venerdì, 19 Luglio 2024

Israele-Palestina: il rischio finanziario della crisi

DiMarco Battistone

15 Novembre 2023
Sommario
Israele Palestina

Gli eventi del 7 ottobre aprono un nuovo fronte di preoccupazione per i Mercati globali. Una guerra, anche se confinata a un’area relativamente piccola, ha sempre le sue conseguenze anche sul piano economico e finanziario. Ma quali sono i principali fronti di questo specchio del conflitto, fatto di listini e di bollette?

Il gas

L’energia, come affermato dagli analisti di Goldman Sachs, è il principale elemento attraverso cui la crisi militare e diplomatica potrebbe trasmettere uno shock all’economia. Il gas sembra essere il principale indiziato: Israele ne è un produttore, anche se in scala relativamente modesta. Le sue riserve ammonterebbero a circa 1087 miliardi di metri cubi, con una produzione che nel 2022 aveva raggiunto più o meno 21 miliardi di metri cubi (Reuters). Di questi, circa 9 miliardi sono esportati annualmente verso l’Egitto, dove, passati attraverso un rigassificatore, vengono reindirizzati verso l’Europa. Quest’ultima quota della produzione israeliana, che ammonterebbe a circa 6 miliardi di metri cubi, sarebbe l’unica di reale interesse per l’UE. Facendo un confronto, la Russia, secondo produttore mondiale di gas, aveva alla vigilia del conflitto una produzione da oltre 600 miliardi di metri cubi (EIA).

D’altronde, stando agli ultimi dati (bruegel, 2023), l’UE consuma settimanalmente circa 2,5 miliardi di metri cubi di gas naturale. In sostanza, la produzione israeliana coprirebbe poco più di due settimane di bisogni europei ogni anno. Tuttavia, l’escalation potrebbe avere un’incidenza anche sul fronte dei prezzi. Nella settimana immediatamente successiva agli attentati, i prezzi del TTF (la Borsa europea del gas, con sede ad Amsterdam) hanno raggiunto un picco di 54 euro al megawattora. Ma la situazione si sta ampiamente allentando da allora, con un livello attuale apparentemente appianatosi tra i 40 e i 50 euro.

Quanto al nostro Paese, che fino a pochi mesi fa aveva avviato una conversazione con lo Stato ebraico riguardo a un accordo sul gas, i suoi interessi nell’area sono rappresentati soprattutto da un progetto infrastrutturale. Si chiama EastMed, e prevederebbe la costruzione di un gasdotto lungo oltre 1.900 chilometri. Collegherebbe le riserve di gas israeliane con quelle di Cipro e Grecia, per poi arrivare in Italia. L’idea dietro la maxi-infrastruttura, da completare entro il 2028, sarebbe di rendere l’Italia un hub di transito per il gas medio orientale verso l’Europa. Ma la guerra rischia, inevitabilmente, di danneggiare questa prospettiva, rallentando o arrestando i progressi.

Altrettanto perniciosa appare la questione del giacimento Gaza Marine, situato circa 30 chilometri al largo delle coste della striscia e la cui capienza è stimata in circa 1.000 piedi cubici. Il suo possesso e sfruttamento è conteso da anni tra Israele, Hamas e l’Autorità Nazionale Palestinese. Anche in questo caso, pare difficile che la situazione attuale si presti a schiarite e passi avanti.

Il petrolio

Se il greggio appare al momento – a differenza del gas – come personaggio secondario nel dramma che si sta consumando a Gaza, è invece protagonista delle ipotesi più catastrofiche. In particolare, la Banca Mondiale ha delineato un quadro preoccupante nel caso si ripetesse una escalation simile a quella del 1973, quando durante la Guerra del Kippur i Paesi arabi produttori di petrolio decretarono un embargo globale, innescando una crisi energetica senza precedenti. Secondo la World Bank, l’offerta globale di petrolio potrebbe ridursi di 6-8 milioni di barili al giorno. Con l’effetto di far schizzare il prezzo tra i 140 e i 157 dollari a barile.

Questo scenario pone però come condicio sine qua non l’intervento di grandi produttori di petrolio come Arabia Saudita o Iran. In assenza di uno spillover del conflitto, resta probabile un esito più contenuto. Lo scenario di disruption minore ipotizzato prevederebbe una riduzione delle forniture compresa tra i 500mila e i 2 milioni di barili al giorno, un livello simile a quello della guerra libica del 2011. Nemmeno questo, tuttavia, è lo scenario di base. In assenza di particolari degenerazioni, si prevede che il prezzo al barile raggiunga circa 90 dollari in questo trimestre, prima di tornare a calmarsi, di pari passo con il rallentamento nella crescita dei mercati globali.

Il commercio

Anche gli scambi tra Israele e il resto del mondo potrebbero essere messi a repentaglio dalla situazione corrente. Fortunatamente, in questo campo l’esposizione europea è relativamente ridotta: solamente uno 0,4% del PIL dell’Eurozona proviene dal commercio con Israele e i Paesi circostanti. Ciononostante, una riduzione nelle forniture potrebbe avere senz’altro conseguenze sui prezzi e sulla fiducia dei consumatori.

Quanto all’Italia, i suoi export verso lo Stato ebraico ammontano a circa 3,5 miliardi di euro l’anno, circa lo 0,18% del PIL 2022 e quindi ben al di sotto della media europea. I generi nostrani più a rischio sarebbero macchinari e apparecchiature e prodotti alimentari, le categorie maggiormente esportate. Detto questo, a oggi non si registrano significativi shock commerciali o di approvvigionamento. Ferrovie, strade e porti israeliani paiono funzionare a pieno regime, anche in virtù della capacità navale nulla a disposizione di Hamas. Detto questo, è possibile che il fatto di essere divenuto teatro di guerra possa comunque ridurre la disponibilità delle imprese a fare affari nella regione.

Le imprese

Un ultimo fattore di preoccupazione è rivolto al tessuto imprenditoriale israeliano. Grazie a investimenti mirati, Israele ha messo le sue aziende nelle condizioni di fare innovazione al maggior grado di avanzamento tecnico disponibile. In particolare, il Paese rappresenta un’eccezione nell’area in virtù di un ecosistema Startup tra i più sviluppati al mondo. Non a caso definita la “Startup nation” (ne avevamo già parlato qui), vanta il più alto numero di “special entities” (unicorns e exits) pro capite nel 2022.

Ma l’ingresso in un nuovo conflitto potrebbe in parte guastare i frutti della pace, se non altro a causa della vastissima chiamata alle armi ordinata dal Governo di Benjamin Netanyahu. Sommando i 360mila riservisti richiamati a dare manforte ai 150mila effettivi dell’esercito regolare, il Paese si potrebbe ritroverà presto con circa mezzo milione di militari attivi. Un buco non da poco per un Paese la cui forza lavoro totale – stando ai dati di agosto di quest’anno – ammonta a circa 4,3 milioni di persone. Le braccia e le teste sottratte alle imprese mettono in seria difficoltà i datori di lavoro, rendendo il Paese economicamente inattraente.                                          ©

Articolo tratto dal numero del 15 novembre. Per leggere il giornale, abbonati!

Studente, da sempre appassionato di temi finanziari, approdo a Il Bollettino all’inizio del 2021. Attualmente mi occupo di banche ed esteri, nonché di una rubrica video settimanale in cui tratto temi finanziari in formato "pop".