi di euro per il comparto nazionale degli spirits, di cui 2,4 originati dalle vendite interne e 1,6 dall’export. Non solo, perché nei prossimi anni l’e-commerce di spirits a livello globale crescerà del 34%, raggiungendo i 40 miliardi di fatturato globale nel 2026. È in questo contesto nasce Mr. Dee Still, startup innovativa del settore beverage, il cui modello di business affianca alla vendita, contenuti informativi su come consumare bene, cioè responsabilmente, i prodotti offerti.

«La nostra piattaforma è focalizzata al 90% sul mondo spirits. Questo perché durante il periodo del Covid-19 abbiamo visto che le persone a casa hanno provato a preparare cocktail a casa, ma non avevano nessuna competenza, non avevano alcuna conoscenza specifica di questo settore. Quindi hanno iniziato a cercare le ricette e i prodotti su Google, ma l’offerta dal punto di vista dell’approfondimento era molto legata al mondo trade, al mondo del bar, e poco a quello del consumatore» dice Tobia Lorenzani, co-founder di Mr. Dee Still.

Mr. Dee Still è il primo shoppable magazine del mondo del beverage. Cosa significa?
Un'immagine di Tobia Lorenzani, co-founder e CEO di Mr. Dee Still.
Tobia Lorenzani, co-founder e CEO di Mr. Dee Still

«È un po’ come un ecommerce, ma molto più in grande: è una piattaforma dalla quale i clienti possono acquistare distillati premium e superpremium e riceverli direttamente a casa, ma anche informarsi sui trend e le modalità con cui miscelare i prodotti. Si può approfondire e in generale scoprire la storia che c’è dietro una bottiglia».

Come selezionate il vostro assortimento in rapporto al vostro posizionamento?

«Sulla nostra piattaforma abbiamo 520 referenze, quindi per essere appena nati un assortimento già molto profondo. Questo è dovuto al fatto che tra i nostri soci c’è anche Timossi, uno dei più importanti grossisti di bevande in Italia. Come referenze, siamo tecnicamente sul premium o il superpremium. In pratica, non abbiamo prodotti che si trovano facilmente sugli scaffali dei supermercati. Ma un assortimento che, pur avendo dei prodotti iconici, come può essere Campari o Bombay Sapphire, ha soprattutto referenze che si trovano meno su altri siti generalisti, sempre su una gamma alta».

Come nasce l’idea di coniugare la vendita a un contenuto informativo?

«Da un’osservazione del mercato. Ho precedentemente lavorato in altre due aziende di beverage e vedevo che ciò che mancava era soprattutto questa parte di contenuto per i consumatori. Ci sono già delle testate trade che parlano alla stessa industry o ai bartender, ma pochissime che parlano al consumatore finale. Nel food, per esempio, ce ne sono tantissime, ma nel mondo spirits sono spesso rubriche o poco più. Il fatto, poi, di coniugare insieme due aspetti del mercato deriva sì dall’osservazione generale del mercato, ma anche da altri mondi che lo fanno già. Per esempio, nella moda esiste Mr. Porter, Highsnobiety per lo streetwear, Odinki per gli orologi ecc. Noi stiamo semplicemente declinando quel modello al beverage».

I vostri partner vengono tutti dal mondo beverage?

«No, la società è costituita da cinque entità. Ci siamo io e Antonio, l’altro co-founder, che veniamo entrambi da questo mondo. Poi c’è Federico Bini, che è il nostro angel investor (soggetto privato che apporta capitali in un’impresa nascente n.d.r.) ed è un trader di Borsa appassionato di questo mondo. Poi abbiamo Timossi, che è uno dei grossisti di bevande più importanti d’Italia: loro hanno un background fortissimo, da cinquant’anni sono tra i player più importanti. Infine, FOS S.P.A., il nostro CTO, che è un’azienda tech basata a Genova e quotata all’Euronext di Milano, che ovviamente ha un background nell’IT, ma non nel beverage».

Come fate a conciliare l’esigenza di cercare un heritage col fatto di essere una startup innovativa?

«Nel rapporto con gli altri player del settore si risolve grazie alla presenza tra gli investitori di aziende con storie forti, che ci hanno dato la possibilità di approcciare i fornitori con credibilità. Dal punto di vista del cliente, invece, credo che il posizionamento alto che ci siamo sforzati di costruire faccia sì che il progetto possa essere considerato serio. La qualità dei contenuti che stiamo producendo è testimoniata dal fatto che lavoriamo già con diverse multinazionali. Insomma, più che la traction dei clienti che stanno arrivando è stata proprio l’idea e la qualità dei contenuti portati dall’inizio».

Qual è l’apporto di questa impresa?

«Il nostro scopo è chiaro: rendere i consumatori consci di ciò che bevono. È solo spiegando e facendo education che gli utenti sono portati a consumare più consapevolmente e quindi meglio. Noi crediamo in questo: nel bere bene e nel bere meno. È un aspetto che coltiviamo quotidianamente, anche senza professarlo apertamente, ma sostenendo questo approccio attraverso lo story-telling e mostrando come si prepara da bere, per evitare di esagerare».

Qual è l’aspetto più innovativo e disruptive che portate al mercato?

«Proprio il fatto di conoscere il settore ma portare un approccio nuovo. Per esempio, se guardiamo alla maggior parte delle ricette che si trovano online, le misure sono date in millilitri o centilitri. Ma un consumatore a casa non ha un dosatore, né sa come misurare le quantità necessarie. Noi misuriamo in tazzine. Ovviamente non è lo strumento migliore per un esperto, ma per un principiante è un modo per ottenere un risultato migliore. Questo per dire che nella industry spesso non c’è un approccio chiaro al consumatore, che in Italia ha pochissima conoscenza del settore. Proprio questo vuole essere il nostro apporto sul mercato».

Qual è il vostro rapporto col territorio?

«Grazie alla nostra piattaforma, che arriva in tutta Italia, supportiamo i brand locali nella vendita e nella costruzione di una reputazione oltre il loro “territorio naturale”. Spesso le aziende italiane fanno fatica a promuoversi fuori dalle aree di produzione. Un esempio chiaro è Camatti, l’amaro più venduto sulla piattaforma, conosciutissimo in Liguria ma praticamente sconosciuto altrove».

Qual è stata la difficoltà più grande nell’intraprendere una startup innovativa?

«Oggi in Italia reperire capitali non è così difficile come si dice. La più grande sfida? Verificare se l’inizio di questa strada sia solido o no… La scommessa è tutta nello scaleup dell’azienda».

Quali sono i vostri progetti?

«Per ora abbiamo fatto un primo round di finanziamento e stiamo chiudendone un secondo. L’idea è utilizzare questi fondi per investire sulla crescita dei prossimi anni, puntando anzitutto sulla costruzione di un team ancora più solido. Dopodiché puntiamo sul marketing e sul lato tecnologico per migliorare a tutto tondo l’esperienza del consumatore».                                     ©

Studente, da sempre appassionato di temi finanziari, approdo a Il Bollettino all’inizio del 2021. Attualmente mi occupo di banche ed esteri, nonché di una rubrica video settimanale in cui tratto temi finanziari in formato "pop".