martedì, 20 Gennaio 2026

Faraco, Peluffo & Partners: «Estendere i modelli smart city ai piccoli centri»

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smart city

Dare vita a una smart city non è questione da poco. «Non basta digitalizzare un’anagrafe o attivare un’app», dice Domenico Faraco, co-fondatore dello studio di architettura Peluffo & Partners e ricercatore all’Università La Sapienza di Roma. Il termine, nato nei primi anni Duemila per indicare l’integrazione tra tecnologie e servizi urbani, oggi descrive un ecosistema in cui infrastrutture digitali, mobilità sostenibile, governance partecipativa e gestione energetica convergono per migliorare la qualità della vita. Ma se questa è la definizione, la domanda è legittima: quante città italiane possono davvero fregiarsi del titolo di smart city e, soprattutto, cosa manca alle altre per arrivarci?

Secondo lo Smart City Index 2025 dell’IMD, l’Italia continua a inseguire molti altri Paesi più all’avanguardia. Bologna è scesa dal 51° al 78° posto mondiale, Milano è al 91°, Roma al 133° su 142 città. In testa alla classifica ci sono Zurigo, Oslo e Singapore, forti di trasporti integrati, infrastrutture resilienti e politiche urbane di lungo periodo.

«L’urbanizzazione globale rende inevitabile il ricorso alle tecnologie smart, ma l’infrastrutturazione digitale non garantisce di per sé inclusività. Nel caso italiano, il divario infrastrutturale penalizza i territori rurali e accelera lo spopolamento. Senza un’estensione dei modelli smart anche ai piccoli centri, si rischia di trasformare la smart city da opportunità a fattore di disuguaglianza territoriale».

Strategie deboli: la governance non è ancora smart

Tecnologia e innovazione richiedono una governance solida e continuativa. E proprio nella pianificazione e nella gestione strategica, molte città italiane incontrano le maggiori difficoltà. Solo il 7% dei Comuni ha adottato una strategia smart city formale, mentre la maggior parte opera attraverso progetti occasionali, spesso legati a finanziamenti a termine. In oltre la metà dei casi manca personale con competenze adeguate per seguire programmi di innovazione urbana.

L’utilizzo dei dati a supporto delle decisioni è ancora limitato. Solo alcune città, come Milano, Firenze o Venezia, hanno avviato piattaforme di monitoraggio integrate. Altrove, anche quando i dati sono disponibili, mancano strumenti per analizzarli in modo coordinato tra settori diversi.

Anche la partecipazione civica è in fase di sviluppo: circa un Comune su due ha sperimentato forme di coinvolgimento digitale, ma spesso si tratta di iniziative poco strutturate.

«Molti modelli di smart city si basano su soluzioni tecnologiche pensate da grandi aziende globali, che finiscono per rispondere soprattutto ai bisogni di chi è già inserito nei circuiti urbani più forti». 

Il confronto internazionale evidenzia approcci più avanzati, in cui cittadini e amministrazioni collaborano in modo sistematico. In Italia, queste esperienze iniziano a emergere, ma serve continuità per trasformarle in prassi diffusa. «A Milano o Bologna, ad esempio, la digitalizzazione ha portato benefici reali, ma spesso concentrati su chi possiede strumenti, competenze e reti per accedervi. Il rischio è che la città intelligente si trasformi in uno spazio diseguale, dove alcune aree vivono iperconnesse e altre restano escluse, ancora legate a logiche analogiche».

Connessione debole: le fondamenta digitali non reggono

In una smart city, la connettività è l’infrastruttura abilitante. Fibra ottica, 5G, sensoristica urbana, piattaforme dati: senza una base solida, nessun progetto può funzionare.In Italia, però, la rete è fragile. Solo il 19% degli abbonamenti broadband fissi supera 1 Gbps. La copertura 5G è ampia (99,5%), ma la rete fissa ad alta velocità è ancora carente fuori dai grandi centri. E il problema non è solo tecnologico: appena il 46% degli italiani possiede competenze digitali di base, ben sotto la media UE.

Anche l’offerta dei servizi pubblici è frammentaria. Mentre Paesi come Estonia o Danimarca centralizzano l’e-government, in Italia le funzioni digitali sono disperse tra decine di siti e uffici. Il risultato è un’esperienza utente discontinua, anche in città avanzate come Milano o Torino. Il PNRR ha stanziato oltre 6 miliardi per cloud, identità digitale e connettività, ma solo il 7% dei Comuni ha una strategia smart formalizzata. E molti non hanno competenze interne per svilupparla.

All’estero, Tallinn ha digitalizzato il 99% delle pratiche amministrative già dal 2005. A Vienna, i sensori IoT collegano in tempo reale traffico, trasporti ed energia. In Italia, invece, si costruisce spesso senza fondamenta o si corregge in corsa. E senza una base digitale robusta, ogni tentativo di innovazione rischia di restare solo facciata.

Per una smart city l’equilibrio urbano è ancora lontano

Se la connettività è l’hardware della smart city, mobilità e sostenibilità ne sono il software. E anche qui, le città italiane mostrano gravi limiti.

L’Italia ha il tasso di motorizzazione più alto d’Europa: 694 auto ogni 1.000 abitanti, contro una media UE di 571. Il traffico è una conseguenza diretta: Roma, Milano e Torino figurano tra le 20 città più congestionate al mondo. A Roma servono 30 minuti per percorrere 10 Km. Il costo economico – in carburante, tempo e salute – è elevato.

Il trasporto pubblico è spesso inefficiente e poco capillare. Salvo rare eccezioni, come Milano, la pianificazione è debole e gli investimenti pro-capite nel TPL restano bassi, soprattutto al Sud. Anche la mobilità dolce (piste ciclabili, bike sharing) fatica a decollare.

Sul fronte ambientale, il quadro è critico. La Pianura Padana ha la peggiore qualità dell’aria in Europa. A Torino, Cremona e Padova, le concentrazioni di PM2.5 superano i limiti OMS. Ogni anno, oltre 50mila decessi in Italia sono legati all’inquinamento atmosferico. Le misure? Ancora deboli: poche aree a basse emissioni, pochi bus elettrici, scarsa integrazione tra trasporti e dati ambientali.

«Molti progetti promuovono edifici intelligenti e trasporti elettrici, ma raramente mettono in discussione i modelli di consumo su cui si basano. La produzione di dispositivi IoT, le infrastrutture digitali e i data center hanno un costo ecologico elevato, spesso taciuto. Senza un ripensamento complessivo, il rischio è che la sostenibilità diventi solo un’etichetta, più vicina al Greenwashing che a una reale transizione».

Ma le soluzioni esistono. Nelle città di Oslo e Copenaghen, l’auto privata è stata drasticamente ridotta grazie a flotte elettriche e piste ciclabili. A Singapore, il traffico è gestito in tempo reale. A Parigi, si pianifica secondo il modello della “città a 15 minuti”. In Italia, invece, mancano visione e coraggio politico.

Il report EY 2025 segnala segnali positivi in città come Bergamo, Brescia e Venezia, impegnate nella transizione ecologica. Ma si tratta di eccezioni. Per la maggior parte delle città italiane, la mobilità è ancora un problema da gestire, non una leva per ripensare lo spazio urbano.

Opportunità: la smart city è (ancora) un progetto incompiuto

Le città italiane non partono da zero, ma da una condizione frammentaria: infrastrutture digitali non sempre accessibili, mobilità poco sostenibile, governance debole, dati raccolti ma poco valorizzati. Mancano competenze, continuità amministrativa e soprattutto una visione nazionale coerente.

Eppure, gli spazi di miglioramento sono evidenti. Il PNRR ha destinato risorse rilevanti proprio agli ambiti chiave della smart city: digitalizzazione della PA, mobilità elettrica, smart grid, efficienza energetica. I fondi ci sono, ma devono essere spesi bene: meno progetti vetrina, più interventi strutturali, replicabili e con impatto reale.

Due settori emergenti meritano attenzione. Il primo è quello delle comunità energetiche rinnovabili, in forte crescita ma ancora marginale, con solo 46 realtà attive nel 2024. Il secondo è la resilienza urbana, urgente in un Paese esposto a eventi climatici estremi, ma ancora poco integrata nei piani comunali, con Roma unica città dotata di una strategia formale.

«L’Italia, nonostante il ritardo, ha oggi l’occasione di evitare gli errori commessi altrove: la smart city non è un’idea superata, ma il suo futuro dipende dalla capacità di trasformarsi in una piattaforma per l’uguaglianza, non in un progetto per pochi»

Il confronto internazionale non è impietoso per definizione, ma lo diventa se si continua a perdere terreno. Paesi come Germania, Norvegia, Olanda o Spagna stanno costruendo ecosistemi urbani integrati, dove dati, energia e partecipazione si rafforzano reciprocamente. Ma non è troppo tardi.

Per le città italiane, la smartness non sarà mai solo una questione tecnologica. È una sfida di gestione, visione e priorità.  ©

📸 Credits: Canva  

Articolo tratto dal numero del 15 luglio de il Bollettino. Abbonati!

Imparare cose nuove e poi diffondere: è questo il mio obiettivo. Proprio questo mi ha portato ad approfondire il mondo del web3, della finanza digitalizzata e delle crypto. Per il Bollettino mi occupo di raccontare una realtà ancora poco conosciuta in Italia, ma con un grande potenziale.