martedì, 20 Gennaio 2026

Bernardi, Columbus Capital: «La transizione energetica è una partita di scala»

Sommario

Innoviamo, ma non cresciamo. L’Italia si conferma un laboratorio di idee e microeccellenze, ma resta un arcipelago di iniziative isolate. Le nostre PMI producono valore, la ricerca pubblica brilla, ma il sistema non premia chi vuole fare il salto.

«L’Italia è molto vivace, ma ancora giovane, frammentata e locale. Servirebbero fondi di crescita più strutturati, strumenti di derisking pubblico-privato e una burocrazia più snella. Anche l’aggregazione tra imprese medio-piccole potrebbe rendere il settore più competitivo. La transizione energetica è una partita di dimensione: serve massa critica, non solo innovazione», dice Andrea Bernardi, AD e Founder di Columbus Capital a il Bollettino.

Le Startup nel settore dell’economia circolare

Nel 2025 l’Italia conta circa 150 Startup attive nel settore dell’economia circolare (fonte: Circular Economy Report 2025, Energy&Strategy-Politecnico di Milano School of Management), che operano in un contesto in espansione, ma caratterizzato da forti squilibri territoriali, struttura societaria snella e risultati economici ancora modesti. Le imprese sono fortemente concentrate nel Centro-Nord: la Regione leader è la Lombardia (oltre il 30%), seguita da Emilia Romagna (11%), Piemonte (10%) e poi Veneto e Puglia (7% ciascuna). Il profilo tipico è quello di una struttura leggera: quasi la metà delle Startup non ha dipendenti diretti (44% nel ciclo tecnico, 61% nel ciclo biologico) e più di un terzo operano con squadre di cinque persone o meno Dal lato economico, l’ecosistema è ancora in fase embrionale: l’82% delle Startup non ha raggiunto ricavi significativi, mentre soltanto il 18% ha superato la soglia dei 200 mila euro di fatturato annuo.

Per quanto riguarda i finanziamenti tra il 2020 e il 2025, il settore tecnico-industriale (recupero materiali, riciclo, efficienza) ha registrato oltre 15 milioni di euro, mentre quello biologico (bioeconomia, risorse naturali) non ha superato complessivamente i 2 milioni. In altre parole, c’è un interesse crescente verso l’economia circolare, ma la trasformazione in ampie imprese con struttura consolidata e modello scalabile è ancora un’eccezione.

L’Italia vanta primati nella circolarità: ad esempio tassi di utilizzo dei materiali e riciclo sopra la media europea. Tuttavia, le Startup del circolare affrontano una serie di barriere: risorse finanziarie limitate, competenze manageriali e digitali da rafforzare e una forte concentrazione territoriale che rischia di lasciare zone del Paese fuori dal flusso. Queste imprese rappresentano un laboratorio d’innovazione: sperimentano soluzioni avanzate per trasformare modelli di produzione lineari in modelli rigenerativi. In un momento in cui la transizione ecologica è al centro delle politiche europee e italiane, l’economia circolare può diventare un tassello chiave per la competitività e la sostenibilità del sistema produttivo.

Quali sono le aree prioritarie di investimento nella transizione verde?

«Noi concentriamo gli investimenti su tre direttrici: costruzione e gestione di infrastrutture elettriche e reti, decarbonizzazione ed elettrificazione dei processi industriali e soluzioni per l’economia circolare. Sono ambiti che rispondono pienamente ai driver globali della transizione verde: flessibilità di rete, riduzione delle emissioni e uso efficiente delle risorse. Cerchiamo imprese scalabili, con un management e bilancio solidi che possano supportare un impatto ambientale misurabile per i propri clienti, spesso combinando capitale privato con strumenti pubblici e fondi europei per accelerare la realizzazione e ridurre il rischio».

Quali tipologie di Startup e PMI stanno mostrando il maggiore potenziale di crescita?

«Vediamo grande fermento nelle PMI che abilitano l’ingegneria e gestione di sistemi integrati, dall’efficienza dei processi produttivi, alla rete di distribuzione, dalla generazione da fonti rinnovabili alle batterie e sistemi di energy management, dalla mobilità elettrica e produzione e distribuzione di materiale elettrico alle piattaforme digitali per la loro gestione. Crescono anche le tecnologie legate all’economia circolare, al recupero di materiali critici e all’efficienza energetica industriale. Le soluzioni che uniscono hardware solido e software di controllo sono quelle che offrono oggi il miglior rapporto tra innovazione e scalabilità. Valutiamo con attenzione la qualità del team e la capacità di industrializzare e scalare l’attività».

Che ruolo possono giocare i fondi nel colmare il gap di capitale?

«Il settore si finanzia con un mix di capitale proprio, finanza agevolata ma anche debito project-finance e strumenti ibridi. Il vero ostacolo resta però la mancanza di professionalità a supporto della crescita. Qui le realtà imprenditoriali possono fare la differenza: bisogna assumere la direzione della PMI, strutturando la governance per permettere anche al venditore di partecipare alla crescita fornendo professionalità e competenze aggiuntive. Non è solo questione di risorse, ma di accompagnamento industriale: trasformare un progetto in un asset strutturato è spesso la chiave del successo».

Come aumentare efficienza e sicurezza nel sistema energetico?

«La digitalizzazione è ormai la spina dorsale del nuovo sistema energetico. Smart metering, demand response, manutenzione predittiva e piattaforme di analisi dati consentono di ottimizzare i flussi, ridurre i costi e migliorare la resilienza della rete. Ma è anche un tema di sicurezza e trasparenza: digitalizzare significa poter misurare, certificare e quindi finanziare meglio l’efficienza energetica. La combinazione tra dati e finanza sostenibile è ciò che renderà il settore più efficiente e attrattivo».

Quali sfide affrontano oggi le aziende italiane per essere competitive a livello europeo?

«Le imprese italiane scontano ancora frammentazione industriale, tempi autorizzativi lunghi e un accesso limitato a capitali per il salto di scala. Serve più integrazione: aggregazioni per massa critica, collaborazione tra ricerca e industria e una semplificazione delle regole. Abbiamo eccellenze tecnologiche, ma spesso restano localizzate. La sfida è trasformare l’innovazione in filiere esportabili e attrarre investitori internazionali con un quadro normativo stabile e prevedibile».

In che modo il modello del search fund si adatta o differisce da quello del Venture Capital tradizionale?

«Il search fund nasce per individuare e acquisire aziende con fondamentali solidi e potenziale di crescita, mentre il Venture Capital punta su Startup in rapida espansione. Nei settori regolati, come ambiente ed energia, il search fund è spesso più adatto perché permette di intervenire su realtà già operative, migliorandone governance ed efficienza. Il Venture resta essenziale per finanziare la tecnologia pura, ma il search fund consente di industrializzarla, portandola su scala e creando occupazione stabile».

Quanto conta l’impatto ambientale e sociale nel processo di selezione di Startup e PMI?

«Moltissimo, tanto quanto la redditività. L’impatto ambientale e sociale è ormai parte integrante della due diligence: valutiamo la carbon footprint, la governance, la gestione delle risorse e il contributo alle comunità locali. Le aziende che integrano fin da subito criteri ESG sono più solide, meno esposte a rischi normativi e più attrattive per i capitali istituzionali. L’impatto non è più un costo, ma un fattore competitivo di lungo periodo».

In che modo la finanza sostenibile e gli strumenti ESG influenzano le decisioni di investimento?

«In modo decisivo. Oggi il costo del capitale e l’accesso al credito dipendono sempre più dai rating ESG. I fondi devono dimostrare che i loro portafogli generano valore in modo sostenibile e le aziende devono saperlo misurare. Gli strumenti ESG – dai green bond ai prestiti legati a KPI ambientali – permettono di finanziare progetti a condizioni più favorevoli. Questo spinge tutti gli attori, investitori e imprese, a essere più trasparenti e più coerenti nelle proprie strategie di crescita».

Quali trend tecnologici o normativi avranno maggiore impatto sul Mercato?

«Sul fronte tecnologico, vedo tre strade: accumulo di lunga durata attraverso l’abbattimento dei costi delle batterie, idrogeno verde come strumento alternativo e per quelle realtà hard-to-abate e digitalizzazione spinta delle reti come colonna vertebrale del sistema. Sul piano normativo, saranno centrali la standardizzazione dei criteri ESG, la semplificazione autorizzativa e l’allineamento delle politiche europee di incentivazione. Chi saprà anticipare questi trend unendo tecnologia, finanza e capacità industriale avrà un vantaggio competitivo enorme nei prossimi cinque anni».

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📸 Credits: Canva.com

Articolo tratto dal numero del 15 dicembre 2025 de Il Bollettino. Abbonati!    

Determinata, ambiziosa, curiosa e precisa. La passione per il giornalismo mi guida fin da bambina. Per Il Bollettino mi occupo di Startup, curo le interviste video ai player del settore e seguo da anni la realtà delle PMI.