Da scartare, sotto l’albero, per le banche c’è un regalo che ha il sapore della sfida. Il 2026 sarà l’anno del cambiamento. E dell’incertezza…
«È una domanda drammatica, ma necessaria e interessante», dice ai microfoni de il BollettinoTV Alessandra Perrazzelli, Visiting Professor presso il Politecnico di Milano, già Vice Direttrice Generale della Banca d’Italia, che oggi siede nell’Advisory Board della Fondazione Bruno Kessler. «Sappiamo che ci sarà necessità di servizi bancari. Però ci domandiamo quali saranno gli istituti finanziari che riusciranno a raggiungere clienti oggi abituati a rapporti più digitalizzati rispetto al passato…».

Avremo ancora bisogno di loro in futuro?
Un dubbio alimentato dall’urgenza per la conoscenza e la gestione dell’intelligenza artificiale e dalle carenze conoscitive del settore finanziario. Standard & Poor’s Ratings Services Global Finlit Survey registra che solo il 37% degli italiani comprende correttamente i concetti finanziari di base (inflazione, diversificazione e comprensione della differenza tra rendimenti semplici e composti). L’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) è più positiva, con la percentuale sale a 44,3%. Ma non basta. Di fatto, siamo negli ultimi posti della classifica europea. In parallelo a questa voragine informativa, le nostre banche registrato utili record: negli anni 2022-2024, superano i 112 miliardi di euro complessivi, con il 2024 che segna un picco di circa 46,5 miliardi – in crescita del 14% rispetto al 2023 (fonte: FABI, Federazione Autonoma Bancari Italiani).
«I servizi bancari continueranno a essere indispensabili. La differenza la farà chi saprà raggiungere – come dicevo prima – clienti ormai abituati a un rapporto con la finanza più digitale rispetto al passato. Molti servizi di base possono essere offerti anche da operatori non bancari. Resta però decisivo il ruolo delle persone, soprattutto in ambiti come asset management, consulenza sul risparmio e gestione delle esigenze più complesse e approfondite…».

Parole che affermano chiaramente la centralità del rapporto umano, in un momento in cui l’AI entra a gamba tesa in ogni settore produttivo. I dati però disegnano uno scenario che, negli ultimi anni, sembra aver preso altre strade.
Dal 2018 a oggi, infatti, la geografia del settore bancario italiano ha subito una profonda trasformazione, con una marcata riduzione del numero di operatori e una razionalizzazione capillare della rete territoriale. «Il numero complessivo di banche e gruppi bancari è passato da 505 a 420 unità, con una contrazione del 17%», si legge nel rapporto FABI.
«Segnale evidente del processo di concentrazione e accorpamento che ha interessato l’intero settore. Il calo ha coinvolto tutte le componenti del sistema, ma è stato particolarmente marcato nel Mondo del credito cooperativo e delle banche popolari: queste ultime sono scese da 22 a 16, mentre le Bcc (banche di credito cooperativo) si sono ridotte da 268 a 218, in linea con l’operazione di riforma e centralizzazione avviata nel 2016 e culminata nella nascita dei grandi gruppi cooperativi. Parallelamente, si è drasticamente ridotto anche il numero degli sportelli bancari, passati da 25.409 nel 2018 a 19.655 nel 2024, con un taglio di quasi 6.000 filiali (-22,6%). La mappa del credito si è dunque sfoltita, soprattutto nelle aree periferiche, in linea con la strategia di razionalizzazione decisa dai vertici delle banche».

Quindi oggi che cosa devono fare le banche per poter servire una comunità che cambia (anche da un punto di vista demografico)?
«Ormai non basta essere grandi istituti o avere una lunga storia alle spalle. Serve agilità. Bisogna integrare la tecnologia non solo nei prodotti offerti ai clienti, ma anche nei processi interni, ripensando governance, gestione dei nuovi rischi e competenze».
In questo contesto, che ruolo ha il risk manager?

«Centrale. L’applicazione della tecnologia ai servizi finanziari evolve rapidamente così come i rischi correlati. Servono quindi figure capaci di individuarli e di capire come affrontarli. Il modello a silos non funziona più: legale, business e IT devono lavorare insieme. E cambia anche la visione del manager e della leadership…».
L’Italia è in linea con l’Europa sul fronte dell’innovazione?
«Il quadro europeo è a macchia di leopardo. Ci sono Paesi più avanti perché hanno iniziato prima a sperimentare l’intelligenza artificiale e perché i clienti sono più digitalizzati. L’Italia, però, sta accelerando: le nostre banche hanno compreso l’importanza dell’innovazione e stanno lavorando anche sulla gestione dei rischi».
Oltre all’educazione finanziaria oggi è importante anche l’educazione digitale…
«Assolutamente sì, è fondamentale. Educazione finanziaria ed educazione digitale oggi procedono parallelamente. I clienti chiedono servizi evoluti e questo spinge le banche ad adattarsi, ma richiede anche competenze digitali più diffuse. Io le vedo estremamente connesse ed è importante che avvengano assieme».

E a proposito di informazione, parliamo di Euro digitale: in molti non hanno ancora capito cosa sia. Qual è la trasformazione che ci attende?
«Invito tutti a non preoccuparsi. È chiaro che noi dobbiamo digitalizzare la nostra moneta, siamo abituati a pagare digitalmente, cosa c’è di più naturale se non avere un euro che, invece di utilizzare tramite moneta e carta, impieghiamo attraverso i supporti digitali? Sarà un’opzione in più: convivrà con carte, wallet collegati ai conti e altri strumenti. E ci saranno anche le stablecoin, che hanno una funzione di pagamento, anche se io ritengo sia molto residuale. È un passo necessario, per le abitudini dei consumatori e per la sovranità digitale europea».

Il risiko bancario prende le prime pagine dei giornali: può essere motivo di rallentamento nella digitalizzazione?

«È l’ultimo degli ostacoli. In passato le integrazioni erano più complesse; oggi i sistemi si integrano molto meglio. Le fusioni possono anzi accelerare la modernizzazione tecnologica, per creare anche sistemi nuovi. Non lo considero un problema, ma una spinta ulteriore importante». ©
