domenica, 16 Giugno 2024

Startup Green: oggi la strada per la sostenibilità è più facile

DiMarco Battistone

1 Settembre 2023
Sommario
Startup Green

Responsabilità: è questa la parola chiave dell’innovazione sostenibile. Da quella delle aziende rispetto al Pianeta, quanto ai propri dipendenti e stakeholder, a quella di ognuno di noi. Ma cosa accadrebbe se si estendesse questo concetto al contesto lavorativo in senso ampio? «Noi lo stiamo sperimentando», dice Andrea Zuanetti, CEO e co-founder di Up2You, Startup greentech che aiuta le aziende a impegnarsi sul tema del cambiamento climatico e della neutralità carbonica.

«Siamo presenti in tutte le fasi dell’approccio che la comunità scientifica suggerisce alle aziende per il cambiamento climatico. Le invitiamo a fare il calcolo delle loro emissioni, a ridurle nel tempo, a compensare quelle che non sono riducibili con progetti di cattura della CO2, tramite crediti di carbonio certificati agli standard internazionali più elevati e interamente tracciati su Blockchain. L’ultimo step è quello della comunicazione, ovvero comunicare quello che stanno facendo in maniera corretta. Significa non mancare l’occasione di autopromozione, ma senza esagerare, perché vorrebbe dire fare greenwashing».

La vostra strada non è stata sempre facile

«L’idea è nata a gennaio 2020 da un’intuizione del mio socio Alessandro. Avevamo scelto di partire dal settore del turismo: il 2019 era stato un anno di boom per il settore. Ovviamente, il mercato ci è morto tra le mani a causa della pandemia nel giro di qualche settimana. Ma fortunatamente siamo stati abbastanza flessibili da riuscire a cambiare e modificare il nostro posizionamento. A oggi siamo una cinquantina di persone, con 4 milioni investiti, principalmente da Azimut e Cassa Depositi e Prestiti. Stiamo crescendo a un ritmo importante, facciamo più o meno x3 ogni anno su quello precedente».

Qual era il progetto iniziale?

«Il primo servizio era essenzialmente basato sull’incentivare le persone a rinunciare a farsi rifare la stanza d’albergo – una delle operazioni che consumano di più nel nostro quotidiano – attraverso premi come un albero piantato o della CO2 catturata per ogni volta che lo facevano. L’albergatore aveva un ritorno di marketing quasi gratuito e si generava un circolo virtuoso».

Qual è il vostro background?

«Noi tre cofondatori siamo ingegneri aerospaziali. Ci siamo conosciuti all’università, prendendo parte a un concorso della NASA che ci chiedeva di progettare un aerotaxi elettrico per la città di New York».

Sono in molti a occuparsi di sostenibilità, ultimamente. Qual è il vostro punto di forza per emergere nella massa?

«È vero che il settore è saturo. Un meme che gira tra gli addetti ai lavori dice che le cose più veloci sulla terra sono quattro: il ghepardo, la Ferrari, un jet supersonico e la rapidità con cui si diventa esperti di sostenibilità ambientale. Purtroppo, da un annetto a questa parte gli esperti sono parecchi, troppi. Noi abbiamo un know-how interno abbastanza solido. E se nei primi anni magari questo pagava poco, perché il mercato non sapeva distinguere tra chi sapeva fare veramente e chi si improvvisava, adesso vediamo che esperienza e formazione pagano».

Come avete fatto a convincere gli investitori?

«Il mercato dei capitali in Italia è abbastanza difficile rispetto all’estero. Quello che gli investitori hanno sempre apprezzato di noi è la parte di team. Ci hanno sempre riconosciuto un punto di forza nelle persone che c’erano dietro e hanno dato fiducia».

La cultura aziendale è un aspetto importante del vostro lavoro: in che modo la interpretate?

«Io credo molto nell’importanza della cultura aziendale e del suo potere invisibile. Ovviamente non aiuta in modo così evidente e diretto, ma credo sia un aspetto sottostante di grande forza, tanto che abbiamo due persone su cinquanta che si occupano di People and Culture, un rapporto abbastanza elevato. Da noi c’è grande responsabilizzazione delle persone, grande fiducia e tantissima delega verso il basso. Ovviamente questo introduce una complessità in più, perché, anche se sulla carta è bellissimo, non è facile abituarsi, soprattutto per chi ha già anni di lavoro alle spalle. Soprattutto fare il manager sotto questo criterio è molto difficile».

È stato difficile organizzarvi in questo modo, anche sul piano normativo?

«È molto complesso, perché la normativa italiana fa di tutto per ostacolarti anche in questo campo. Ma con il consulente del lavoro siamo riusciti a trovare una soluzione che permetta di soddisfare la nostra esigenza di lavorare in questo modo e sia insieme perfettamente legale».

Adottare questo sistema ha generato anche un ritorno di produttività?

«Non abbiamo riscontrato particolari vantaggi rispetto a prima perché non c’è un prima: siamo partiti già con questa soluzione. Vediamo, però, che le persone apprezzano e parallelamente non notiamo problemi di produttività. In pratica, il fatto che i lavoratori abbiano ferie e permessi illimitati non significa che non generino valore. Sono anzi più coinvolte e si evitano discussioni o rendicontazioni a nostro avviso poco utili, soprattutto se si pensa che grazie allo smartworking ormai si può lavorare ovunque, almeno per questo tipo di professione. Facendo di recente un sondaggio interno per capire cosa piace alle persone e cosa no e quanto sono coinvolte, abbiamo avuto riscontri estremamente positivi anche sotto questo aspetto, non solo negli incarichi più operativi, ma anche tra i manager, che in fin dei conti devono gestire il team ed essere responsabili dei risultati degli altri, in una certa misura».

Voi avete anche avviato un progetto con il Politecnico di Milano, Green SUite

«È una piattaforma che si occupa di ingaggiare i dipendenti su temi di sostenibilità. Lo fa sotto forma di gioco: l’azienda lancia al proprio interno una competizione e in questo modo sensibilizza sul tema e informa sulle innovazioni apportate. Questo perché spesso, soprattutto nelle grandi imprese, i passi avanti fatti non sono percepiti. Da queste cose si possono costruire attività di team building e si apre la possibilità per un’ulteriore riduzione delle emissioni della società. In generale, ai dipendenti piace essere coinvolti anche sul lavoro su temi cui molto spesso aderiscono personalmente. Con il Politecnico di Milano abbiamo lanciato per la prima volta una sfida tra più aziende. Questo è stato un bellissimo primo passo verso quella che chiamiamo Green Cup. La organizziamo due volte l’anno ed è sponsorizzata anche da brand importanti. È stato proprio il Politecnico a far partire questo filone».

Quali altri progetti avete?

«A oggi il focus è sul mercato italiano. L’idea è nei prossimi mesi di consolidare lo sviluppo, ma stiamo conducendo delle attività esplorative per vedere se ci sono altri Paesi nei quali può valere la pena andare. Abbiamo già dei clienti all’estero… ma al momento non facciamo ancora attività commerciale attiva. L’idea è di concentrarci, ancora per quest’anno, prevalentemente sul mercato nostrano e poi vedere se ci sono possibilità e opportunità anche fuori. In caso sarà sicuramente necessario raccogliere altri capitali. Ma i prodotti vanno comunque aggiornati continuamente a modifiche normative e degli standard di riferimento. La qualità dell’output può sempre migliorare, i processi si possono efficientare, insomma, in generale gli investimenti in innovazione sono necessari e costanti».               ©

Studente, da sempre appassionato di temi finanziari, approdo a Il Bollettino all’inizio del 2021. Attualmente mi occupo di banche ed esteri, nonché di una rubrica video settimanale in cui tratto temi finanziari in formato "pop".