sabato, 13 Luglio 2024

ESG frena, il Green non attira più? Castelli, Citi: «Draw-down di oltre 8 miliardi. Gli investimenti vanno altrove…»

Sommario
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A pensar male ci si azzecca, si dice. E i dati oggi sembrano dar ragione a chi vedeva negli investimenti ESG solo una moda. Ma è davvero così? Di certo sono stati una miniera d’oro, ma la finanza oggi deve evolvere per sfruttare il potenziale dei fondi Green. L’idea è rendere conveniente investire in ambiente, sociale e governance, oltre che in ciò che è eticamente giusto. Quest’anno si prevede una fuoriuscita significativa di capitale dal comparto ESG. Quindi, la missione può essere completata solo grazie alla Transition Finance.

«La visione a lungo termine è la caratteristica principale che differenzia gli ESG rispetto alla Finanza tradizionale», dice Cino Robin Castelli, Responsabile dello sviluppo dei modelli di rischio di transizione (Climate Modeling Analytics) di Citi (attualmente in Garden Leave e in attesa di annunciare un nuovo ruolo in Private Equity) e autore del libro Quantitative Methods for ESGFinance.

«Tuttavia, quella di ESG è una definizione ormai superata e politicizzata. Per indirizzare gli investimenti prima di tutto bisogna comprendere lo scenario climatico più realistico, poi stabilire i modelli climatici, che rappresentano un’opportunità unica perché, al contrario degli stress test, si allineano a reali stime e obiettivi».

Quale destino attende gli ESG?

Ci troviamo davanti a un’opportunità che andrà avanti a lungo termine, creando carriere: un’ottima cosa dopo anni di instabilità. Il ruolo dei Governi è importante in particolare in quelle aree dove imprese e Mercati non possono monetizzare oggi. La biodiversità è fondamentale, ma è difficile trasformarla in risorse economiche e finanziarie. Serviranno servizi assicurativi, sistemi di certificazione e validazione migliori, oltre a nuovi sistemi di trasferimento del rischio, rendendolo garantito per il cliente. Tutti i mercati ancillari cresceranno verticalmente. Nei Voluntary Carbon Markets succederà la stessa cosa che abbiamo visto nel mercato dei CDO sul credito, con la comparsa di soluzioni di End-to-End Risk Transfer e prodotti sintetici».

È possibile prevedere un outlook negativo sulle azioni di case automobilistiche quest’anno? Nonostante XPeng abbia riportato un utile nel primo trimestre, che ha superato sia le previsioni di profitto sia di fatturato, Citi ha mantenuto il rating Sell sulle azioni della società perché considera il profitto un pagamento una tantum da parte di Volkswagen per la tecnologia…

«È evidente che nel caso delle compagnie produttrici di Auto Elettriche, nell’orizzonte temporale corto, si stia osservando un fenomeno di saturazione del mercato degli early adopters, spesso accelerato da incentivi statali e federali (alcuni dei quali sono ormai in scadenza), e gli utenti stiano scontrandosi con la problematica della limitata rete di ricarica, e del sottodimensionamento della rete elettrica in toto. Il primo problema è particolarmente chiaro in una realtà come gli Stati Uniti, dove alcune zone del Paese non hanno colonnine per centinaia di chilometri, ed il numero complessivo di stazioni di ricarica è a malapena di 72.000 sparse per l’intera nazione.

La tematica della rete elettrica è di più ampio respiro, in quanto si inserisce nel comparto della Transition Finance, e, nello specifico dei veicoli elettrici. Fissa dei limiti a quante vetture possono essere vendute e dotate di caricatori rapidi nei domicili dei proprietari. Se osservata a livello più alto, è un fattore limitante per lo sviluppo e la messa in linea di centrali di produzione di energie alternative come il solare e l’eolico, che oramai hanno tempi di attesa di 5 anni e oltre per ottenere allacciamenti alla rete. Sullo specifico caso della XPeng Inc, oltre alle considerazioni sulla vendita di tecnologia a Volskwagen, pesa anche il rischio, non indifferente, del dazio del 100% su veicoli elettrici di produzione cinese, che l’amministrazione Biden ha imposto pochi giorni fa».

Come stanno performando gli ESG?

«Si osserva un esodo dai fondi ESG di proporzioni senza precedenti, Bloomberg riporta che nei primi tre mesi del 2024, secondo dati Morningstar, i fondi US a tema ESG hanno visto un draw-down di 8,8 miliardi di dollari, dovuti sia alle spinte politiche contro le ideologie woke delle amministrazioni Repubblicane sia a specifiche problematiche di settori come l’eolico ed il solare, che hanno riscontrato rendimenti inferiori al previsto negli ultimi tempi. A livello di nuovi investimenti globali, il primo trimestre del 2024 ha registrato un modesto ingresso di 900 milioni di dollari. Il mercato giapponese ha visto una contrazione di 1,7 miliardi. Il resto dell’Asia, inclusa l’Australia e la Nuova Zelanda è rimasto stazionario.

Cosa sta succedendo agli Esg?

In toto, credo che quello che si sta osservando è il fallimento dei criteri ESG applicati in maniera generalista e meccanica, e soprattutto non trasparente, tramite fondi basati sull’utilizzo degli ESG ratings, di cui parlo nel mio libro, le cui metodologie sono molto poco chiare, soggettive e non facilmente riproducibili, ed altri singoli fattori che tentano di semplificare una tematica (l’investimento legato al cambiamento climatico, in quanto le altre due lettere dell’acronimo ESG hanno rilevanza estremamente minore nel complesso degli investimenti) che non si presta assolutamente ad una semplificazione di tale portata.

Il risultato di queste metodologie per l’inclusione (e l’esclusione) di particolari securities nei vari fondi ESG è talmente paradossale che spesso genera accuse di Greenwashing o critiche (tipicamente quando aziende che hanno impatti ambientali molto significativi ottengono rating più bassi di altre che hanno chiaramente un ruolo molto minore nel processo di transizione verso un’economia Net Zero). Credo che l’andamento odierno continuerà sul percorso che stiamo vedendo, ed appariranno nuove tecniche e fondi tematici, con chiare tesi di investimento e obiettivi di sostenibilità misurabili e circostanziati, per il capitale che si verrà a liberare».

Quali strategie di investimento applicano realmente i criteri ESG?

«Al momento le tattiche di investimento usate per i fondi ESG, come parzialmente presentato anche nel mio libro Quantitative Methods for ESG Finance, si basano su principi di esclusione (non investire in certe aziende in quanto considerate inquinanti). Regole che vengono applicate basandosi su metriche di diverso genere, quali il superamento di una certa soglia di ESG rating da parte di un’agenzia specializzata o un’altra detta Green vs Brown Portfolio: spesso hanno differenze significative tra loro. Oppure si considera la misura dei valori di emissioni di gas a effetto serra in proporzione del fatturato (detta WACI, Weighted Average Carbon Intensity) dove la problematica è legata alla qualità dei dati sulle emissioni, spesso auto-certificate dalle aziende, nonché dalla difficoltà di avere dati utili sulle emissioni Scope 3.

Che altro si può fare?

«Può essere calcolato l’allineamento presunto dell’azienda con un certo numero di gradi di riscaldamento globale (ITR, Implied Temperature Rise) una misura migliore di quelle precedenti, ma dipendente dagli scenari che si scelgono. Infine vi è l’allineamento agli Science-Based Target Initiatives (SBTI alignement, di difficile implementazione ed utilizzo). Ciascuna di queste strategie ha meriti e difetti. Di base sono tutte costruite sul concetto di creare dei portfolio in maniera, sostanzialmente, algoritmica ed automatica, per consentire un investimento più o meno meccanicistico. In generale, tuttavia, tutti questi metodi hanno lo stesso problema che è lo scollamento tra l’orizzonte temporale tipico delle fluttuazioni dei titoli borsistici, ed i trend di lungo respiro che sono tipici della transizione climatica, e generalmente non producono ritorni diversi da pacchetti di titoli non ESG (che è una delle principali problematiche del settore)».

Quali sono gli approcci più efficaci per la costruzione degli indici dei fattori di rischio?

«Come elencato in precedenza, ci sono diverse tecniche. Nello specifico, e a livello personale, la mia preferenza è verso l’utilizzo della metrica degli ITR, Implied Temperature Rise che adotterei se dovessi scegliere una specifica metodologia rispetto ad altre. È poi possibile costruire fattori di rischio seguendo l’approccio di Fama-French per un qualsiasi metodo usato per classificare i titoli azionari nel portafoglio. Dato che non esiste un approccio standard uniforme al punteggio ESG, la performance dei fattori di rischio di questi titoli dipende fortemente dalla scelta dei dati sottostanti e della metodologia di scoring.

Ci sono altri approcci che si possono utilizzare?

È possibile anche utilizzare sistemi di Deep Learning per la ricerca di nuovi fattori di rischio ESG. L’apprendimento automatico può essere determinante in questo poiché è in grado di elaborare in modo efficiente un gran numero di funzionalità. Inoltre, non abbiamo più bisogno di limitarci alla dipendenza lineare nell’equazione di definizione del fattore di rischio. Possiamo pensare più in generale a tematiche come lo spazio delle caratteristiche in un problema di apprendimento supervisionato (“profondo”, cioè con strati nascosti).

Esistono diversi studi che combinano tale approccio con la difficoltà nella ricerca di nuovi fattori di rischio ESG. Mentre gli indici fondamentali classici e quello smart beta, che poggiano sul ribilanciamento sistematico del portafoglio dello stesso universo di azioni, sono popolari da anni ed entrambi offrono una ricca varietà di indici disponibili in commercio, quelli che si basano su dati alternativi, cioè informazioni non tradizionali, sono ancora piuttosto rari. Senza dubbio, l’industria degli hedge fund fa ampio uso di questo genere particolare di dati, ma finora pochi indici sono calcolati sfruttando tali fonti. In genere i dati alternativi possono essere grossolanamente classificati in quattro tipi: sentimento (feed social media, notizie), web scraping (raccolta dati), dati delle carte di credito e satelliti e sorveglianza aerea. È certo che nel prossimo futuro vedremo emergere numerose nuove offerte anche in questo innovativo campo».

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Qual è la migliore metodologia per capire quali sono i principali fattori di rating, tema che tratta nel suo libro?

«Per capire come siano valutati i rating ESG delle varie agenzie (S&P, Bloomberg, Morningstar, MSCI, etc.) è necessario effettuare delle analisi dettagliate delle metodologie che vengono usate e pubblicate dalle rispettive agenzie. Realtà tipicamente complesse, lunghe e molto diverse tra loro. Da una parte, tutti cercano di mantenere una facciata di obiettività e riproducibilità del risultato per i loro rating, ma contengono passaggi e valutazioni estremamente soggettive. Ad esempio, il protocollo della S&P contiene una valutazione, soggettiva di quanto capace ed efficiente sia il senior management nella pianificazione, mitigazione o sfruttamento di rischi ed opportunità già identificate. La determinazione del grado di preparazione è data dal giudizio insindacabile degli analisti S&P.

Quali sono le problematiche?

Dato che le strategie non sono ancora mature, i risultati dei diversi approcci differiscono, talvolta in modo significativo. Inoltre, mentre viene divulgato l’approccio di alto livello, i dettagli dell’applicazione nello specifico non lo sono. È qui che alcune tecniche di machine learning vengono in soccorso per fare del reverse-engineering dei rating stessi. Possiamo infatti utilizzare le tecniche del Regression Tree e Random Forest per dedurre empiricamente, dove sia possibile, i pesi relativi dei vari fattori del punteggio ESG, nonché l’elenco di potenzialmente un gran numero di variabili di rilevanza nella generazione dei rating e utilizzarle per prevedere potenziali cambiamenti per nuove aziende».

Quali soggetti investiranno di più in ESG quest’anno?

«Credo che non vedremo grandi cambiamenti rispetto ai trend osservati fino ad ora, con una generale fuoriuscita di capitale dal comparto ESG, Gli investimenti saranno primariamente concentrati in fondi pensione, fondi sovrani, fondi mutualistici, investitori istituzionali, e grandi asset manager che tipicamente investono in queste strategie per ben posizionarsi nel Mercato di riferimento».

Come sfruttare al meglio gli Alternative Data nella Finanza?

«Nell’attuale era dell’informazione, una regola è rimasta ferrea per oltre quindici anni, ed è stata la crescita esponenziale dei dati disponibili, che in parole povere vengono detti big data. Sebbene non è ipotizzabile che questa tendenza continui indefinitamente senza soluzione di continuità, stiamo già assistendo a una situazione in cui sono disponibili più dati di quelli che possono essere prontamente elaborati e consumati dal professionista medio. Inoltre, la stragrande maggioranza delle informazioni generate rientra nella categoria dei “dati non strutturati”, che presenta diversi inconvenienti in termini di elaborazione e di capacità di estrarre segnali utili che possono poi essere tradotti e trasformati in driver studiati per modelli finanziari efficaci e performanti.

Nell’ambito della finanza ESG, il ricorso a dati non strutturati, o alternativi, è ancora più rilevante che in altre discipline, poiché la natura relativamente recente di questo campo, unita alla mancanza di fonti di reporting consolidate e strutturate, ha creato un panorama vasto e molto incoerente da navigare. Le pratiche di rendicontazione ESG sono, nella migliore delle ipotesi, contraddittorie tra diversi settori e industrie, e le relative informazioni tendono ad essere incomplete. Inoltre, i parametri e le metriche sono generalmente auto-certificati dalle aziende stesse su base volontaria quindi potrebbero apparire poco credibilli.

Quali conseguenze porta questa situazione?

Come risultato di questo panorama di informazioni codificate e standard non regolamentati e alquanto casuali, gli investitori interessati all’ecosistema ESG sono in gran abbandonati ad una pletora di fonti di dati “alternative” che devono navigare in base alla propria esperienza e al buon senso. Fortunatamente per noi, in quanto professionisti ESG, diverse Startup Fintech sono entrate nella mischia in queste prime fasi e hanno preso l’iniziativa nell’offrire sia rating specifici sia i dati sottostanti utilizzati per la generazione dei rating stessi. Tra questi, senza l’ambizione di essere esaustivi nel nostro elenco, possiamo citare: TruValue Labs, OWL ESG, Arabesque. Come è spesso accaduto con Startup simili nel settore, alcuni nuovi attori sono stati rapidamente acquisiti da potenze consolidate nel settore della fornitura di dati o direttamente sviluppati e finanziati internamente da loro». ©

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